Critica di Prosa,  Letteratura

Scrittori e massa – seconda parte

Di Filippo Arnaboldi

Rompere il silenzio, superare il disagio. Lo scenario contemporaneo ribolle alimentato da movimenti magmatici sotterranei. La crisi della letteratura e della lettura nella nostra società – almeno per quanto concepite tradizionalmente – ha raggiunto un punto di non ritorno. Nonostante queste innegabili difficoltà, si sono avanzate proposte e tuttora si cerca di prendere le giuste contromisure, di rompere l’assedio che infiamma da decenni questa battaglia culturale. Una lotta che non può non essere generazionale – dato che riguarda anzitutto i giovani – e orizzontale in senso realmente democratico per potersi dire inclusiva. Da fuori sembra solo confusione, eppur si muove.

Superare il disagio

Ci spiace l’indifferenza di Balzac di fronte alle giornate del ’48, l’incomprensione spaventata di Flaubert davanti alla Comune. Noi non vogliamo mancare nulla del nostro tempo. Anche se noi fossimo muti e quieti come sassi, la nostra stessa passività sarebbe un’azione.1

In Scrittori e massa Asor Rosa continua la sua analisi passando in rassegna le nuove figure letterarie emerse dal paesaggio vulcanico dell’estremo contemporaneo. A questo punto lo sguardo del critico si posa sullo stato dell’editoria italiana. In merito ai mutamenti della produzione e del consumo culturale, in Scrittori e massa si fa una valutazione negativa del funzionamento dell’industria editoriale. Questo giudizio trova il suo punto nevralgico nel legame tra editor e storyteller – nome che segnala la fine dello scrittore tradizionale – omettendo però che il mestiere dell’editor era già consolidato all’estero anni e anni prima che si istituzionalizzasse anche in Italia. Alla radice di questo binomio è individuata la cifra che guida l’impegno produttivo e il conseguimento del profitto nell’industria culturale. Un sistema su scala transnazionale che da questa descrizione assomiglia più a uno spazio per la catalogazione commerciale della letteratura che a una struttura al servizio del sapere e della collettività tutta. Così facendo, il settore alimenterebbe l’atomismo degli scrittori e delle scrittrici che Asor Rosa chiama, ambiguamente, di nuova generazione.

Il testamento di Asor Rosa sulla letteratura del nuovo millennio

Nell’estate del 2015 Il Fatto Quotidiano promosse un ciclo d’incontri sul rapporto tra letteraturasocietàmercato editoriale e critica letteraria, a cui parteciparono decine di noti intellettuali e opinionisti del jet set italiano. Asor Rosa non mancò l’occasione per ribadire il senso della sua ricerca marcando le proprie convinzioni sul ruolo che spetta all’autore. Lo scrittore è homo faber, dunque occorre che si riappropri della macchina produttiva adattandola alla propria sagoma: rifiutando l’inseguimento delle tendenze. Secondo Asor Rosa, il narratore che meglio ha incarnato questo mutamento – anticipando il nuovo millennio – è stato l’americano Raymond Carver. Riprendendo delle dichiarazioni di Emanuele Trevi, si direbbe che l’autore della Cattedrale (1983) sia stato precursore del passaggio da scrittore a storyteller:

Nei suoi libri, assistiamo allo sconcertante spettacolo di una letteratura che non pensa più nulla. Il mondo messo in scena è quello comodo conoscibile empiricamente, che lascia poco spazio agli slanci immaginativi: l’unica speranza è che quelle storie piacciano a un buon numero di lettori.2

Il caso Carver va a sostegno della tesi precedente, poiché è noto quanto lo scrittore subisse – più di altri suoi colleghi – l’influenza professionale del proprio editor, Gordon Lish. Sulla falsa riga di questo esempio, Asor Rosa si premura di elencare una fitta lista di scrittori e scrittrici italiani che si sono affermati negli ultimi anni. Il criterio per la catalogazione di questi autori è il dato anagrafico, essendo tutti nati negli anni ’60. Un metodo di scrematura che lascia non poche perplessità: il rischio visibile a occhio nudo è quello di cadere in facili generalizzazioni. Tuttavia, ciascun componente di questo gruppo – che raccoglie un oceano di firme da Melania Mazzucco ad Antonio Scurati – si avvale di uno stile e di argomenti non accomunabili tra loro. Oltre a certe considerazioni sull’atomismo di questi profili – che sembrano ovvie quando non sono apodittiche – è interessante come nelle trame di questi scrittori venga meno una costruzione approfondita del tessuto sociale. A quanto pare, ciò deriverebbe da un sostanziale potenziamento delle caratteristiche appariscenti, barocche, dello stile individuale: il ché di norma va a scapito dei temi ritenibili impegnati.

