Musica e Teatro

Il sitar di Anoushka Shankar: quando uno strumento trova la sua voce nel mondo

di Federica Valceschini

Come l’erede di Ravi Shankar sta riscrivendo la storia della musica indiana attraverso un linguaggio sonoro che unisce la tradizione, l’attivismo e un’identità fluida.

Introduzione: Il sitar dei Beatles e oltre

Chi non ricorda le prime note di Norwegian Wood? Quel suono ipnotico che negli anni Sessanta portò milioni di giovani occidentali a scoprire il sitar, strumento principe della musica classica indiana. Era il 1965 quando George Harrison, affascinato dalla spiritualità e dalla complessità musicale indiana, iniziò a studiare con Ravi Shankar, dando vita a uno dei più celebri incontri culturali del Novecento. Quel momento segnò l’ingresso del sitar nell’immaginario collettivo occidentale, ma come spesso accade quando culture diverse si incontrano, la ricezione fu parziale, a volte superficiale. Il sitar divenne il simbolo di un Oriente immaginario, psichedelico e spirituale, spesso ridotto a mero colore esotico nella palette sonora della musica rock internazionale.

Oggi, a distanza di più di mezzo secolo, è Anoushka Shankar – figlia di Ravi e sua legittima discendente artistica – a portare avanti quell’eredità, ma con una consapevolezza radicalmente nuova. La sua musica non è semplicemente un ponte tra Oriente e Occidente, ma un vero e proprio laboratorio di identità post-coloniale, uno spazio sonoro dove si affrontano temi come le migrazioni, i confini, le memorie coloniali e la rappresentazione dei soggetti subalterni.

In questo articolo esploreremo come Anoushka Shankar stia ridefinendo il ruolo del sitar nella contemporaneità, attraverso un approccio che unisce il rigore della tradizione classica indiana alle teorie post-coloniali e a un impegno artistico profondamente radicato nel nostro tempo.

La genealogia del sitar pop: tra curiosità e banalizzazione

Il percorso del sitar nella musica occidentale inizia in modo quasi pionieristico. Dopo i Beatles, lo strumento apparve in numerose produzioni rock e pop, dai Rolling Stones fino a musicisti jazz come John Coltrane, profondamente influenzato dalla spiritualità e dalle strutture musicali indiane.

Tuttavia, come nota lo studioso Gerry Farrell nel suo saggio Reflecting Surfaces, l’uso del sitar in Occidente rifletteva spesso solo le superfici della tradizione musicale indiana, piuttosto che le sue strutture più profonde e complesse. Lo strumento veniva impiegato in chiave evocativa, per suggerire atmosfere psichedeliche o orientaleggianti, ma raramente ne venivano comprese appieno le potenzialità espressive e tecniche.

In India, questo fenomeno venne accolto con ambivalenza. Da un lato c’era l’orgoglio per la visibilità internazionale di Ravi Shankar, celebrato come ambasciatore della cultura indiana nel mondo. Dall’altro, serpeggiava il timore che la complessità e la peculiarità della tradizione musicale indiana venissero banalizzate e ridotte a mera spettacolarizzazione.

Come si passa dunque da quel contesto storico alla musica di Anoushka Shankar? Per comprendere questa trasformazione è necessario fare riferimento a un articolato quadro teorico che ci aiuti a interpretare come il significato di uno strumento musicale possa mutare attraverso il tempo e differenti contesti culturali. Tre sono i pensatori fondamentali per decifrare il percorso artistico di Anoushka Shankar: Arjun Appadurai, Gayatri Chakravorty Spivak e François Hartog.

Arjun Appadurai e l’indigenizzazione

L’antropologo di origine indiana Arjun Appadurai ha rivoluzionato il modo di concepire la globalizzazione culturale. Nel suo famoso saggio Modernità in polvere, Appadurai supera il modello centro-periferia, che interpretava le dinamiche culturali come flussi unidirezionali dall’Occidente verso il resto del mondo. Ad esempio, la diffusione del sitar nella musica pop in Occidente ci mostra un movimento opposto, poiché è la cultura indiana ad essere recepita ed incorporata in un contesto musicale nuovo, attraverso scambi spesso asimmetrici e non gerarchici. Appadurai introduce il concetto di indigenizzazione per descrivere come una cultura locale non riceva e assimili in maniera passiva un modello globale, ma lo trasformi: “Quello che queste tesi non riescono a cogliere – scrive Appadurai – è che le forze che provengono da diverse metropoli, una volta importate in società diverse, tendono altrettanto rapidamente a essere indigenizzate in un modo o nell’altro. Ciò vale per la musica e l’arredamento domestico come per le scienze e il terrorismo, gli spettacoli e le costruzioni.”

