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“La gioia avvenire” di Stella Poli – Recensione

di Nicola Vavassori

Uno dei problemi della narrativa contemporanea è credere che, se un libro parli di temi dibattuti e importanti, sia automaticamente “un bel libro”. Forse venderà molto, è vero, ma nemmeno questa è una garanzia di qualità. In verità, ciò che ci spinge a leggere un romanzo, anziché un saggio o un articolo di giornale, è il fatto che ci si augura di trovare, nella letteratura, una rielaborazione artistica di determinate tematiche, sotto l’aspetto dello stile, magari, o della struttura, o dell’originalità della vicenda narrata. Ma non tutti i romanzi riescono bene in questa sfida. Fatte queste dovute premesse, si può dire che La gioia avvenire, l’opera di esordio di Stella Poli, edita nel 2023 per Mondadori e finalista al Premio Calvino, è – secondo me – “un bel libro”.

Il romanzo, infatti, non solo riesce ad affrontare temi come la violenza sessuale con una scrittura peculiare, ma problematizza fin dalla prima riga lo statuto stesso del raccontare. “Le cose non andrebbero dette mai” esordisce Sara, la narratrice “Una cosa raccontata è tracotante: esige, estorce quasi. Forse è perché pensiamo a tutto come un racconto.” Una narrazione corre il rischio di perdere efficacia rispetto alla realtà e insieme di falsarla, di imporsi immeritatamente come un suo surrogato. E quando le vicende narrate sono di impatto come quelle di questo libro, mancano le parole per riferirle. Allora è dal silenzio che nasce il racconto di Sara e nel silenzio si nasconde, diventando per la ragazza il filtro di se stessa, prendendo le distanze da una realtà che la tocca molto più di quanto appaia.

Sara è una psicologa e si presenta in uno studio legale milanese per cercare di capire se sia ancora possibile, per una sua paziente ventitreenne di nome Nadia, denunciare una violenza subita quasi dieci anni prima. Per questo si confronta con un giovane avvocato sulla base degli scritti in cui la paziente racconta gli orrori subiti. Leggiamo così le vicende attraverso una narrazione di secondo grado, che ricorre a una prosa diretta, asciutta, spietata. Ciò che è superfluo, ciò che non pertiene l’immediata necessità della voce narrante viene eliminato, a tal punto che alcune frasi sono prive di punteggiatura e si interrompono a metà – e non perché manchino le parole, ma perché altre sarebbero di troppo. “Ma una volta che le cose si capiscono, è facile voltarsi indietro e pensare come facevo a non.” “Ma dopo cotanta tragedia m’aspettavo almeno che.” Reticenze come queste non hanno bisogno di essere completate: la loro intensità sta in un silenzio che non vuole sottovalutare il lettore, ma gli lascia avvertire dentro di sé ciò che sulla carta non indugia più del dovuto.

Nadia si nasconde dietro Sara perché ha imparato che aprirsi agli altri non protegge, ma rende vulnerabili. Così, a quindici anni, quando aveva provato a denunciare le molestie subite dal marito dell’amante di suo padre, si era sentita rispondere dal responsabile della sezione minori che “non era una bellezza vistosa”, che non aveva una quinta di seno, ad esempio, e che dunque l’accaduto era difficile da giustificare. E adesso che Nadia di anni ne ha 23, è cambiato il tempo, è cambiata la legge e probabilmente non le sarà possibile ottenere giustizia. In più la ragazza sa anche che essere una vittima può diventare un peso per gli altri, perché “il dolore ha qualcosa di ricattante, sempre. Inchioda nella sua indigenza. E in certo qual modo sbarra la fuga, preclude l’abbandono”. Allora sceglie di fidarsi soltanto di pochi e senza patetismi: si accorge che dovrà superare il proprio trauma principalmente da sola.

Il flusso di pensieri di Nadia si intreccia a digressioni sui sogni ricorrenti e da qui, freudianamente, si ricollega alla psicanalisi, a cui sono dedicate riflessioni sempre brevi, mai superficiali. Anche nell’indagine psicologica dei suoi personaggi, Stella Poli va dritta al punto, con una scrittura chiara che permette di afferrare subito il nocciolo delle questioni proposte, nella loro immediatezza emotiva. Due sono i personaggi sullo sfondo della narrazione che vengono fatte riemergere lentamente dallo scavo psicologico, fino a posizioni centralissime. La prima è quella del padre di Nadia: in seguito alla violenza della figlia, tra i due si apre una crepa e il percorso di terapia seguito dalla ragazza sembra volto prima di tutto a ricucirla. “L’amore si merita” si chiede Nadia “ma un padre lo si merita?”. Il secondo personaggio è Elena, una paziente di Sara, che soffre di disturbi paranoidi dissociati e ha manie di persecuzione. “Non mi piace perché fallisco” spiega la psicologa “mi ricorda che forse non lo so fare questo mestiere, anche se mi davano tutti la lode.”

Il padre ed Elena rappresentano l’origine e la cura di una ferita. L’esperienza del trauma, che porta il primo ad allontanarsi, è la stessa che permetterà invece a Sara di empatizzare con Elena e capire di che cosa ha bisogno per stare meglio: imparare a difendersi da sola, per “non doversi mai mettere le chiavi fra le dita nei parcheggi”, sempre in guardia da un possibile aggressore. Dopotutto, come scrive Franco Fortini nel componimento che dà il titolo a questo libro: “La scuola della gioia è piena di pianto e sangue/ Ma anche di eternità.”

La gioia avvenire, insomma, è un racconto da tenere come riferimento se si vuole raccontare un trauma evitando di cadere nella banalità. Stella Poli affronta temi come la violenza sessuale e l’incomunicabilità genitoriale senza restare in superficie né indugiare troppo, ricorrendo a una scrittura essenziale ma fulminante, e ci ricorda che la letteratura, nelle mani giuste, può diventare uno strumento potente per esplorare l’ineludibile connessione tra dolore e speranza.

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