Letteratura,  Scienze e tecnologia

Comunicazione genitoriale e letteratura per l’infanzia – Come spiegare il mondo ad un bambino

La persistenza delle notizie ci raggiunge dagli autoparlanti di metro e tram, negli intermezzi tra le canzoni alla radio, sullo schermo dei nostri smartphone, a casa davanti al telegiornale. Per capire cosa succede nel mondo non è più necessario acquistare la carta stampata ogni mattina: novità e scalpori arrivano alla nostra attenzione a prescindere dalla volontà, pretendendo un accesso trasversale alla dimensione privata. A causa di questa persistente comunicazione, diventa impossibile applicare un filtro veicolante ai contenuti a cui decidiamo di approcciarci. 

Nella medesima forma, ma con effetti potenzialmente più dannosi, a tale problematica è costantemente sottoposto un pubblico infantile, percettore involontario di un crescente numero di informazioni, capaci di influire negativamente come elementi di sovraccarico. In questo flusso di informazioni diventa quindi impossibile sviluppare una qualsiasi forma di “censura genitoriale” a scopo preparatorio nei confronti delle fasce di pubblico più sensibili. 

Secondo Paola Scalari, psicologa specializzata nell’adolescenza e nei rapporti genitori-figli: « Quel che possiamo fare però è ‘tradurla’ ai nostri bambini per renderla più accettabile, veicolando al tempo stesso concetti importanti di educazione civica, che diano un insegnamento positivo e non li facciano sentire né impotenti né inutili »

La dimensione scolastica e familiare, nell’essenziale processo divulgativo, si presenta dunque come un necessario punto di riferimento, ricoprendo così un ruolo di indubbia rilevanza per quanto concerne la presentazione e l’approfondimento di quei temi normalmente considerati inadatti ad un pubblico infantile. A guidare il ragazzo nell’inevitabile processo di comprensione della realtà gioca un ruolo essenziale la presenza di una letteratura mirata a sopperire ai bisogni di una fascia di lettori in continuo aumento. 

Nascita e sviluppo della Letteratura per Bambini

Il mercato librario, negli ultimi 150 anni, è stato protagonista di un repentino moltiplicarsi dei generi editoriali dedicati a nuove ed emergenti fasce di pubblico. Alla letteratura alta e istituzionale si affianca dunque una letteratura “bassa”, di stampo popolare, mirata all’inclusione di fasce della popolazione meno acculturate, provenienti da classi sociali non esclusivamente di matrice aristocratica. Stiamo parlando della medio-borghesia e del proletariato urbano, che alla fine del 1800, a seguito della legge Casati (1861) e della legge Coppino (1877), costituisce un nuovo pubblico pagante neo-alfabetizzato. All’aumento della domanda consegue, proporzionalmente un aumento dell’offerta, atta a soddisfare i crescenti bisogni delle nuove classi di lettori. 

Nasce così una letteratura inedita e non più erudita, resa popolare tramite il sapiente uso, da parte degli editori, dei “feuilleton”, che permettevano la pubblicazione, a puntate, sui giornali. Ne è dimostrazione tangibile lo straordinario successo di Emilio Salgari, padre di Sandokan, che guida il mercato italiano verso l’affermazione del romanzo di avventura, per non parlare di autrici come Carolina Invernizio, capaci di creare una letteratura per le donne, fino a quel momento prive di una “direzione letteraria”. In un mondo in continua evoluzione, si affaccia al panorama letterario una neo-alfabetizzata classe di “giovani lettori” che ricercano, nella straordinaria offerta di fine ottocento, una produzione laica dedicata a rispondere alle loro esigenze, non solo ludiche ma anche istruttive. 

A differenza dei romanzi scritti da E. Salgari o da C. Invernizio, un genere dedicato alla dimensione infantile presuppone una diversa attenzione, non solo nel contenuto, ma anche nel linguaggio: catturare l’interesse e l’attenzione di un bambino, portando allo stesso tempo contenuti educativi, capaci di aderire alla realtà senza urtare le sensibilità, è un compito complesso per uno scrittore che poco ha in comune con il suo giovane pubblico.

Per tradizione, le belle lettere avevano dato dignità di protagonisti sempre e solo a personaggi d’età adulta, riservando a bambini e adolescenti un’attenzione episodica, magari altamente suggestiva ma di scarso rilievo nell’economia funzionale del testo. Ora invece i ragazzi entrano a pieno titolo nella pagina, come soggetti dotati d’una personalità ben strutturata.

