Cinema,  Oscar

Una battaglia dopo l’altra: le storie di ieri, le battaglie di oggi

Di Giovanni Scardi

Cinema o profezia ?

Nel 2025 il governo di Donald Trump conferisce all’ICE, l’agenzia federale responsabile del controllo dell’immigrazione, il potere di espellere gli immigrati, prendendo di mira in particolar modo le città santuario. Il 7 gennaio 2026, a Minneapolis, un agente dell’ICE, uccide la poetessa Renee Good. Tre settimane dopo, nella stessa città, quelle stesse forze armate sparano a bruciapelo ad Alex Pretti, infermiere. Ne consegue una sollevazione popolare che coinvolge tutto il Paese, e che spinge l’amministrazione a ordinare il ritiro dell’agenzia dal Minnesota.

Questi sono solo alcuni tra gli ultimi provvedimenti presi dal governo durante il secondo mandato del presidente Trump, sotto cui il dissenso per le strade degli Stati Uniti si è fatto più rumoroso e così le misure repressive, provocando una reazione a catena di violenze e violazioni. Lo scenario geopolitico attuale si riflette sul mondo dell’intrattenimento, della musica, della letteratura, del cinema. Nonostante ciò, solo pochi artisti, consapevoli della rilevanza mediatica del proprio ruolo, si sono assunti la responsabilità di affermare che si è giunti a un bivio, che non si può più tornare indietro, ma bisogna schierarsi.


Paul Thomas Anderson appartiene a questa categoria, e Una battaglia dopo l’altra, uscito nelle sale il 26 settembre del 2025, è la sua personale rappresentazione di una nazione sull’orlo del collasso. Un film che con mesi di anticipo ha profetizzato alcuni degli accadimenti riportati sopra. Con quest’opera il regista statunitense più acclamato della sua generazione parla del presente, dopo che nelle pellicole precedenti aveva fatto scontrare i suoi titanici protagonisti con le grandi fenomenologie dell’America passata.

La sua ultima fatica parte da una base che ormai il regista conosce molto bene, ovvero la penna farsesca di Thomas Pynchon e il suo postmodernismo schizzato e corale. A dieci anni di distanza da Vizio di forma, in cui Anderson analizzava il tramonto dei floridi anni Sessanta e delle illusioni che avevano alimentato, il cineasta si cimenta nuovamente col magma narrativo pynchonesco, questa volta di Vineland, romanzo del 1990 sull’era del Reaganomics. Se nel film del 2014 il figliol prodigo della San Fernando Valley era riuscito a riportare su pellicola la follia romanzesca e l’atmosfera paranoica e psichedelica di Pynchon, ricavata da un intreccio di storie sconclusionate e personaggi paradossali, in Una battaglia dopo l’altra l’approccio al materiale di partenza è molto più libero e selettivo.

Pochi caratteri e tutti ricorrenti, una trama spogliata di tutti gli episodi superflui, una consequenzialità che viene sempre e rigorosamente rispettata, cambio d’ambientazione dagli originari anni Ottanta ai giorni nostri. E qual è il risultato? Un’opera sontuosa, che ha il respiro e il ritmo delle grandi storie che la Nuova Hollywood aveva raccontato negli anni Settanta. D’altronde, il cinema di Paul Thomas Anderson è il compendio mirabile di molti aspetti di quella corrente: contiene in sé l’acume psicologico degli outsider di Martin Scorsese, la fluidità del montaggio dei capolavori di Francis Ford Coppola, la spietatezza dei diavoli di William Friedkin, la brutalità dei luoghi desertici di Sam Peckinpah e via dicendo.

Una battaglia dopo l’altra, sintesi ultima di una poetica matura, consacra il genio cristallino di Anderson e conferma che quella tradizione cinematografica socialmente e politicamente impegnata, che fa ancora innamorare il pubblico di tutto il mondo a distanza di cinquant’anni, non è mai veramente scomparsa. Nonostante gli incendi, gli scandali e il dominio delle piattaforme on demand, lo spirito della Nuova Hollywood divampa nel lavoro di autori come Anderson.

Pensa al mare

Per questa trasposizione Anderson rifiuta l’accuratezza storica per focalizzarsi su elementi e caratteri che rendono tangibile una contemporaneità tragica e contradditoria. La scelta di ambientare ai giorni nostri (come si deduce da dettagli come l’uso degli smartphone) la trama di Vineland gli serve per raccontare una lotta intergenerazionale, destinata a durare fintanto che ci sarà un potere da contrastare, arroccato nelle sue torri e indomabile nell’esercizio della propria forza.

Non è un caso che la sceneggiatura ometta i riferimenti temporali, come se il film fosse ambientato in un presente persistente e dannato, in cui un Presidente può essere questo come un altro, e gli organi polizieschi agiscono ora nello stesso modo in cui potevano aver agito dieci o venti anni prima. Un presente che non avanza mai, che resta immobile. D’altronde, come ricorda la voce narrante all’inizio del secondo atto, «Sedici anni dopo, il mondo era cambiato molto poco». 