I cannibali

Non abbiamo la vocazione dei profeti; il futuro ci interessa nella misura in cui riusciamo a crearlo nel presente.3

Malgrado tutto, Asor Rosa riconosce alcuni buoni esempi di ricerca collettiva nella letteratura italiana degli ultimi 30 anni. Il perno di questa indagine è la presa di coscienza del trauma seguito alla fine della società letteraria tradizionale. Si segnala un primo punto di svolta a partire da Gioventù cannibale (1996) – la creatura di Daniele Brolli – per Einaudi. Una raccolta collettanea inserita nella collana Stile libero che si prefiggeva di supportare penne emergenti in uno scenario letterario orfano dei suoi ultimi classici. L’antologia è ripartita in 3 sezioni per un totale di 10 racconti a opera di 11 autori diversi tra cui spiccano Niccolò Ammaniti, Luisa Brancaccio e Aldo Nove. I titoli anticipano l’atmosfera grottesca e orrorifica tipica delle storie nella raccolta, per dirne alcuni: Atrocità quotidianeAdolescenza feroceMalinconia di sangue. Naturalmente queste trame risentono l’influsso della cultura pop, dell’immaginario del fumetto di controcultura sulla linea tracciata da Frigidaire, Il Male e le opere di Andrea Pazienza, tanto quanto dell’influenza dal campo televisivopubblicitario.

Questi racconti sono calati brutalmente nel nichilismo di metà anni ’90: drogaerotismo scabroso e violenza iperbolica sono i tratti ricorrenti. Un gusto che, se da un lato avvicina Gioventù cannibale ai luoghi comuni della letteratura e del cinema pulp – si veda la centralità del sangue –, dall’altro propone immagini di disagio generazionale degne di bestseller come Noi, ragazzi dello zoo di Berlino (1978) di Christiane Felscherinow. La differenza rispetto alla trasposizione italiana di questo filone – espressa al suo apice nel cinema tardo neorealista di Claudio Caligari, il regista di Amore tossico (1983) – risiede nella mancanza di una vera denuncia del degrado sociale. Gli scrittori cannibali operano dentro un panorama svuotato di qualsiasi narrazione collettiva, ma che d’altra parte rifulge di spots, prodotti ammiccanti e grafiche colorate. Il lessico è informale, volgare, irriverente e zeppo di prestiti inglesi, mantenendo quindi il registro basso.

Dopo il crack commerciale delle vendite di Gioventù cannibale, ciascuno dei co-autori si sarebbe affermato nel mercato. È interessante che tra questi appaiono pure Daniele Luttazzi e Andrea G. Pinketts – che in seguito si sono rivelati personaggi televisivi di successo – a testimonianza di un vero e proprio precedente nello scenario italiano.

I nuovi classici

A ogni modo, di scrittori tuttora in rapporto di continuità con la tradizione ne rimane qualcuno. Il primo di questo manipolo di sopravvissuti è Michele Mari. Negli stessi anni di Stile libero lo scrittore e poeta classe ’55 esordiva con i suoi primi romanzi: Di bestia in bestia (1989), Io venìa pien d’angoscia a rimirarti (1990), Euridice aveva un cane (1993). Premettendo, manco a dirlo, che il repertorio di Mari conferma il primato dello stile individuale colto da Asor Rosa, la sua esperienza è prova di come sia possibile mantenere – con la premessa di un certo grado di astuzia e intelligenza – un dialogo vivo con i classici: partendo da quelli antichi, fino ai moderni.

È possibile trovare un punto di contatto tra la poetica di Michele Mari e un altro esponente prestigioso – un gemello diverso – di questo filone: Daniele Del Giudice. Entrambi sono infatti accomunati dall’aver interpretato la letteratura come un importante mezzo di conoscenza, per quanto non sia il migliore. L’atto di scrittura per ambedue gli autori si rivela essere un’indagine epistemologica che va ben oltre la semplice narrazione. La problematizzazione dei limiti del sapere scritto imparenta tutti gli autori definibili postmodernisti. Questo si traduce nello stile attraverso una forte vena metaletteraria e una conseguente moltiplicazione relativizzante dei punti di vista: se per Mari questo processo ha come baricentro la lavorazione linguistica che origina il suo manierismo autoironico, per Del Giudice la stessa ricerca di verità si sviluppa nel dialogo sobrio e trasparente tra le discipline umanistiche e quelle tecniche.