V. Spinazzola Pinocchio & C,Il saggiatore, 1997

Un viaggio nei romanzi della tradizione

Scrivere un romanzo per bambini richiede l’uso di un linguaggio diverso, di facile comprensione e a forte impatto emotivo, capace non solo di attirare l’attenzione dei giovani lettori ma anche di mantenerla salda per l’intero atto di lettura. Un romanzo in particolare è riuscito a convogliare alla perfezione lo scopo ludico e quello educativo, creando un piccolo capolavoro canonizzato dallo scorrere del tempo. 

“Cuore” di Edmondo de Amicis

Parliamo di Cuore (1886) di Edmondo de Amicis, un libro “particolarmente dedicato ai ragazzi delle scuole elementari”. L’opera, rimasta impressa nell’immaginario comune di un’intera nazione, è una “pietra miliare” della letteratura per l’infanzia ed è considerabile, sotto molti aspetti, un vero e proprio capostipite del genere, tanto da essere ancora proposto nelle scuole primarie come lettura obbligata. Il libro presentato al giovane lettore attraverso l’espediente di un “manoscritto ritrovato” redatto dal protagonista, Enrico Bottini, con l’aiuto del padre, racconta, l’anno scolastico 1881-82 di una classe torinese di terza elementare. 

Copertina di Cuore, di E. De Amicis, Garzanti, 1962

Dal punto di vista strutturale il romanzo è caratterizzato dalla presenza di tre percorsi narrativi indipendenti: il primo, autobiografico, descrive il variegato microcosmo scolastico attraverso lo sguardo di Enrico Bottini, giovane studente; il secondo, epistolare, costituisce la parte morale, la “predica”, affidata alle parole dei genitori del protagonista; il terzo e ultimo, narrativo, costituisce la parte più patetica e commuovente dell’opera, consegnata alle parole del maestro, nei suoi “racconti mensili”.

La frammentarietà dei diversi filoni è tenuta insieme dalla cornice, rappresentata dalla dimensione scolastica di una classe di studenti eterogenei per estrazione sociale, provenienza geografica e situazione familiare, fornendo così un quadro completo di un microcosmo fortemente proiettato verso disagi e problematiche sia particolari (come la questione meridionale), sia universali (bullismo, crescita personale, la paura della morte).

La peculiarità comunicativa di un libro come Cuore si innesta perfettamente all’interno di un panorama culturale complesso e in continua evoluzione. Il romanzo, pubblicato 20 anni dopo l’Unità d’Italia, descrive una società in radicale mutamento, caratterizzata dall’affermazione del nuovo ceto borghese e all’immigrazione, nelle grandi città (tra cui Torino), di quella popolazione contadina meridionale travolta dalla “fumana del progresso” che bene viene descritta dai “Malavoglia” Giovanni Verga. 

La classe in cui Enrico Bottini studia ricalca, come fosse una studiata metafora sociale, le diverse realtà che popolano una città industrializzata come Torino: Derossi, il primo della classe, proviene da una famiglia benestante, Franti è invece un figlio del sottoproletariato e verrà espulso a causa delle sue manifestazioni  di  violenza e rabbia; Coriaci incarna le problematiche relative alla questione meridionale, è infatti figlio di emigrati calabresi.

Attraverso l’uso di personaggi piatti, al limite dello stereotipo, l’autore ricrea un ambiente familiare e comune a tutti i giovani lettori, portando il processo immedesimativo ad un livello tale da permettere la drammatica comprensione di una società avida e classista. Presupposto fondamentale dell’opera pare essere dunque quello di provocare, con un linguaggio consono al suo pubblico, una presa di consapevolezza da parte del lettore, avvicinandolo così ad un mondo apparentemente incomprensibile. 

Vittorio Spinazzola, nel suo saggio Pinocchio & C (1997) analizzando l’opera di De Amicis afferma che:

Nella loro melodrammaticità conclamata, questi racconti portano al culmine il programma di far familiarizzare i ragazzi con i fantasmi del sangue e della morte: come del resto han sempre fatto le fiabe d’ogni tempo e paese. Qui però prove di coraggio e gesti di valore appaiono esaltati nella loro sublimità ma assieme presentati come il risultato d’una scelta morale naturalissima: di modo che tutti i lettori possano e debbano sentirsi in grado di emularli.

