“Le Ballate di Narayama” – Fukazawa Shichirō strega il lettore, conducendolo nel cuore di un’inquietante leggenda: l’ubasute
Nel folklore giapponese esiste un filone narrativo chiamato ubasuteyama (o obasuteyama), letteralmente “montagna dove la gente anziana veniva abbandonata”1. Questo nome fa riferimento ad una pratica fittizia che avrebbe previsto l’abbandono dei membri più anziani di una comunità in montagna. Le storie di questo genere possono trattare di situazioni eccezionali come carestie e siccità, o di regole di routine all’interno di singoli villaggi. Mentre non esistono riscontri documentati di tali usanze o di normative simili, è probabile che la leggenda sia riconducibile a racconti di tradizione buddhista2. In ogni caso, l’ubasute è entrato a pieno titolo tra i motivi narrativi della letteratura giapponese, tanto da dare il nome ad una montagna: il monte Kamuriki, nella prefettura di Nagano, è stato infatti designato come il leggendario ubasuteyama3.
A questa interessante categoria, che si snoda da raccolte poetiche del decimo secolo come lo Yamato monogatari, a sceneggiature di teatro Nō firmate dal celebre Zeami (1363 circa – 1443 circa), si può dire appartenga anche il ben più recente Le ballate di Narayama (Adelphi, 2024). Racconto d’esordio di Fukazawa Shichirō (1914-1987), fu pubblicato per la prima volta in una rivista nel 1956, poi sotto forma di volume l’anno seguente, e vanta ad oggi due adattamenti cinematografici considerati capolavori: il primo diretto da Kinoshita Keisuke nel 19584, il secondo da Imamura Shōsei nel 1983, premiato con la Palma d’Oro a Cannes nello stesso anno5.
Montagne che si susseguono a montagne, montagne a perdita d’occhio.
Le Ballate di Narayama, p.11
Incastonato in un paesaggio sperduto, l’“altro villaggio” al lato opposto del “villaggio di fronte” è lo scenario d’inizio di questo racconto, un’ambientazione dove i contorni geografici della provincia di Shinshū sfumano verso l’indefinito della favola. A essere importante non è il dove o il quando, fatto accentuato dalla fluidità con cui l’autore lascia scorrere il tempo delle vicende da un paragrafo all’altro, senza quasi che il lettore se ne renda conto. Gli unici dati temporali che interessano davvero alla storia sono le età: a quanti anni i membri del villaggio ne modificano le dinamiche sposandosi, avendo figli o, soprattutto, raggiungendo il settantesimo anno di età. Come un conto alla rovescia, una ballata tradizionale ricorda ai membri più anziani del villaggio l’avvicinarsi del traguardo, che li impegnerà nella preparazione della grande festa di Narayama, l’unica che si meriti un banchetto di tutto punto, raro lusso in un anno di vita parsimoniosa e stentata.
Quando la festa di Narayama viene tre volte
Dalle castagne germogliano i fiori
Le Ballate di Narayama, p.12
Così conosciamo Orin, la dignitosa donna che, sulla soglia dei settant’anni, vive completamente assorbita dai suoi doveri di matriarca: trovare una nuova moglie al figlio vedovo, preparare la sontuosa cena con cui omaggerà i vicini di casa per la festa di Narayama, e partire con il figlio il primo giorno del suo settantesimo anno di vita. Sempre a quest’età è infatti uso che gli anziani del villaggio si rechino, sulle spalle dei figli, in un arduo pellegrinaggio al Narayama, monte abitato da un dio.
Se all’inizio si è quasi travolti dall’operosità di Orin e dalle vicende della sua famiglia, la storia si incupisce rapidamente: emergono usanze bizzarre, come prime avvisaglie di quanto miseria e indigenza affondino profondamente le radici nella vita e nelle tradizioni del villaggio. Segreto vergognoso è, per esempio, avere ancora tutti i denti in età avanzata, segno deplorevole di gran voracità, uno dei peggiori peccati in un paese tanto povero. Più grave può essere solo rubare e nascondere provviste, un reato meritevole di punizioni feroci e impietose.
«La terza regola è: “Quando tornerai dalla montagna, non dovrai voltarti indietro per nessun motivo”».
Le Ballate di Narayama, p.63
In queste tinte sempre più fosche, e mentre il già settantenne Matayan della Casa della Moneta si rifiuta con disperazione crescente di “andare in montagna”, si delinea un’immagine sempre più inquietante del pellegrinaggio. Quando finalmente Orin sale sulle spalle del figlio Tatsuhei, inquieto e silenzioso, la storia iniziata con toni di fiaba termina in horror, tra corvi neri e cadaveri nascosti tra le rocce, i resti di chi li ha preceduti in quel terribile cammino. Le speranze abbandonano il lettore e lo lasciano al freddo, lo stesso freddo a cui si affida l’anziana donna, spingendo via figlio e lettore con la medesima forza. Tatsuhei si fonde col pubblico, ne riflette la confusione, la tristezza, la frustrazione, ed è assieme che si voltano le spalle ad Orin e si torna sui propri passi, uscendo dalla storia sotto una spolverata di neve, gratitudine e malinconia.