Last but not least non può mancare il nome di Walter Siti: il più postmodernista dei 3 citati. Siti è spigoloso, tagliente, un realista crudele che indaga le verità del contemporaneo attraverso un approccio polifonico e metanarrativo. Il suo stile concilia uno sviluppo colto e ironico dell’intreccio con le più basse trivialità. La mescolanza di linguaggi imbastarditi nella poetica di Siti non è che lo specchio ossessivo dell’Italia contemporanea e delle sue voci. Narratore di se stesso, lo stile di Siti è contraddittorio, profondamente narcisista, in perfetto rapporto di continuità con il disincanto dell’eredità pasoliniana: l’impegno non è più praticabile e resistere non serve a niente.

L’avanguardia

Non siamo una band: siamo un collettivo di narratori.4

Ma c’è un’altra strada? Alcuni sostengono di sì: informatizzare il disagio e restituirlo popolarizzato. Tra la fine degli anni ‘90 e quelli ‘00, nacque a Bologna un laboratorio letterario stupefacente: Wu Ming. Un collettivo di scrittori anonimi, dapprima 4 componenti, poi 5 e infine nuovamente 4. Questo gruppo enigmatico aveva già pubblicato il primo romanzo – Q (1999) – sotto lo pseudonimo Luther Blissett. Wu Ming è un’allegoria che in mandarino può significare «senza nome» o «cinque nomi» a seconda dell’intonazione dell’accento melodico. I membri scelgono di occultare la propria immagine per mantenere l’attenzione dei media e della critica sul contenuto delle opere, eludendo così ogni tentazione di personalismo. Per questa ragione e per lo sperimentalismo della scrittura di gruppo, il progetto Wu Ming si presenta come uno degli adattamenti letterari più consapevoli in Italia dall’avvento della società di massa.

Il collettivo è molto attivo sul fronte informatico da quando nel 2000 aprì il suo blog ufficialeGiap, in onore del comandante Võ Nguyên Giáp; meglio noto come il «Napoleone rosso» del Vietnam nelle guerre post-coloniali contro Francia e USA. I Wu Ming scelgono la forma del romanzo storico declinandolo al fascino provocatorio della controcultura e della militanza extra-parlamentare. Su questa strada i romanzi del gruppo conoscono un’invidiabile ricchezza di ambientazioni e linee temporali: le guerre rivoluzionarie dell’estremo Oriente in Asce di guerra (2000), la rete dello spionaggio lungo la Cortina di ferro in 54 (2002), la sorte dei nativi americani durante la Guerra d’indipendenza in Manituana (2007), gli intrighi di potere tra veneziani e turchi in Altai (2009), il Terrore francese nell’Armata dei sonnambuli (2014), l’Ottobre in Proletkult (2018) e il rapimento Moro in Ufo 78 (2022).

Che sia questa la via per una nuova emancipazione dello scrittore? Wu Ming suggerisce un percorso in cui il singolo si sopprime e rinasce come parte di un collettivo. A proposito del tema dell’identità individuale si dovrebbe menzionare anche l’esempio di Elena Ferrante: scrittrice di grande successo commerciale che fino a oggi preferisce vivere sotto pseudonimo per proteggersi dall’esposizione mediatica.

La scelta di narrare con grande profondità le vicende minori, avventurose – e non di rado umoristiche – di personaggi finzionali mossi all’interno di macro momenti storici si colloca precisamente nell’ordine di idee della New Italian Epic. La denominazione Nuovo romanzo epico italiano si deve in buona parte al Memorandum 1993-2008: narrativa, sguardo obliquo, ritorno al futuro proposto da Wu Ming 1 nel 2008. Questo documento è un programma che raccoglie le dichiarazioni del ciclo di conferenze tenute alla McGill University di Montreal e al MIT. Nel manifesto si ratifica il rifiuto della letteratura postmodernista, un canone ritenuto inadeguato a rispondere alle esigenze dei temi esistenziali che incupiscono il presente: le crisi finanziarie, il collasso climatico, le guerre, il disagio giovanile. La morte del vecchio passa per un’attitudine pop che non si deve privare né di una sperimentazione linguistica né di una complessità letteraria in grado di offrire uno spiraglio d’alternativa alla realtà storica presente.