V. Spinazzola Pinocchio & C,Il saggiatore, 1997

L’impresa deamicisiana costituisce dunque, secondo Spinazzola, un “Kulturkampf” che tre il suo rilievo dalla lucidità con cui si colloca a livello d’una divulgazione educativa di massa. Il romanzo ha come obiettivo quello di galvanizzare la fiducia dell’io in sé stesso, fornendo una risposta alle domande di una generazione emergente capace di far sentire la propria voce. Secondo Cuore la risorsa vincente risiede nell’applicazione della solidarietà nei confronti dei membri della propria comunità. 

“Le traversie della vita non possono venir esorcizzate attraverso il raziocinio puro: ma anziché giustificarle in chiave metafisica, occorre aprirsi alle ragioni del cuore, nel loro universalismo assiomatico” 

V. Spinazzola Pinocchio & C,Il saggiatore, 1997

“Per questo mi chiamo Giovanni” di Luigi Garlando

I fanciulli che all’inizio del’900 leggevano “Cuore” si pongono, seppur in un contesto storico differente, le stesse domande di quei giovanissimi lettori che nell’oggi entrano a contatto con i romanzi di autori come Luigi Garlando, campione del genere nella modernità. Un suo lavoro, in particolare, sembra aver segnato la nostra generazione, diventando canonico ed entrando a far parte dei manuali di narrativa nelle scuole: Per questo mi chiamo Giovanni (2004) ci racconta, attraverso un moto dialogico-riflessivo tra Giovanni, bambino di nove anni cresciuto a Palermo, e Luigi, suo padre, la storia del magistrato Giovanni Falcone, ucciso dalla mafia nel maggio del 1992. 

L. Garlando, Per questo mi chiamo Giovanni, Rizzoli, 2004

L’opera di Garlando sembra trovare i suoi punti di forza fondamentali nel meccanismo di dialogo padre-figlio: la figura genitoriale in questo caso comprende come il modo migliore per tutelare il figlio, portandolo a crescere come uomo, sia renderlo consapevole della realtà, rispondendo a tutte quelle domande che scandiscono il flusso del racconto.

Giovanni, nel suo microcosmo scolastico (analogo per molti tratti a quello Deamicisiano) si trova a non voler denunciare l’atto di bullismo commesso da Tonio, un compagno di classe che rubava i soldi e praticava atti di violenza. Alla fine del romanzo, la storia della lotta di Giovanni Falcone contro la mafia e l’omertà, ispirano il bambino a segnalare l’ingiustizia alle maestre, ponendo così fine al “piccolo regime di paura” imposto dal suo coetaneo. La presa di coscienza da parte di Giovanni deriva dal racconto che il padre decide di sottoporgli, mettendolo così a contatto con un aspetto della realtà che per quanto atroce, lo spinge verso la giusta direzione. 

La percezione emotiva d’allarme

Il ruolo di romanzi come Cuore e Per questo mi chiamo Giovanni è dunque quello di fornire una sostanziale “via d’uscita” alla tormentosa incognita rappresentata dalla morte e dal dolore. Secondo la Dott.ssa Maria Luisa Gargiulo, specializzata nella psicologia infantile, questi elementi costituiscono una concentrazione di stimoli ad alto impatto emotivo, che possono creare allarme e disorientamento nei più piccoli.

Pur non sapendo concepire la gravità di un evento i bambini sono perfettamente in grado di cogliere gli aspetti emotivi veicolati dalla notizia, ancor prima di comprendere di quale evento si tratti. Ne deducono che sta succedendo qualcosa di brutto, qualcosa che i grandi coinvolgono a tal punto e con tanta enfasi nei loro discorsi per cui non può che essere una circostanza importante davanti alla quale c’è bisogno di attivarsi. 

Da questa percezione d’allarme indefinita, che non trova il suo senso d’esistere, la sua causa, nasce un’unica domanda, la più logica e naturalmente spontanea per un bambino: Perché?

La vastità in ogni perché. Alla ricerca del principio di causalità

“Perché ci sono i poveri?”, “Perché dice che è dovuto scappare?” “Perché ci son tante persone che gridano?”, “Perché stanno portando via quell’uomo?”, “Cosa vuol dire ergastolo?”, “Cos’è il suicidio?” “Perché si fa la guerra?” A chi il mondo nella sua veste più cruda e reale non lo conosce ancora, domande di questo tipo acquisiscono un valore legittimo e necessario.