Con Anoushka Shankar si può parlare di un’inversione del processo, poiché è una musicista che pur legata alla formazione tradizionale del sitar trasmessale dal padre, non si limita a esportarla in Europa, ma rielabora anche generi e stili musicali occidentali come, ad esempio, il flamenco in una chiave tutta personale, diasporica e anche politicamente consapevole. In un’intervista alla CBC, Anoushka riflette consapevolmente su questo processo:

And so then growing up thinking the way that I’ve been thinking about music and wanting to kind of strip things down, it’s almost like I think I’m being influenced in reverse by where the influence of Indian music got taken in the West. And then again thinking about those repeating mentalities and simplicities and not getting too linear and busy and how to create that space for people through hypnosis and repetition. So, it was almost like I was getting influenced back again in a full circle way.

[E così, crescendo, pensando come ho pensato alla musica, e volendo in un certo senso semplificare le cose, è quasi come se fossi influenzata al contrario da dove l’influenza della musica indiana è stata portata in Occidente. E poi, di nuovo, pensando a quelle mentalità e semplicità che si ripetono, a non diventare troppo lineari e a come creare quello spazio per le persone attraverso l’ipnosi e la ripetizione. Quindi, è stato quasi come se fossi stata influenzata di nuovo, in un modo circolare.]

Anoushka in questo modo non si pone semplicemente come un tramite tra le culture, ma come una personalità attiva che decide essa stessa ove collocarsi fra l’eredità paterna e le varie dinamiche del presente globale.

Gayatri Chakravorty Spivak e la voce del subalterno

La realtà contemporanea è permeata da circoli disallineati di persone, immagini, idee o tecnologie combinate in maniera non sempre rettilinea, e in cui non si partecipa secondo condizioni di uguaglianza. Le possibilità di incidere sui processi globali sono, infatti, diversificate e spesso caratterizzate da marginalizzazione e gerarchie di potere.

La filosofa bengalese Gayatri Chakravorty Spivak, nel suo celebre saggio Can the Subaltern Speak?, problematizza la rappresentazione dei soggetti post-coloniali, interrogandosi sulle condizioni che permettono o impediscono a queste voci di emergere nei contesti dominanti. Spivak distingue tra due forme di rappresentazione: il parlare al posto di altri (rappresentanza politica, Vertreten) e la rappresentazione estetico-artistica (Darstellen) che rivela identità e culture. Secondo Spivak, queste due dimensioni sono intrecciate ma non coincidono, e confonderle rischia di generare le stesse dinamiche coloniali che storicamente hanno “silenziato” i soggetti subalterni.

Anoushka Shankar si posiziona esattamente nel mezzo di questa tensione. Come musicista diasporica e figlia di Ravi Shankar, si relaziona con un’eredità artistica che in passato è stata simbolo di rappresentazioni semplificative ed esotizzanti dell’India in Occidente. Le sue opere possono dunque essere viste come un modo di agire all’interno di queste dinamiche di rappresentazione, senza aderire né a una tradizione puramente indiana né al ruolo di soggetto passivo.

François Hartog e i regimi di storicità

In quali condizioni una voce può emergere, non solo culturalmente, ma anche temporalmente e storicamente? Dopo aver quindi individuato i limiti della rappresentazione, si ritiene ora necessario uno strumento per comprendere in che modo la percezione collettiva stessa del passato e del presente influenzi le direzioni di quella voce e le possibilità di prendere la parola. È, infatti, fondamentale considerare non solo il soggetto, ma anche in quale temporalità storica si collochi il discorso e, su questa base, quali narrazioni passate e memorie culturali vengano accettate o rifiutate e silenziate.

Lo storico francese François Hartog introduce il concetto di regime di storicità per descrivere il modo in cui una società si rapporta al passato, vive il presente e immagina il futuro. Ogni epoca attiva memorie diverse e attribuisce significati differenti agli stessi oggetti culturali.

Il sitar ha viaggiato attraverso diversi regimi di storicità: negli anni Sessanta, nel contesto della pop culture occidentale, era caricato di significati spiritualizzanti e fungeva da simbolo di un Oriente immaginario. Oggi, con le scelte artistiche di Anoushka Shankar si lega invece ad un nuovo regime, in cui la memoria musicale e le competenze acquisite dalla musicista non sono più rivolte ad evocare un’immagine di India come alterità esotica, ma sono inserite in una nuova riflessione critica sulla globalizzazione nel mondo contemporaneo e sull’eredità coloniale.

