L’anniversario di Andrea Bajani – L’ennesimo romanzo sui genitori o il più necessario di tutti?
Già vincitore dello Strega Giovani, L’anniversario di Andrea Bajani punta all’en plein con la conquista del Premio Strega 2025, in un testa a testa con gli altri due favoriti: Nadia Terranova e Paolo Nori. Dovesse replicarsi quanto già accaduto l’anno scorso con la duplice vittoria di Donatella Di Pietrantonio, bisognerebbe iniziare a tenere d’occhio la giuria di studenti delle superiori che decreta il vincitore della sezione giovanile del Premio, a riprova di quanto il gusto degli adolescenti possa profetizzare il gusto degli adulti.

Nel 2021 Bajani aveva già raggiunto la cinquina finalista dello Strega e del Campiello con Il libro delle case (Feltrinelli 2021), un romanzo sui generis nato in tempo di pandemia, dove l’autore interpretava e rielaborava alcuni episodi di un io narrante in parte coincidente con l’autore, alla luce delle case in cui aveva abitato. Ne L’anniversario l’operazione è simile: la vita privata di un “io” molto simile a quello dell’autore viene sviscerata – o meglio sventrata, con una freddezza chirurgica degna di Knausgaard, per mettere a nudo il rapporto conflittuale con i propri genitori. Il narratore ripercorre i primi quarant’anni della sua vita, che culminano nella decisione di interrompere ogni contatto con sua madre e suo padre. A un decennio di distanza da quel momento («i dieci anni migliori della mia vita») il narratore decide di fare i conti con il suo passato e affronta finalmente attraverso la scrittura le assenze e le violenze che hanno segnato la sua famiglia.
Il padre è una figura autoritaria, instabile, che esercita il proprio potere domestico attraverso la minaccia e l’intimidazione, agendo sempre sul filo di una tensione costante per manipolare gli altri membri della famiglia. Dietro la maschera della normalità si cela un bisogno disperato, quasi distorto, di sentirsi amato, che prende la forma di un controllo ossessivo e di un ricatto emotivo permanente. La violenza — psicologica e fisica — è lo strumento con cui quest’uomo cerca conferme affettive, rendendo la paura e gli attacchi d’ira l’alfabeto di un nuovo lessico famigliare. Il suo comportamento, mai affrontato o riconosciuto come patologico, si intreccia a un retaggio patriarcale che amplifica le dinamiche di dominio, rendendo ingestibile la vita in casa. La sua filosofia è chiara: l’amore va guadagnato attraverso la sottomissione.
La madre, più che diventare una vittima, sembra aver scelto una forma di resa totale. Vive in una condizione di distacco emotivo che la rende assente anche quando è presente, estranea a sé e agli altri, impermeabile al dolore, persino a quello dei propri figli. Non si oppone, non si ribella, non prova nemmeno a proteggere sé stessa. Al contrario si ritrae, si spegne lentamente, adottando un atteggiamento di passività cronica, quasi fosse una tecnica di sopravvivenza. Anche di fronte alle situazioni più crudeli, la sua reazione è piegarsi ancora di più, asservirsi per placare la furia del marito. Eppure non mostra mai di avere paura. È questo che la rende lei, alla fine, la figura più inquietante della coppia: non per la violenza agita, ma per quella silenziosamente accettata, per la rinuncia radicale a qualsiasi forma di vitalità e responsabilità, di fronte ad abusi letti come se fossero la normalità.
Il figlio decide di raccontare queste due figure non immergendosi nei ricordi attraverso la memoria involontaria alla Proust, ma con la lucidità della distanza. Non indugia più del dovuto su dettagli superflui, non si perde in elucubrazioni e voli pindarici per tentare di giustificare la propria operazione di scrittura. Va dritto al punto. Ha davvero qualcosa da dire e, semplicemente, lo dice, senza approfittarsi mai con patetismo delle vicende tragiche che avrebbero fatto gola a molti altri narratori. Così Bajani non perde mai lo stile lirico ed elegante che lo caratterizzava già nei romanzi precedenti, e soprattutto non perde mai la pacatezza del racconto. In questo senso Emmanuel Carrère ha definito L’anniversario “un libro scandalosamente calmo”. Scandalosa è la lucidità con cui il narratore, attraverso la scrittura, viviseziona la propria madre e il proprio padre. Eppure non c’è strategia più efficace per opporsi ad un padre totalitario che raccontarlo senza tremare.
Il “romanzo sui genitori” è ormai un tops della letteratura italiana contemporanea. Ogni autrice e ogni autore prima o poi affronta questa soglia liminare come se fosse un giro di boa della propria carriera, e riscontrando sempre un grande successo di pubblico. Da Voltolini a Calandrone, da Canobbio a Orecchio, fino a Trevi – che quest’anno allo Strega ha proposto proprio Bajani–, e fino al più originale di tutti (a detta della nostra redazione), il Fuoco che ti porti dentro di Antonio Franchini, questo sottogenere della nonfiction autobiografica domina i palchi dei premi letterari e le vetrine delle librerie. Il problema è che forse si è arrivati ad un punto di saturazione. I critici cominciano ad alzare gli occhi al cielo quando si trovano di fronte all’ennesimo romanzo sul rapporto padre-figlio, e si preparano a citare con stizza Freud, Kafka, Svevo e Berto nelle proprie recensioni.
L’anniversario di Andrea Bajani si smarca dal monopolio della nonfiction a partire dal sottotitolo: “un romanzo”. Non è chiaro se la storia dell’io narrante coincida del tutto, solo in parte o per niente con la vita dell’autore, ma questo non ha importanza. In un panorama letterario in cui solo le storie vere sembrano degne di essere scritte, Bajani ci ricorda che il fine della letteratura non può essere solo il racconto della realtà, ma si moltiplica proprio grazie alle possibilità dell’invenzione romanzesca. Anche se L’anniversario un domani si rivelasse essere la perfetta autobiografia di Andrea Bajani, il merito dell’autore rimarrebbe quello di aver posto l’accento sul valore della sua opera non in quanto “storia vera”, ma in quanto narrazione romanzesca.
Questo concetto è rafforzato dalle numerose riflessioni metanarrative del romanzo, dove viene sottolineato il ruolo fondamentale della scrittura nella rielaborazione del passato. Scrivere per il protagonista non è soltanto un modo per ricordare, ma trasforma l’esperienza vissuta in una forma maneggiabile e attraversabile. Soltanto attraverso una scrittura che non sia limitata né dal tempo né dalla realtà, sembra dirci Bajani, si possono esprimere le migliori potenzialità del pensiero.
Perciò: no, L’anniversario non è l’ennesimo romanzo sui genitori, ma forse il più necessario di tutti. È il sintomo dell’evoluzione di un genere che, appunto, ha saturato il mercato. Ed è, insieme, la sua forma più compiuta: un libro che non si limita a raccontare un dramma familiare, ma interroga radicalmente il senso stesso di scrivere della propria origine per emanciparsene.
https://it.wikipedia.org/wiki/Andrea_Bajani
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