Proprio questo passaggio viene narrato in modo particolare, mutando fluidamente punto di vista: se infatti gran parte della storia viene vissuta dagli occhi di Orin, un dettaglio significativo e che trasmette la grande forza e importanza della donna nello scenario famigliare, mano a mano che ci si avvicina alla meta del viaggio e alla fine del racconto, la narrativa scivola tra le mani del figlio. Ci troviamo chiusi fuori dalla mente di Orin, come a lasciar capire che il suo sia un destino irreversibile, che ormai ella appartenga alla montagna e la storia, come è naturale che sia, continui nel figlio.
Un’altra scelta stilistica che va a guidare attivamente la trama è l’utilizzo di brevi componimenti poetici, che vanno a punteggiare il testo come facendo eco agli uta monogatari, un genere di romanzi in cui la prosa fa da cornice alla poesia waka. Certo il caso delle Ballate è molto diverso da un tradizionale uta monogatari, sia a livello tecnico che di significato; ciononostante, anche qui il testo spiega e contestualizza le poesie, e di esse si alimenta per far comprendere sempre meglio al lettore quali inquietanti leggi vigano nel villaggio di Orin. Le canzoni apparentemente innocue contribuiscono a costruire un ambiente fatto di ammonimenti e morali crudeli, redarguiscono contro lo sperpero, l’egoismo, la nullafacenza: i motivetti insistenti e incalzanti rendono l’aria attorno ai personaggi sempre più pesante, e inquadrata in dettami a cui nessuno può sfuggire.
Questo romanzo occupa uno spazio sorprendentemente vasto in rapporto alla brevità del testo.
“Guardando la luna che splende sul monte Obasute”, Giorgio Amitrano, p.85
Tanto pare semplice in una maniera quasi scabrosa il racconto di Fukazawa, tanto scava in profondità la postfazione di Giorgio Amitrano, una novità importante rispetto alla prima edizione italiana del romanzo, tradotta dal francese come Le canzoni di Narayama (Einaudi, 1961). L’edizione Adelphi rappresenta la prima traduzione direttamente dal giapponese, curata dell’eminente yamatologo Amitrano che, senza limitarsi a poche note circostanziali, con Guardando la luna che splende sul monte Obasute va a completare e arricchire il racconto del suo contesto di pubblicazione e delle vicende che lo circondarono. Amitrano allarga lo sguardo del lettore a un panorama molto ampio, guidandolo dal folklore antico alla società giapponese degli anni Sessanta in cui si è mosso l’eccentrico autore delle Ballate, restituendo riflessioni e spiragli che vanno ben oltre la luccicante cultura pop giapponese che siamo abituati a conoscere.
Di Fukazawa Shichirō, Amitrano delinea una storia che sembra essere un romanzo a parte: un ragazzo di provincia che, con la sola licenza media e una grande passione per la chitarra, passa dal suonare in un teatro di burlesque a vincere le simpatie di Yukio Mishima con le sue opere. La sua breve e inaspettatamente brillante carriera termina qualche anno più tardi con “l’incidente Shimanaka”: la pubblicazione di un racconto satirico con protagonista la famiglia imperiale provoca violente reazioni da parte della destra radicale, al punto da costringere l’autore alla clandestinità. Persino la stampa e i media si auto-censurano, facendo nascere il cosiddetto “tabù del crisantemo”, il veto di mettere in discussione, parodiare o ritrarre in opere di fantasia la famiglia imperiale.
La lettura di questo volume è un’esperienza a tutto tondo, fatta di fiaba, di musica, di storie antiche e del loro vivere significativamente nelle parole di autori contemporanei, parlando forse più della società vicina ad oggi che di quella che queste leggende le ha generate. Poco più di un centinaio di pagine per fare andata e ritorno da un mondo tutto nuovo e sconosciuto, che coinvolgerà al di là di ogni curiosità o conoscenza sul Giappone anche il più disinteressato dei lettori.
- Jisho.org. Ultimo accesso: 14 aprile 2025, https://jisho.org/word/ubasute ↩︎
- Kunio, Yanagita (1991). Tōno Monogatari (遠野物語). Vol. 264. Japan: Shueisha. ISBN 978-4087520194. ↩︎
- Wikipedia.org. Ultimo accesso: 14 aprile 2025, https://en.wikipedia.org/wiki/Mount_Kamuriki ↩︎
- Wikipedia.org. Ultimo accesso: 14 aprile 2025, https://en.wikipedia.org/wiki/The_Ballad_of_Narayama_(1958_film) ↩︎
- Wikipedia.org. Ultimo accesso: 14 aprile 2025, https://en.wikipedia.org/wiki/The_Ballad_of_Narayama_(1983_film) ↩︎
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