Critica di Prosa,  Letteratura

Cosa resta nella carne?

Di Filippo Arnaboldi

È stato sulla bocca di tutti per mesi – da ben prima di aggiudicarsi il Booker Prize 2025 – riuscendo nell’impresa di mettere d’accordo il pubblico e la critica. L’attenzione mediatica prolungata, la stratificazione delle letture interpretative e la capacità del romanzo di catturare la curiosità del lettore hanno alimentato un discorso pubblico che ha superato i confini della recensione. Le premiazioni sono state soltanto la consacrazione di un processo di istituzionalizzazione già in atto, confermando che Nella carne ha intercettato le tensioni del presente, ma l’analisi del romanzo di Szalay non può esaurirsi nella celebrazione del suo successo. Dopotutto, la conquista di capitale simbolico non coincide mai pienamente con il successo immediato, o almeno è raro. Ora occorre trarre un bilancio della sua possibile eredità.

Nella carne di David Szalay

Pubblicato in Italia per Adelphi nella fedele traduzione di Anna RusconiNella carne – Flesh in originale – è il quarto romanzo di David Szalay se si sceglie di non contare Tutto quello che è un uomo (2016) e Turbolenza (2018) per ragioni di brevità narrativa. Ciò che probabilmente conta è che in Nella carne l’identità culturale stratificata di Szalay emerge con maggiore evidenza che altrove: vale per le coordinate geografiche (le origini ungheresi, il Medio Oriente, Londra ecc.), come per i riferimenti extra narrativi. Questo dato, sommato alla vasta copertura temporale dell’arco narrativo del romanzo, suggerisce un legame particolarmente intimo tra questo libro e il suo autore, ormai giunto alla maturità letteraria.

Questa è una premessa necessaria per capire come mai l’argomento dell’analisi del maschile – gettonatissima e certamente cara a Szalay – non è l’unica chiave interpretativa per leggere il romanzo e – forse – neanche la migliore. Se Nella carne riuscirà a sopravvivere a questo genere di lettura, allora si potrà parlare di un papabile nuovo classico. Fino a quel momento continuerà a correre il rischio di essere ricordato come il simbolo di una stagione culturale passeggera.

Finché nessuno lo sa, è come se non stesse accadendo per davvero.1

Il romanzo si apre con il trasloco di István e sua madre in una nuova città sul fondale della depressione ungherese post-sovietica e si chiude in modo speculare. Il ragazzo è introverso, ha difficoltà ad ambientarsi in classe e di questo passo vive con più inquietudine le prove a cui sono sottoposti gli adolescenti della sua età. In questa fase la sola nota di colore è l’iniziazione sessuale da Harmony sgangherata con la vicina di mezza età. L’intreccio procede in modo prevedibile fin quando un colpo di scena rivela il poker d’assi che Szalay – da buon prestigiatore – aveva nascosto nella manica.

La presentazione del giovane István illude il lettore di trovarsi di fronte al più tradizionale dei romanzi di formazione, eppure – dopo un avvio difficile segnato da vicende giudiziarie – il protagonista attraversa un lungo purgatorio di compromessi e aggiustamenti con la realtà che lo conduce a una scalata sociale al di là di ogni aspettativa. In seguito a qualche colpo di fortuna – magari qualcuno di troppo – István si affranca dal suo destino segnato in partenza, imparando a muoversi con scaltrezza in un mondo in cui è richiesto sporcarsi le mani.

«E com’è l’Ungheria?».

István non sa bene cosa dire. Non sa che tipo di risposta si aspetti. Così ripete quello che dice sempre quando gli rivolgono quella domanda: «Non è male».

«Ci torni spesso?».

«Ogni tanto».

«A trovare i tuoi?».

«Sì».

«Immagino ti manchi» fa l’uomo.

«Sì. Ogni tanto».2

István è stato definito un personaggio distaccato, ermetico, e se non altro un po’ troppo passivo nella sua superficialità.3 Specificato che le qualità elencate effettivamente appartengono al protagonista, siamo sicuri che, in questo caso, mostrare meno significhi non approfondire? Perché è proprio nei suoi rari sprazzi di stravaganza che Szalay traccia la parabola di un uomo da marciapiede che, dopotutto, troppo ignaro di sé non può essere. Cominciando dalla sfera pubblica, István è un precario cronico, ciò nonostante un precario di successo: è volubile, impulsivo, cambia mille lavori senza adottare un’identità professionale definitiva. A colpire sopra ogni cosa, probabilmente, è stato il senso di imperturbabilità che questo personaggio trasuda. Ma potrà essere davvero così? Va da sé che István esprime al meglio la sua natura cangiante nelle relazioni interpersonali: è come un oggetto riflettente che di volta in volta si illumina del colore del co-protagonista di scena. Questa sua caratteristica è soltanto l’esito estremo del principio secondo cui l’esistenza di ciascuno di noi si definisce in rapporto all’altro.

