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Non sapere abbastanza: voci, memorie e silenzi in Portofino blues di Valerio Aiolli

Un articolo di Francesca Manzoni

“ È colpa dei nostri media, che creano cinicamente il proprio pubblico di voyeur? O siamo noi italiani a essere attratti dal crimine più di quanto lo siano francesi, tedeschi o danesi? Qualunque sia la risposta, questi fatti criminosi “generano angoscia ma, al tempo stesso, rassicurano. Ci sfiorano, ma toccano gli ‘altri’. È come sporgersi sull’orlo del precipizio e ritrarsi all’ultimo momento. Per reazione. Si prova senso di vertigine. Ma anche sollievo. E un sottile piacere”, come ha scritto Ilvo Diamanti sulla “Repubblica” l’11 ottobre 2010.”

Come si racconta una morte che è diventata rumore prima ancora di essere lutto? Come si guarda dentro un buco nero, uno strapiombo sul mare sotto Portofino, e se ne ricava letteratura? È questa l’operazione portata avanti da Valerio Aiolli, in Portofino blues (Voland, 2025 – nella dozzina del Premio Strega 2025). Quasi si trattasse di una vera e propria inchiesta giornalistica, l’autore si appoggia su un caso reale di cronaca nera, il più mondano e obliquo dei gialli italiani, per costruirci attorno un romanzo stratificato e inquieto, che non mira ad accusare o smentire teorie da “salotto televisivo” quanto a rievocare e indagare quell’ecosistema alienante abitato da conti e alto-borghesi, tra gli anni ‘60 e gli anni 2000. 

A creare l’occasione che da moto alla narrazione è la morte della contessa Francesca Vacca Agusta, precipitata in mare, una notte del gennaio 2001, nei pressi di Villa Altachiara (Portofino), in circostanze misteriose e mai del tutto chiarite. Il caso di cronaca diventa, fin dal principio, il centro magnetico di una narrazione che respinge ogni forma di linearità, interpellando punti di vista diversi e muovendosi, in contemporanea, nel territorio del “certo” e in quello del “forse”. Aiolli scrive così un libro che non chiede risposte, non vuole definire colpe e responsabilità, ma solamente raccontare, e soprattutto chiedersi cosa resta di una vita quando diventa cronaca, nutrimento per le masse. 

Una struttura scomposta, che si interroga mentre scrive

Di particolare interesse, vista l’attitudine sia narrativa sia d’inchiesta dell’opera è, in primo luogo la costruzione di Portofino blues: fin dalle prime pagine di può comprendere come l’intento autoriale sia quello di creare un opera scomposta, frammentaria e polifonica, che possa però, al suo termine ritrovare un’unità nella figura dell’Io autoriale. Il libro procede per movimenti interrotti, variazioni e fratture sia nello spazio sia nel tempo. Aiolli disegna una molteplicità di punti di vista, una polifonia che emerge anche nell’utilizzo prevalente della terza persona. Diversi personaggi raccontano e sono raccontati, le loro storie si fondono senza mai armonizzarsi completamente, si inseguono, si contraddicono, si lasciano spazio, alternando momenti di coerenza a momenti di attrito. 

La struttura dell’opera usa i capitoli come segmenti, spostamenti, e aperture che mettono ordine, creando un discrimine tra il prima e il dopo, tra il dentro e un fuori, tra i fatti e le memorie. L’autore seppur talvolta sembri avvicinarsi non si fa mai farsi riconoscere: il suo io è assente per tutta la durata del romanzo, ad eccezione del primo e dell’ultimo capitolo, che creano una circolarità narrativa e delineano una cornice in grado di far emergere la narratività dall’inchiesta giornalistica.

Questa struttura composta a tasselli e frammenti non è arbitraria, ma sembra voler rispecchiare la disarticolazione di una vicenda dai tratti opachi, la sua natura spezzata, e il tentativo mai riuscito di darle una forma e una chiarezza. Ecco perché ogni voce può essere vera come può essere falsa, ogni dettaglio può essere rilevante o fuorviante. Ma nonostante ciò, nell’insieme, il romanzo riesce comunque a comporre un’immagine complessiva precisa: quella di luogo, Villa Altachiara a Portofino, e di una figura, Francesca, attorno a cui la realtà si è distorta fino a sparire.

Francesca: la voce dentro la frattura

L’intera vicenda gravita attorno alla figura di Francesca Vacca Agusta, una persona-personaggio che non è soltanto evocata o raccontata, non si configura come un’assenza da colmare, né una figura mitizzata da chi resta. In Portofino blues la vittima ha voce propria, è presenza attiva del coro narrativo, è essa stessa soggetto del proprio sentire e racconta il suo spaesamento. I capitoli a lei dedicati non seguono un ordine cronologico degli eventi, non ricostruiscono metodicamente i fatti e, soprattutto, non cercano giustizia o redenzione. 

Aiolli non le cuce addosso il vestito della vittima, ma viene rappresentata come un personaggio tra gli altri: la lascia affiorare con spontaneità, raccontando il suo passato, la sua vita senza omettere particolari. Francesca è stata sia la contessa sia la giovane commessa, ha usato gli uomini ed è stata dagli uomini usata, ha vissuto la latitanza per amore, ha cercato il denaro e vissuto una vita sregolata, fatta di dipendenze da alcool e droga. Il gesto letterario qui è dunque delicatissimo: Aiolli non la riscatta, non la fa diventare altro, ma la scrittura le restituisce semplicemente una forma di presenza che non coincide con la sopravvivenza al tempo, ma con la dignità del dire.

Francesca non è dunque un mistero da risolvere, ma una donna che ha vissuto, nel bene e nel male,  in un luogo che non l’ha mai ascoltata davvero. Il suo nome, dopo la sua morte, continua a essere usata per raccontare altro: Portofino blues, di tutta risposta, toglie il superfluo e lascia parlare ciò che resta della voce di Francesca, rendendola, dopo anni di speculazione televisiva, finalmente fragile, stanca, reale.

Un indagine senza pretese

Portofino Blues è un romanzo che si colloca in direzione opposta rispetto alle tendenze dominanti della letteratura contemporanea: da un lato il romanzo che spiega, che punta a moralizzare e ad educare, dall’altro quello che intrattiene attraverso la spettacolarizzazione. Il romanzo di Aiolli non chiede redenzione per Francesca, non indica un colpevole da punire ma pone una serie di domande che si rifrangono l’una nell’altra. Al lettore viene così chiesto così di abitare la complessità della vicenda senza mai semplificarla o abbandonarsi a complotti e teorie: ne deriva una riflessione critica e complessa del lento deperire di un mondo, quella della nobiltà e dell’alta borghesia italiana a cavallo tra anni ‘90 e 2000, che si vede attraversata da scandali e corruzione. 

In Portofino Blues vediamo una narrazione che vuole, forse consapevolmente, distaccarsi da sciacallaggi giornalistici, da teorizzazioni improbabili e da lacunose piste aperte. In un panorama editoriale dove spesso la forma è sacrificata alla funzione, dove il contenuto detta legge, Aiolli compie l’atto più difficile: affida tutto al modo in cui si racconta. E così facendo, rimette al centro il punto cieco da cui la letteratura dovrebbe sempre ripartire: la coscienza di non sapere abbastanza. Una visione fuori dal coro, soprattutto all’interno di una dozzina, quella del Premio Strega 2025, segnata come sempre da molte biografie. Non un racconto su chi è stato, ma su cosa resta di chi non può più parlare.


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Francesca Manzoni

Redattrice di Cinema e Letteratura