Land of Gold (2016), un album manifesto

Land of Gold, pubblicato nel 2016, rappresenta forse l’espressione più compiuta della visione artistica di Anoushka Shankar. Il titolo dell’album prende ispirazione dalla tragica immagine del corpo senza vita del piccolo Aylan Kurdi, il bambino siriano annegato su una spiaggia turca mentre cercava rifugio in Europa.

In questo lavoro, il sitar perde definitivamente ogni connotazione esotica per farsi strumento di denuncia sociale e di rappresentanza delle fasce più deboli ed emarginate della popolazione globale. Come spiega la stessa Shankar:

Land of Gold is the culmination of my journey to the interior, channelling my distress at the situation in a constructive way, exploring the stories of the voiceless and dispossessed. I believe that art can make a difference – it connects us to our hearts, bringing us back to what really matters. Music has the power to speak to the soul.

[“Land of Gold” è il culmine del mio viaggio interiore, in cui incanalo la mia angoscia per la situazione in modo costruttivo, esplorando le storie di chi non ha voce e di chi è emarginato. Credo che l’arte possa fare la differenza: ci connette al nostro cuore, riportandoci a ciò che conta davvero. La musica ha il potere di parlare all’anima.]

L’album si sviluppa come un vero e proprio viaggio narrativo attraverso le tappe simboliche del movimento migratorio:

Boat to Nowhere apre il disco evocando il senso di smarrimento e direzione perduta, con il sitar che agisce come una voce che amplifica la disperazione di chi intraprende il viaggio.

Dissolving Boundaries rappresenta il superamento dei confini attraverso un dialogo tra il pianoforte e le note cadenzate del sitar, in un crescendo di speranza.

Last Chance e Crossing the Rubicon costituiscono il cuore drammatico dell’album, con ritmi inquieti e temi quasi marziali che descrivono la paura e la soglia della lotta per la sopravvivenza.

Land of Gold e Say Your Prayers affrontano il tema della genitorialità nei contesti migratori, con una particolare attenzione alla protezione dei soggetti più vulnerabili, i bambini.

Remain the Sea, vede la partecipazione dell’attivista Vanessa Redgrave, la quale legge un testo della poetessa Pavana Reddy e chiude il disco lasciando uno spazio di respiro e fiducia nell’umanità, accompagnato da un ritmico battito cardiaco che lascia spazio al sitar e ai versi primordiali della poesia.

Il brano finale Reunion è stato invece concepito per lasciare uno spazio di respiro nell’ascoltatore, un raggio di fiducia nell’umanità per la ricostruzione e la speranza nel futuro dato dalla melodia gioiosa.

Dal punto di vista sonoro, Land of Gold si caratterizza per una sofisticata fusione di linguaggi: al sitar si affiancano musica elettronica, jazz, e collaborazioni con artisti internazionali come Manu Delago, virtuoso dell’hang – o handpan -, uno strumento a percussione di origine svizzera che evoca timbri onirici ed extra-occidentali. Quest’ultimo, in particolare, rappresenta una scelta significativa: l’hang è uno strumento moderno ma percepito con una sonorità antica, e questa ambiguità temporale si lega perfettamente al lavoro di Shankar, che costruisce un prodotto musicale profondamente transculturale.

Oltre la musica: un femminismo transnazionale

Anoushka Shankar si identifica apertamente come artista femminista, ma il suo approccio evita consapevolmente le semplificazioni del femminismo occidentale tradizionale. Partendo dalla sua esperienza di donna con radici migranti, la musicista dà voce a corpi vulnerabili – in particolare alle donne che partoriscono in condizioni di precarietà durante la migrazione – in un’ottica transnazionale che supera la dicotomia Nord-Sud del mondo.

Come nota Devaleena Das nel saggio What’s in a Term: Can Feminism Look beyond the Global North/Global South Geopolitical Paradigm?, il femminismo contemporaneo deve saper problematizzare i propri confini geografici e culturali. Anoushka incarna perfettamente questa esigenza, unendo idealmente confini simbolici, geografici e musicali. I versi finali della poesia presente in Remain the Sea sono esemplificativi: “The body is a continent / But may your heart always remain the sea.” Un’immagine potente che descrive un’identità fluida e in movimento, che rifiuta di essere racchiusa in confini rigidi e narrazioni predefinite.