In questa cornice, nella prima parte del film, viene messa in scena una danza bizzarra tra il potere istituzionale, nelle vesti del capitano Steven Lockjaw, e quello che lo contrasta, personificata della terrorista rivoluzionaria di colore, poi pentitasi, Perfidia “Beverly Hills”. Due forze opposte e ugualmente distruttive, che si scontrano sul piano ideologico e al contempo si riconoscono l’una nell’altra in virtù della comune attrazione dal potere, padrone a cui rispondono entrambi nonostante la differenza di vedute.

Il risultato di questo balletto è una ragazza, Wila, costretta dal padre fuggitivo Bob a una latitanza mai voluta e animata dal fervore rivoltoso della madre. Nel secondo atto sarà proprio Lockjaw a darle la caccia, in quanto lei è la prova di una relazione interrazziale che gli costerebbe l’ammissione al club suprematista e filonazista dei Pionieri del Natale (la traccia più evidente dell’impronta di Pynchon). Questa ricerca, oltreché essere il motore principale della trama, diventa il pretesto per mostrare, senza mai esibire, le problematiche più evidenti dell’America profonda.

Anderson muove la macchina da presa con maestosa leggerezza tra i corridoi angusti di palazzi ospitanti clandestini ispanici e i covi altrettanto stretti del potere, fra i raid della polizia anti-migratoria e le conseguenti scene di guerriglia urbana, conventi occupati all’insegna della blasfemia e il deserto che oppone il suo silenzio alla confusione dei precedenti luoghi sovraffollati. Al di là dell’impeccabilità della forma, il ritmo scatenato del racconto è sostenuto da una satira feroce capace di ridicolizzare le correnti fasciste che muovono la politica statunitense odierna.

Ma questo non basta, perché nel mirino di Anderson finiscono anche l’elitarismo e l’indecifrabilità di una certa sinistra che si crogiola talmente tanto nei propri codici, negli slogan e nella propaganda, da risultare inaccessibile agli strati popolari cui vorrebbe rivolgersi. Non a caso l’unico personaggio effettivamente positivo, quello a cui i protagonisti fanno più affidamento, è il sensei Sergio St. Carlos, maestro di karate che dà rifugio agli immigrati e affronta il nemico a viso aperto; punto di riferimento, quasi una personificazione, della città santuario immaginaria di Baktan Cross. Un uomo placido, serafico e intrepido, mosso dal motto “Ocean waves” (tradotto in italiano “Pensa al mare”), un invito a respirare nonostante i tempi funesti.

Nel ventaglio di generi e registri stilistici che Anderson alterna in due ore e quaranta minuti, tra momenti comici sopraffini e tensione da classico western, svetta l’azione. Perché prima di tutto, Una battaglia dopo l’altra è un film d’azione, dove si fugge senza mai fermarsi per rimandare quanto più possibile lo scontro vero e proprio. Una corsa costante, che raggiunge il suo culmine nell’inseguimento finale: un pedinamento dall’esito imprevedibile, ripreso sulle colline di una strada deserta, simile nelle sue ondulazioni alle ocean waves tanto care al sensei Carlos. Una sequenza destinata a diventare iconica, dove il ricercato non sa da chi viene inseguito e il cacciatore non sa chi sta rincorrendo.

L’epilogo di quest’ultima corsa segna il confronto temporaneo tra il potere privilegiato e quello che vi si oppone, la scelta della genitorialità di cui si vuol essere figli e inaugura l’espressione di un amore paterno che non può più manifestarsi attraverso l’iperprotettività e la clausura, e quindi la paura. Perché i tempi che corrono sono duri e chiunque deve essere lasciato libero di fare la propria parte.

L’importanza di (r)esistere

Dopo aver assistito alle gesta di rivoluzionari dinamitardi, rivoluzionari falliti, capitani fascisti, membri di élite suprematiste, clandestini patrioti e suore devote alla marijuana, si arriva alla lettera finale, scritta da Perfidia per Wila e nascosta da Bob fino a che non fosse arrivato il momento opportuno. Più che una lettera, la riappacificazione tra due generazioni vittime dello stesso male e strette indissolubilmente nel rifiuto di una sorte ingiusta. Ma anche un monito universale a prendere parte alla lotta nel modo in cui lo si ritiene più opportuno. Con una portiera che si chiude e un’auto che parte, finisce il film e comincia un’altra corsa. Per la giovane Wila e per il pubblico che esce dalla sala.

Paul Thomas Anderson, con questa sua personale interpretazione del presente, realizza un film che non sarebbe azzardato definire il più acuto e intelligente realizzato finora nella rappresentazione dello stato attuale di disordine e dispotismo in cui versano gli Stati Uniti. Uno spaccato frenetico e pulsante, limpido ma non patinato, asciutto ma non scarno, in cui le colpe da perdonare diventano lezioni da cui ripartire e i genitori che si sentono smarriti ritornano nel mondo insegnando ai figli a camminare insieme a loro. Perché da qui in poi (forse da sempre), sarà una battaglia dopo l’altra.


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