“Poveri a noi” di Elvio Carrieri – Scritto in 8 giorni da un ventenne, approda allo Strega
Com’è possibile che un romanzo scritto in 8 giorni da un ragazzo di vent’anni sia entrato nella dozzina del Premio Strega? Com’è possibile che quel romanzo, al confronto con gli altri undici candidati, non solo sia alla loro altezza, ma abbia anche qualcosa da insegnargli? È quello che è successo a Poveri a noi di Elvio Carrieri, classe 2004, giovane studente barese, appassionato di musica e di poesia, che, per una sfida letteraria, si è ritrovato sul palco del premio più importante d’Italia.

Tutto è cominciato dall’incontro con lo scrittore casertano Francesco Forlani, che nel febbraio 2023 ha pubblicato alcune poesie di Elvio Carrieri su «Nazione Indiana» (qui). Pochi mesi dopo, il giorno della sua maturità, a Elvio è arrivata una richiesta insolita da parte dello stesso Forlani: scrivere un romanzo di 90 cartelle in otto giorni. Così, al ritmo di 20.000 battute a notte, è venuto alla luce Poveri a noi, la storia di Libero De Simone e del suo amico Felice Caporaletti, detto Plinio il Vecchio, dal nome dell’autore latino morto durante l’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C. Quello che Elvio non sapeva era che Forlani fosse già in contatto con la casa editrice Ventanas, recentemente fondata da Laura Putti, che ha pubblicato il romanzo all’inizio del 2024. Da lì è stato tutto in discesa, con la vittoria del Premio Giorgione Giovani 2025 e, appunto, la candidatura allo Strega 2025.
Due cose saltano all’occhio da questa storia: la brevità e l’urgenza. Entrambe vanno a braccetto con la giovane età di Carrieri. Se le penne under 25 in Italia sono rarissime – salvo qualche eccezione tra gli influencer – e se scelgono principalmente la forma breve del racconto o della poesia al posto di quella estesa del romanzo, forse dipende dal fatto che, nel labirito dell’adolescenza, delle superiori e dell’università, il tempo per scrivere è poco. Trasferirsi, preparare esami e tesi di laurea, rincorrere il mito degli anni più belli della vita con il terrore di perderseli, sono tutti motivi più che ragionevoli che trasformano l’ambizione di esordire giovani in un rimpianto. Le alternative sono due: aspettare di fermarsi, prima o poi – sì, ma quando? –, per dedicarsi con calma alla passione per la scrittura, augurandosi che nel frattempo non sparisca; oppure correre, tagliare la proverbiale testa del toro con un colpo netto, scrivere un romanzo nei primi otto giorni dell’estate della maturità. Certo che per correre tanto senza schiantarsi serve avere dentro una tale urgenza – un tale desiderio di poggiare la penna sul foglio – che definirla rara è poco.
Qual era dunque l’urgenza che muoveva Elvio Carrieri? Quale la storia che voleva raccontare? È la storia di un mancato esordio, guarda caso, non nella scrittura ma nella vita. Dopo essere stato pestato brutalmente da un bullo ai tempi delle scuole medie, Plinio viene ricoverato in prognosi riservata e rimane invalido. Da quel momento non sarà mai veramente in grado di farsi strada nella vita, ma vi opporrà una profonda inerzia vestita di dignità. Dall’altro lato Libero, che ha osservato il pestaggio dell’amico senza intervenire, si lascia divorare dal senso di colpa e, a distanza di vent’anni, dopo essere diventato docente di letteratura nel carcere di Bari, è ancora tormentato da incubi in cui riecheggia il rumore della schiena spezzata di Plinio. Il rapporto tra i due ha il sapore di un’amicizia sincera ma asimmetrica: Libero vive la passività di Plinio come un fallimento personale e fa di tutto per spronarlo a cambiare, come se ciò bastasse ad assolverlo.
L’amicizia tra Libero e Plinio percorre le strade di Bari, impregnate della sua storia decadente, e si infila fin tra le sbarre del carcere, dove i reietti si possono toccare con mano in tutta la loro umanità e normalità. Così il romanzo interiore del rimorso di Libero si fonde al romanzo sociale di un microcosmo barese che sembra essersi arreso da decenni. Bari diventa una prigione senza alternative, sintomo e causa della disillusione di Libero e Plinio. Anche la lingua della città dà voce alla loro condizione: quasi ogni capitolo è introdotto da un termine in dialetto barese – Trimòn, Prfssò, Mamt, Kitemmurt, Crnut – che suona come un leitmotiv.
Che cosa ha dunque da insegnare Poveri a noi di Elvio Carrieri al resto della dozzina stregata? Prima di tutto la bellezza della finzione: in una rosa di finalisti in cui 7 libri su 12 sono storie vere, Carrieri ci ricorda che è possibile parlare di temi impegnati anche attraverso l’immaginazione. In secondo luogo spicca l’efficacia della lingua: divertente, comunicativa, infiorata di riferimenti colti, accessibile a chiunque senza mai essere banale, radicata in un luogo preciso. Sono entrambe caratteristiche tipiche degli esordi giovani degli ultimi anni. Basti pensare a Monica Acito, Niccolò Moscatelli, Alberto Ravasio, Giuseppe Quaranta e a molti altri nomi che popoleranno sempre di più le librerie del futuro, accanto a quello di Elvio Carrieri. Si va, insomma, verso una letteratura più libera – Calvino direbbe “leggera” –, disimpegnata solo in apparenza, capace di raccontare il mondo in cui viviamo come seduti attorno a un fuoco.
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