Conclusioni: una voce scomoda ma necessaria

Il caso di Anoushka Shankar ci costringe a confrontarci con le complessità e le contraddizioni della globalizzazione culturale. Da un lato, la sua visibilità internazionale e il successo commerciale rischiano di inserirla in quel sistema di mercato che, nell’ottica della world music, tende ad agevolare la complessità in forme rapidamente consumabili. Dall’altro lato, il suo impegno artistico rappresenta una delle voci più autentiche e critiche del panorama musicale contemporaneo, capace di tenere insieme tradizione e innovazione, impegno politico e sperimentazione sonora. Come ricorda Spivak, dare voce non basta: bisogna farlo con consapevolezza critica, problematizzando costantemente il proprio sguardo. È quello che fa Anoushka attraverso la sua musica, e quello che dovremmo fare noi ascoltandola.

L’impegno artistico di Anoushka Shankar ci invita dunque a una riconfigurazione del rapporto tra passato, presente e futuro attraverso un regime di storicità che riconosca l’azione attiva dei soggetti diasporici come portatori di memorie passate e visioni critiche del presente. In questa cornice, la vulnerabilità diventa un importante elemento etico attraverso cui ridisegnare le narrazioni culturali dominanti. Il suo sitar non è più solo uno strumento musicale: diviene un atto politico, un invito a ripensare le geografie culturali, a immaginare un futuro più inclusivo e a riconoscere la complessità delle identità contemporanee. È la voce di un’India che non vuole più essere simbolo esotico, ma soggetto attivo nel dialogo globale.

Fonti e approfondimenti

Anoushka Shankar, sito ufficialehttps://www.anoushkashankar.com

AYROLDI, La profetessa del sitar: Anoushka Shankar, Fondazione Festival dei Due Mondi, Spoleto, 2025. https://www.festivaldispoleto.com/eventi/anoushka-shankar

APPADURAI, Modernità in polvere, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2011.

BBC,   Explore           Anoushka        Shankar’s        genre-defying style,

https://www.bbc.com/reel/video/p0k6r1mv/explore-anoushka-shankar-s-genre-defying-style

CBC, Anoushka Shankar wants you to hear the sitar differently, https://youtu.be/D3GAM8QC0S8

CLIFFORD, ‘Diasporas’ in Cultural Anthropology, vol. 9, n. 3, 1994, pp. 302-338. http://www.jstor.org/stable/656365

DAS, What’s in a Term: Can Feminism Look beyond the Global North/Global South Geopolitical Paradigm?, in M/C Journal, vol. 20 n. 6. University of Wisconsin- Madison, 2017, https://doi.org/10.5204/mcj.1283

DETIENNE, Setting a variety of regimes of historicity in perspective, in Comparing the Incomparable, trad. inglese di Janet Lloyd, Stanford University Press, California, 2008, pp. 40-56.

FARRELL, Reflecting Surfaces: The Use of Elements from Indian Music in Popular Music and Jazz, in Popular music vol.7 n. 2, 1988, pp. 189-205. https://www.jstor.org/stable/853536

HARTOG, Regimes of Historicity: Presentism and Experiences of Time, Columbia University Press, New York, 2015.

Il jazz ispirato dall’India, in “Corriere della sera”, https://www.corriere.it/la-lettura/contenuti-del-giorno/2022/06/28/jazz-ispirato-dall-india-247056d8-f6bb-11ec-9143- 1626935df89d.shtml

‘SITĀR’,        Grove  Music  Online,            Oxford University      Press,  2001.

https://www.oxfordmusiconline.com/grovemusic/view/10.1093/gmo/9781561592630.001.000 1/omo-9781561592630-e-0000025900

SOUNDTRACKS       QH,     An       Interview        with     Anoushka        Shankar, https://www.youtube.com/watch?v=XBKl4IQ6l9c

SPIVAK, Can the subaltern speak?, in Imperialism, Routledge, 2023, pp. 171-219.

STOCKILL, Who wants tradition in the Beatles generation? Ravi Shankar, the Indian Press and the cultural politics of reception 1966-68, University of British Columbia, Vancouver, 2013

WERNER & ZIMMERMANN, Histoire Croisée and the Challenge of Reflexivity, in History and Theory, vol. 45, n. 1, Wiley for Wesleyan University ed., 2006, pp. 30-50. https://www.jstor.org/stable/3590723

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