«Lei è un uomo coraggioso» dice il colonnello, guardando un foglio sulla scrivania.

«Grazie, signore».

«E che progetti ha?».

«Non lo so, signore».

«Esistono programmi di sostegno che potrebbero fare al caso suo» continua il colonnello. «Fossi in lei ci penserei».

«Sì, signore».

In realtà i cinque anni per cui ha firmato scadrebbero a fine gennaio, ma gli spettano abbastanza giorni di licenza da poter dire di avere concluso la ferma.

«Buona fortuna» dice il colonnello. «Qualunque cosa farà».4

Lo stile di Szalay è essenziale, minimalista a tratti, l’atmosfera risulta seducente nella sua crudezza, finendo per avvolgere il lettore con grande realismo. L’autore è abile nel porre l’accento sulla vitalità istintiva del personaggio, accompagnandolo passo dopo passo nella realizzazione del suo ciclo esistenziale. Il romanzo scorre in modo naturale, senza scatti e senza intoppi; unica nota discordante: quel subdolo cambiamento che avviene all’inizio dell’intreccio e lascia qualche perplessità. Nel suo complesso, Nella carne è una storia verissima e al contempo romanzesca – capace di essere iperletteraria e non a distanza di poche frasi –, insomma, un romanzo in grado di rivolgersi a un pubblico vasto e variegato.

Inizia a chiedersi se ricorda giusto o no.

Che lo voleva morto.

Che lo voleva davvero morto.5

Sulla chiave interpretativa di critica della mascolinità si sono spesi già fiumi di parole – specialmente in area anglosassone – tuttavia, è evidente che il motore dell’intreccio si trovi nel binomio universale di Eros/Thanatos in cui è l’erotismo a dominare: questo è chiaro dalle prime pagine e resta tale fino alla conclusione. Ma riconoscere la presenza di una dimensione erotica all’interno del romanzo non può equivalere ad appiattire l’analisi critica unicamente su questa prospettiva.

D. Szalay premiato a Londra nel 2025

Nella carne è innanzitutto un romanzo solido, narrativamente efficace, qualità che ne consentono una fruizione trasversale tanto a un pubblico maschile quanto a uno femminile. Una tendenza che suggerisce la lettura di un testo attraverso categorie predefinite è poco convincente. Quando la rappresentazione di un personaggio maschile sessualmente attivo ma privo di istanze di dominio viene immediatamente ricondotta a discorsi sulla mascolinità tossica, si rischia di operare una sovrainterpretazione che oscura la complessità psicologica e narrativa del personaggio stesso. Non è un caso, infatti, che István passi da essere il ragazzetto ingenuo sedotto da una donna matura a vivere le medesime dinamiche a ruoli invertiti nel finale. È questo dettaglio a suggerire una lettura più complessa del quadro psicologico del protagonista.

Un simile approccio produce la riduzione del testo a caso esemplificativo di una teoria di genere, piuttosto che considerarlo come costruzione estetica autonoma, dotata di proprie dinamiche interne. In tal senso, sarebbe più produttivo interrogarsi sulle modalità di rappresentazione del desiderio, sulla costruzione delle relazioni interpersonali e sulle scelte stilistiche dell’autore, evitando di appiattire l’analisi su cornici concettuali che – seppur legittime – non sempre risultano adeguate. La critica letteraria dovrebbe mantenere un equilibrio tra l’attenzione al contesto culturale e il rispetto per la specificità dell’opera, evitando interpretazioni che, nel tentativo di essere attuali, rischiano di rivelarsi deterministiche se non del tutto forzate.

Pensa che probabilmente non è la bella persona che si credeva.

Probabilmente non lo è affatto, una bella persona.6

Cos’è, quindi, che resta nella carne? Resta un monito sulla fisicità del vivere: nella carne restano le contraddizioni, le cicatrici profonde, i segni di tutto quanto si è attraversato vivendo. Qualcosa che non è detto impreziosisca la persona, ma che semplicemente sopravvive sotto la pelle. Un groviglio di sentimenti talvolta indecifrabili a cui è difficile dare forma e in molti casi è saggio non spettacolarizzare. Qualcosa che – come István insegna – tutto sommato va bene tenere per sé.


  1. D. Szalay, Nella carne, p. 15. ↩︎
  2. Ivi., p. 58. ↩︎
  3. Giusto per avere una panoramica: https://www.theguardian.com/books/2025/nov/10/booker-winner-flesh-david-szalay-biggest-metaphysical-questions – https://lucysullacultura.com/la-carne-non-si-puo-spiegare-conversazione-con-david-szalay/ – https://www.sololibri.net/Nella-carne-David-Szalay – https://www.recensireilmondo.com/2026/01/libri-e-recensioni-david-szalay-nella. ↩︎
  4. D. Szalay, Nella carne, p. 20. ↩︎
  5. Ivi., p. 20. ↩︎
  6. Ivi., p. 160. ↩︎

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