Lo stile narrativo di Garlando, capace di prevedere le interrogazioni che i giovani lettori si pongono continuamente, ricalca il pensiero della psicologa Michela Garbosa, secondo la quale l’espressione di preoccupazione e spavento di un figlio di fronte alla tragicità di una notizia di cronaca, come le stragi di mafia raccontate nel romanzo, dimostra la sua capacità di distinguere la finzione che ritrova nel gioco dai fatti reali. Una reazione significativamente più matura del restarne indifferente soprattutto in un momento della crescita in cui generalmente si ha poca esperienza con avvenimenti del genere. 

In chi se non nei bambini si riconosce la voglia di conoscere, l’audace tendere alla scoperta del nuovo? L’età dei perché e delle infinite domande rappresenta una fase fondamentale nello sviluppo intellettivo del bambino e nella formazione di una sua propria concezione del mondo. Chiedere “Perché?” risponde al desiderio di scoprire, soddisfa la loro indomabile curiosità. 

Jean Piget, uno dei primi studiosi della cognizione infantile, chiama questa tipica fase dei perché sottostadio del pensiero intuitivo (4-7 anni) in cui, in concomitanza allo sviluppo del linguaggio e all’acquisizione di consapevolezza dell’ambiente che lo circonda, un senso di meraviglia attecchisce in ogni dettaglio

A partire da una sua sensazione, da un suo presagio – da un’intuizione per l’appunto – a cui non riesce ad attribuire una spiegazione, egli vorrà sapere di più e sempre più approfonditamente. I perché si faranno così fitti tanto da poter arrivare a 250 domande al giorno, una media di 23 all’ora secondo uno studio inglese. 

Il Professore Umberto Galimberti vede nella nascita del perché dei bambini un elemento centrale della loro maturazione. Chi è in grado di porre domande, inizia a capire le correlazioni, a intravedere la dimensione logica e sequenziale degli avvenimenti. Secondo lo studioso, quando i bambini chiedono il perché delle cose non fanno altro che cercare il principio di causalità

L’interminabilità delle loro domande, indica il desiderio di voler ricercare le cause ultime dell’essere fino alla conquista dell’ultimo perché. Solo allora i puntini si uniranno e otterranno in qualche modo il senso che ricercano. Dovremmo, noi adulti, imparare dalla loro curiosità e interrogarci rispetto a quel che pensiamo di sapere. 

Un’impresa nobile, inarrivabile perfino dai più grandi filosofi. Ma i bambini sognano in grande, credono nel futuro, sotto sotto sanno sempre che c’è di più, molto di più di quel che solamente intravedono da un metaforico velo opaco, sono dei piccoli Schopenhauer e sanno anche che c’è molto di più di quel che i grandi gli han mostrato fino ad allora. Ma proprio i grandi, i loro genitori son i principali interlocutori attraverso cui il bambino può accedere al sapere che tanto ricercano. Saranno loro a dover rispondere ai perché dei loro figli, ad essere, volente o nolente, sottoposti a quesiti di cui non hanno mai raggiunto una risposta, i primi intermediari tra il bambino e un mondo ancora da conoscere. 

Il tramite della comunicazione genitoriale

La progressiva espressione verbale di nuove idee, concetti e interrogativi è il risultato dello sviluppo linguistico e cognitivo del bambino grazie al quale ritrova nella parola uno strumento che permette il contatto con il mondo e il confronto nella sua condivisione con gli adulti.

I genitori si dimostrano essere, in ambedue i romanzi presi in analisi, i principali interlocutori attraverso cui il bambino può accedere ad un sapere fino ad ora precluso. È loro dovere rispondere ai “perché” dei figli, ponendosi come indispensabili intermediari tra il bambino, che reclama la necessità di essere “preso sul serio” e il mondo. Questa attività di scambio tra generazioni è finalizzata alla costruzione di un universo di significati condivisi, confermati in primo luogo dalle loro figure di riferimento e solo successivamente anche dal mondo esterno. 

Si assiste ad un processo in cui il genitore diventa il mediatore dei significati del mondo, il portatore di un modo di conoscere sulla base del quale il bambino forgerà il suo approccio alla realtà.

