“Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia”: l’emozionante regia di Michele Ruol

Michele Ruol esordisce nella narrativa con il romanzo Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia (TerraRossa, 2024). Un esordio potente, che ruota attorno alla vita di una famiglia qualunque, colpita da una tragedia che trasformerà il significato di ogni momento della loro vita.
Quante volte vi devo dire che non si gioca a calcio in casa!
Spalancata la porta, si era trovata davanti Maggiore, Minore e Padre – quest’ultimo con ancora il cappotto e il pallone sottobraccio.
Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia, p.14
Madre, Padre, Maggiore e Minore. Questi gli unici appellativi che vengono utilizzati, ogni altro personaggio viene presentato in relazione ad essi. Fin da subito è reso chiaro quanto non siano rilevanti i dettagli della storia: i nomi, i quando, i dove, e nemmeno troppo precisamente i cosa. Si conosce solo lo stretto necessario per navigare i viaggi nel tempo compiuti dall’autore, dettati non tanto da una cronologia degli eventi, ma dall’ordine con cui decide di far conoscere le vite dei suoi protagonisti.
Ciò non crea confusione, pone anzi l’accento sulle emozioni e la psiche dei personaggi, la loro lotta fuori e dentro i legami famigliari, fuori e dentro sé stessi. Il lettore può facilmente riconoscere le tribolazioni quasi assurde di un quotidiano vissuto in famiglia, da piccole inezie a logoranti fatiche, fatte di interazioni ripetitive, ruoli capitati, assunti o auto-imposti in un piccolo universo di quattro persone. Anche i dolori più profondi e insormontabili vengono raccontati sulla prospettiva di decenni, di cui si possono vedere solo piccoli frammenti per volta, seguendo il ritmo dei personaggi. Un ritmo reale, che non rispecchia il tentativo di romanzare un trauma familiare ma anzi quello di riportarlo con il massimo tatto e realismo.
Per quanto ci sforziamo di inventare, tutto è già successo, e tutto succederà in modo imprevedibile: possiamo solo immaginare nuovi modi di raccontare la realtà
Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia, p.8
Fedele al titolo, l’autore dispiega tutta questa complessità con un escamotage semplice e astuto: l’inventario, per l’appunto. Le vite di Madre e Padre e dei due figli si dipanano nell’analisi della casa di famiglia e dell’auto, un oggetto per volta. Lo stile esprime appieno l’esperienza di autore teatrale e di racconti di Ruol: i capitoli sono concisi, a volte contano anche solo un paragrafo o due, dando una breve istantanea di un avvenimento, di un’esatta emozione. La scrittura scorrevole e diretta ricorda una sceneggiatura, con curate descrizioni degli ambienti a fare da introduzione e poi dialoghi a fare da protagonisti dalla narrazione, nessuna barriera formale a separare il discorso diretto dal resto delle frasi se non qualche virgola. Il linguaggio è familiare, vivo, fatto di parole ed espressioni che si possono risentire tra le mura di casa propria, accorciando ancor di più le distanze dal romanzo. L’unico intoppo: un contenuto che può persino risultare banale e ripetitivo, fin troppo noto al lettore.
Ciononostante, il risultato finale è un lavoro intricato e attento alla visione d’insieme: l’affiancare piccole fatiche ordinarie e momenti drammatici aiuta a porre su un unico piano tutta una storia di vita familiare, a non tralasciare l’importanza di ogni piccolo pezzo di vissuto. La banalità s’incrina, scopre dettagli e significati la cui importanza è facile sminuire: ci sono sempre decisioni più grandi, dolori più profondi, gioie e soddisfazioni più importanti, eppure l’intreccio familiare si ciba di quel quotidiano su cui è facile sorvolare.
Proprio qui spicca l’abilità di Ruol, nel selezionare i tasselli, nel comporre il dettagliato mosaico di scelte, parole, azioni, piccole sfumature che si creano in risposta le une alle altre. Questo inventario di piccolezze aiuta a restituire un’immagine molto più complessa delle singole parti, una modalità perfetta per un tema facilmente banalizzabile come quello della famiglia.
Non ne avevano più parlato, Madre e Padre, non avrebbe avuto senso. In questa mancanza di senso stava l’inizio del loro scisma.
Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia, p.43
In tal modo, ogni capitolo straborda dello sforzo umano compiuto dai protagonisti del romanzo: nel superare la morte tanto quanto nel superare silenzi, distanze e ruoli costruiti in anni e anni di abitudini non tanto errate, quanto sorte spontaneamente adattandosi alla presenza di nuove circostanze. Madre e Padre si costruiscono e decostruiscono nel corso di decenni, ridiventano ragazzi senza responsabilità un attimo dopo aver discusso di come crescere i propri figli e viceversa, inseguendo le loro scelte avanti e indietro nel tempo fino a comprenderli al meglio.
Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia abbandona ogni tentativo di risultare pretenzioso, ogni risposta facile è rimandata al quadro complessivo, all’intera esperienza di lettura. La forma valorizza il contenuto e invita ad accogliere ogni voce dell’inventario, grande o piccola che sia, come parte rilevante della storia. Un invito valido per qualsiasi storia, a non banalizzare e non sorvolare sui propri stessi sforzi, sulle proprie decisioni, sulle proprie possibilità di fronte a situazioni che sembrano non lasciarne alcuna.
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