Testi che si toccano senza fondersi: l’incontro possibile tra Pasolini e Mario Mieli nel saggio di Silvia De Laude
Nel suo ultimo saggio, L’invenzione del diverso (Il Saggiatore, 2025), Silvia De Laude immagina un incontro mancato tra due opere radicalmente anomale del Novecento: Petrolio di Pier Paolo Pasolini e Il risveglio dei Faraoni di Mario Mieli, entrambe incomplete e entrambe pubblicate postume. Se il nome di Pasolini è universalmente noto forse a tutti (specialmente ora dopo la commemorazione dei cinquant’anni dalla morte), forse quello di Mieli necessita una contestualizzazione. Mario Mieli è stato un attivista omosessuale tra i fondatori del FUORI (Fronte unitario omosessuale rivoluzionario italiano) e membro dei COM (collettivi omosessuale milanesi) dopo lo scioglimento del FUORI. Noto più per la sua produzione teorica (importante il suo Elementi di critica omosessuale del 1977, oltre a numerosi scritti polemici su testate omosessuali), tuttavia è stato anche un artista, performer, attore e anche scrittore: ha scritto diverse opere teatrali – la più famosa quella a firma del collettivo Nostra signora dei fiori, La traviata norma, ovvero vaffanculo… ebbene sì! – e ha scritto questo criptico romanzo, appunto, Il risveglio dei faraoni.

All’apparenza, dunque, ciò che sembra accomunare Mieli a Pasolini è forse solo il loro orientamento omosessuale, sebbene vissuto in maniera radicalmente diversa, ma basta questo per farli dialogare? Evidentemente quello messo in scena da De Laude non è un confronto basato su influenze dirette o su una parentela storica: Pasolini e Mieli non si sono mai conosciuti e molto probabilmente avevano una bassa considerazione l’uno dell’altro. Però, nonostante la loro necessità di scrivere nasca da contesti e urgenze molto diverse, De Laude sceglie di farli risuonare insieme per “diffrazione”, seguendo un approccio letterario che vede come modello metodologico la teorica femminista Donna Haraway.
A differenza della lettura riflessiva che cerca nello specchio dell’altro un’immagine di sé, o un rimando fedele, la diffractive reading è un modo di pensare che privilegia l’interferenza e la deviazione: per utilizzare una fortunata metafora marina, il moltiplicarsi delle onde. Haraway, infatti, usa il termine “diffrazione” per descrivere una modalità conoscitiva in grado di mostrare come le differenze non separino ma generino pattern, disegni d’interferenza. De Laude, su modello anche di altri saggisti che si sono cimentati in questo approccio come Emanuele Gragnolanti o Isabella Pinto, applica questo metodo alla letteratura: invece di stabilire un rapporto lineare alla maniera di Harold Bloom (chi influenza chi, chi anticipa cosa), propone di guardare ai testi come superfici attraversate da onde che si incrociano. Petrolio e Il risveglio dei Faraoni non si rispecchiano, ma si deformano e si illuminano a vicenda.
In questo gioco di rifrazioni, De Laude riconosce in Pasolini e Mieli due scrittori accomunati dal tema della frattura. Entrambi mettono in scena un soggetto diviso, scisso, in crisi. Ma questa crisi, lungi dall’essere solo distruzione, diventa in entrambi un passaggio iniziatico, una soglia di metamorfosi.
In Petrolio, Pasolini sdoppia il protagonista Carlo in due entità: Carlo di Polis, incarnazione del potere e della ragione, e Carlo di Tetis, figura fluida e femminile. In Il risveglio dei Faraoni, invece, Mieli moltiplica le identità del narratore (già fratturato prima della sua nascita, doveva nascere Franca invece nasce maschio e lo chiamano Mario), facendolo oscillare tra i generi, non solo tra maschio e femmina, ma anche tra umano e divino, tra individualità e coralità. Questa instabilità del soggetto presente in entrambi i romanzi, osserva De Laude, non è segno di perdita ma di trasformazione: una forma di conoscenza che passa attraverso la dissoluzione dell’unità. È la possibilità, direbbe Haraway, di pensare stando a contatto con il problema, dal mezzo delle onde, non dai margini fissi del riflesso.