Nei medesimi termini Vittorio Spinazzola, nel saggio Pinocchio & C mette in luce la mediazione genitoriale nello svolgimento dell’atto di lettura. A differenza dei libri destinati ad un pubblico femminile la produzione letteraria dedicata ai ragazzi, che si identificano come destinatari finali del testo, prevede il tramite del genitore, acquirente dell’oggetto librario. L’adulto nel momento in cui acquista un romanzo destinato ad un fanciullo terrà conto non solo dei desideri spontanei del destinatario ma farà anche valere la sua responsabilità nello stabilire cosa sia più conveniente dargli da leggere. Le richieste di questo straordinario pubblico verranno filtrate, corrette e censurate dalla mentalità della generazione che gli precede, che presume di interpretare al meglio i nuovi interessi. Si assiste, in quest’ottica, ad un processo essenziale in cui il genitore diventa mediatore dei significati del mondo, portatore di un sistema di conoscenze sulla base delle quali il bambino forgerà il suo approccio alla realtà.

Il genitore che porta il mondo al bambino definisce – nel suo letterale significato – ponendo fine al significato di questo terrore senza nome, soddisfando il dubbio generatore di quel perché.

De Amicis alla fine dell’800 e Garlando nella contemporaneità ci insegnano che la comune credenza secondo cui, per proteggere il proprio figlio dal dolore e dalla paura bisogna evadere argomenti complessi e cruenti, non è la soluzione per una crescita serena quanto una strada che inevitabilmente porterà il fanciullo a confrontarsi con una realtà rispetto alla quale si troverà del tutto impreparato. 

Come spiega la Dott.ssa Maria Luisa Gargiulo, quando il bambino si accorge che il genitore gli nasconde qualcosa di importante, di cui ha percepito l’esistenza, egli finge di credere a quel che gli adulti riferiscono. Molto spesso semplicemente si adegua al fatto che certe cose non si possono dire. In questo modo, però, perde fiducia nel genitore che nel nascondere un qualcosa appare insicuro, comprende che egli non desidera parlargliene, oppure che ne mistifica il contenuto, senza sapere il perché.

Il parere di Galimberti appare assai più duro: è necessario far entrare i bambini in contatto con il crudo della vita, il bambino deve conoscere la morte per abbandonare l’idea che il mondo sia rose e fiori.

La ragione sta nel mezzo: essere realistici ma rassicuranti

Se nascondere determinate informazioni può essere nocivo, proteggere il bambino da sentimenti di allarme e paura irrisolta è importante tanto quanto esporli alla realtà che si manifesta aldilà del loro nido, spesso in maniera molto dura.

La mediazione genitoriale dunque deve mostrarsi, nell’atto stesso della divulgazione tanto sincera e trasparente quanto possibile: il ragazzo deve trovare nelle parole dell’adulto, sia un proposito ricreativo che una finalità pedagogica.

I bambini, in verità, non temono l’evento in sé – in quanto non ancora pienamente in grado di attribuirgli una valenza – ma la loro angoscia è frutto della percezione di incontrollabilità dell’evento, nel non sapere se può essere risolto o monitorato, nel non sapere se potrebbe capitare anche a loro. È giusto spiegare al bambino che avvenimenti spiacevoli possono accadere per davvero nella stessa misura in cui si sottolinea il fatto che il pericolo in questione è stato affrontato grazie ad un adeguato supporto, che ci son persone specializzate e preparate all’evenienza a cui è possibile chiedere aiuto e che sapranno prevenire o risolvere i problemi causati dei disastri di cui sente parlare. Anche davanti al più catastrofico degli eventi è importante renderli consapevoli del fatto che c’è sempre una spiegazione per cui questo è accaduto e un modo per fargli fronte.

Trasmettere ai più piccoli il senso degli avvenimenti li aiuta a conservare una percezione di sicurezza, la sensazione che esiste dunque un grado di prevedibilità di quel che succede e che può essere potenzialmente dannoso. In questo modo il genitore delimita il pericolo indentificandolo in modo tanto coinciso quanto servendosi di parole adatte e proporzionate alla loro comprensione. Si tratta, quindi, di essere tanto realistici quanto rassicuranti e accompagnare l’assimilazione di notizie ad alto carico emoitivo in maniera progressiva nella concezione del bambino.

Ritroveranno attraverso la lettura di testi creati a loro misura e grazie a genitori pronti ad accompagnarli all’esplorazione di un mondo nuovo una dimensione emotiva di sicurezza in cui il conoscere si colora di interesse abbandonano ogni timore. 


Bibliografia:

L. Garlando, Per questo mi chiamo Giovanni, Rizzoli, 2004

V. Spinazzola Pinocchio & C,Il saggiatore, 1997

Edmondo de Amicis, Cuore, 1886

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Francesca Manzoni

Redattrice di Cinema e Letteratura