Dal blog dei Wu Ming

La seconda generazione

Tra i modelli menzionati di questa corrente spicca Gomorra (2006) di Roberto Saviano. Il Viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra possiede tutte le caratteristiche elencate, compresa l’arma della transmedialità. Ovvero quella capacità di dialogare trasversalmente ai mezzi dell’espressione artistica, tra questi: il teatro, la musica, la fotografia, il cinema, la televisione, le serie tv, i social. Gomorra ha operato un grande rilancio della realisticità, portando alla ribalta il carattere più efficace della tradizione realistica nata in seno alla civiltà urbano-borghese: l’illuminazione dei rapporti di forza tra soggetti sociali collettivi. Eppure, di un ritorno al realismo non si parla e non se ne deve parlare. Peggio ancora se si credesse di resuscitare il Neorealismo, con cui tuttavia una letteratura che si lanci nell’impresa di coniugare popolarità e democraticità deve confrontarsi. Le istanze che muovono la New Italian Epic sono lì a ricordarlo: un equilibrio stabile tra verosimiglianza mimetica e finzione narrativa.

Asor Rosa considera l’esordio di Saviano un vero unicum nel panorama italiano. Questa affermazione è però contestabile, basti pensare a casi editoriali analoghi come Romanzo criminale (2002) di Giancarlo De CataldoEducazione siberiana (2009) di Nicolai Lilin. Ma certamente va riconosciuto l’elemento che davvero rende Gomorra un’eccezione: la sua carica visionaria e l’impatto sull’immaginario popolare. È precisamente l’uso controllato della follia che permea la struttura puntuale da reportage giornalistico a offrire lo slancio per il racconto epico di una storia corale. Saviano costruisce a ritroso la sua inchiesta narrando una personale visione d’inferno, che è Gomorra: il condensato biblico di tutti i peccati. A questo proposito, non si sottovaluti l’amore dichiarato per Pasolini, figura con cui Saviano vive un pericoloso fascino da rispecchiamento al punto da inserire nel romanzo una visita alla sua tomba. Qui Pasolini ha le sembianze di una figura paterna investita di aura divina a cui il giovane Saviano si rivolge per avere consiglio. Pasolini è un testimone ignaro, il portavoce di un monito orrendo: lo stesso calvario che presto si sarebbe abbattuto su di lui.

Saviano appartiene alla seconda generazione di scrittori che Asor Rosa assimila alla fascia anagrafica compresa tra anni ’70 e anni ’80. La scoperta di questa corrente risale all’antologia Le nuove voci della narrativa italiana raccontano la realtà pubblicata per gli Oscar Mondadori nel 2008. In quel momento si auspicava la nascita di un nuovo Neorealismo e in molti credevano alla promessa del ritorno di una stagione radiosa di interessamento al reale, al vero. Ma questo non basta a sciogliere i nodi del nostro tempo, ci vuole qualcosa in più. È la ricerca di una soluzione a questo problema ad animare lo spirito di romanzi come Accabadora (2009), l’esordio strepitoso di Michela Murgia. Qui la scrittrice resuscita l’immaginario popolare del folklore sardo, replicando abilmente lo stesso binomio di «realismo calcinoso e oltranza fantastica» che tempo addietro Cesare Garboli coniò per elogiare la cifra stilistica del primo romanzo di Elsa Morante.

Altrettanto rappresentativo di questa seconda ondata è Mario Desiati. A iniziare dal primo romanzo – Ternitti (2011) – l’autore dimostra da subito un’attenzione profonda verso quelli che sono i temi del lavoro e del precariato giovanile. Qui la classe lavoratrice riemerge alla lettura della storia che negli anni precedenti sembrava averla inghiottita. Alla stessa maniera, nel suo ultimo acclamato romanzo: Spatriati – Premio Strega 2022 – si dà voce alla condizione di fragilità di quei giovani italiani costretti a fuggire all’estero a causa dell’emergenza occupazionale, figlia dell’arretratezza che attanaglia la nostra penisola da 30 anni. Con lo sviluppo dell’intreccio si offre spazio anche alle tematiche di genere con un’ottima resa narrativa. A testimonianza – laddove fosse ancora necessario – che una lettura intersezionale delle identità sociali è stata finalmente interiorizzata da buona parte dell’intellighenzia italiana. Ciò dimostra la possibilità di aggiornare radicalmente lo scenario contemporaneo in direzione delle tendenze letterarie sviluppatesi in Europa e negli USA – con uno sguardo speciale rivolto anche al resto dello scenario internazionale – nel corso dell’ultimo trentennio.


  1. J.P. Sartre, La Francia verso la nazionalizzazione e verso una nuova cultura, Politecnico, 1946, 16, p. 1. ↩︎
  2. A. Asor Rosa, Scrittori e massa, Einaudi, Torino 2015, p. 381. ↩︎
  3. A. Asor Rosa, Scrittori e popolo [1965], Einaudi, Torino 2015, p. 3. ↩︎
  4. https://www.wumingfoundation.com/italiano/54/the_times_traduz_it.htm?utm ↩︎

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