Forse non a caso, infatti, uno dei punti di interferenza tra i due è il simbolo del mare, anzi della “thalassa”, menzionata esplicitamente da Pasolini, il mare originario che nella psicoanalisi di Ferenczi rappresenta il ritorno al grembo materno e la nostalgia di fusione. In Pasolini, la “thalassa” è il luogo del ritorno, della madre e del sacro; in Mieli, diventa spazio di libertà e di erotismo dissolvente. Entrambi, pur da prospettive diverse, attraversano il mare come simbolo della metamorfosi, della perdita di confini, della rinascita attraverso la fluidità, non solo sessuale ma personale, individuale.
De Laude mostra come questi motivi si incrocino proprio in quella zona di indistinzione dove maschile e femminile, vita e morte, umano e divino non si oppongono più, ma si contaminano. La diffrazione, dunque, non è solo un metodo di lettura: è anche un modello di mondo, un modo di pensare la realtà come tessuto di relazioni e differenze in movimento. De Laude lo dice chiaramente:
Colpisce piuttosto che in quest’ambito sia da ricercare il «fuoco» della diffrazione in cui sto cercando di leggere l’uno attraverso l’altro Petrolio e Il risveglio dei Faraoni. E quanto sia parallelo il percorso che i due autori, l’uno all’insaputa dell’altro, hanno compiuto per esplorare il tema
L’invenzione del diverso, pp. 117-118
Far dialogare Pasolini e Mieli, dunque, non serve a stabilire genealogie o eredità, ma a creare un campo di tensione. La diffrazione permette di cogliere come due scritture lontane reagiscano a uno stesso trauma epocale (come la crisi dell’identità, del corpo o del linguaggio) in forme differenti ma complementari.
La lettura diffrattiva consente di far emergere queste risonanze senza ridurle a somiglianze: la loro distanza, anzi, è ciò che le rende feconde. In questo senso, L’invenzione del diverso è anche un esperimento di critica queer, dove queer non è il contenuto omosessuale dei due romanzi ma la metodologia attraverso cui leggere questi romanzi, dove si considerano le differenze non come barriere, ma come luoghi di produzione di senso.
Il saggio è sicuramente molto pop e accessibile a tutti, anche per chi non ha mai letto Mario Mieli (e sono molti dal momento che Il risveglio dei faraoni è diventato una chimera introvabile), ma anche di facile lettura, debitore anche il fatto che è la trascrizione di un convegno ricavato da un’esposizione orale (come dice Paolo Virno in questi casi, «l’autore parla peggio di quanto risulta da questo resoconto, ma di solito scrive meglio»). Un testo che procede per illuminazioni, per frammenti, per cortocircuiti. La sua scrittura si muove come le onde che descrive: si avvicina, si allontana, crea pattern di risonanza tra i testi.
Non è una critica che vuole spiegare, ma una critica che vuole mettere in relazione, che vuole costruire ponti tra opere, epoche, sensibilità. In questo gesto c’è qualcosa di profondamente queer: l’idea che la conoscenza non nasca dall’ordine o dalla gerarchia, ma dall’incontro e dalla contaminazione. Il risultato – che è questo gradevolissimo libro – non è un confronto impossibile, ma una convergenza paradossale: due scritture che si ignorano ma che tuttavia si parlano. La loro distanza genera luce, come due onde che si incontrano e producono un nuovo disegno. È qui che la diffractive reading di Haraway trova la sua potenza: non si tratta di specchiarsi, ma di lasciarsi attraversare, di vedere cosa succede quando i testi, come i corpi, si toccano senza fondersi. Ed è forse proprio in questo movimento ondulatorio di avvicinamento e allontanamento che Petrolio e Il risveglio dei Faraoni trovano la loro voce comune – quella di ogni diverso che cerca, nella propria frattura, una nuova forma di vita.
Andrea Piumino
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Scrittori e massa - prima parte
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