Attualità,  Storia e Società

BieloRussia, “l’ultima dittatura d’Europa”

Per oltre due decenni media e analisti occidentali hanno appellato Aleksandr Grigor’evič Lukašenko “l’ultimo dittatore europeo”. In effetti, a giudicare dai fotogrammi diffusi lo scorso 23 agosto dalla Belta, il titolo di dittatore appare assai calzante: Batka (“paparino”, come lo chiamano sempre meno affettuosamente i suoi sudditi) viene ripreso mentre scende da un elicottero nei pressi del blindatissimo palazzo presidenziale di Minsk, imbracciando un kalashnikov e vestendo un giubbotto antiproiettile. E questo in risposta alle decine di migliaia di manifestanti che stavano pacificamente sfilando lungo gli ampli viali della capitale della Bielorussia.

Immagine estratta da un video fornito dalla Belta (agenzia ufficiale di stampa bielorussa) in data 23/08/20. Netto è il contrasto fra il presidio armato attorno al Presidente della Bielorussia e la pacifica protesta dei manifestanti. Per il link al video completo, si scorra in fondo all’articolo.

Democratura, ibrido immondo

Da tempo però Lukašenko, in epoca sovietica direttore di un kolchoz (un’azienda agricola collettiva), non è più né l’ultimo né il solo dittatore attivo nel Vecchio Continente: a fargli compagnia vi sono l’Ungheria di Viktor Orbán e la Polonia di Diritto e Giustizia (PiS) in seno alla stessa Unione Europea; nonché, alle porte di quest’ultima, la Turchia di Recep Erdoğan e la Russia di Vladimir Putin. In tali Paesi si sono concentrati nelle mani dei cosiddetti uomini forti e/o delle élite oligarchiche quei pieni poteri richiesti anche da Matteo Salvini in Italia (dopo la caduta del governo Conte I che egli stesso ha provocato).Tutto ciò ha ivi condotto ad una sempre maggiore erosione dello stato di diritto e delle garanzie costituzionali, lasciate in balia d’un legislativo e di una magistratura proni al potere esecutivo.

Per caratterizzare simili regimi ibridi, che spuntano nell’odierno panorama internazionale come funghi nella più umida fra le mattinate, è stato coniato il termine “democratura” (dall’unione di “democrazia” e “dittatura”): una categoria nella quale ben rientrano i sopracitati regimi illiberali, che rispettano le formalità delle procedure democratiche per poi calpestarne i valori e le istituzioni durante l’atto pratico dell’esercizio di governo. Lukašenko, per esempio, guida il suo paese dal 1994 con fare dispotico e metodi che ricalcano il retaggio sovietico; ma lo fa alla luce di sei elezioni presidenziali vinte con percentuali plebiscitarie (in media dell’80%, nel ’94, ’01, ’06, ’10, ’15 e ’20) e coadiuvato da un Parlamento legiferante (dai cui seggi è però stata estromessa ogni opposizione). La sua è una “dittatura dolce”, per dirla con le parole della giornalista e premio Nobel bielorussa Svetlana Aleksievic; o, se si preferisce, una democratura forte, repressiva e a tratti surreale. Certo è che il Presidente della Bielorussia si trova in buona compagnia ed è proprio il più prossimo fra i suoi compagni, considerato alla stregua d’un fratello maggiore, a tener in mano il destino ultimo del suo popolo: si allude, naturalmente, a Putin, padre di tutti i despoti europei contemporanei e fra i primi nell’ormai affollata classifica mondiale.

Sì, ma che ci importa della Bielorussia?

Le opinioni pubbliche dell’Occidente si scoprono sempre colpite dalle sorti di quelle popolazioni che, in un mare d’avversità, lottano per quanto gli occidentali danno ormai (troppo) per assodato: diritti umani e democrazia. Chiunque abbia la facoltà d’esprimere liberamente il proprio pensiero non può rimanere indifferente dinanzi alle efferate violenze con le quali Lukašenko desidera affogare nel sangue le pacifiche proteste della popolazione bielorussa, rinfocolatesi all’indomani delle elezioni presidenziali tenutesi il 9 agosto. Le ennesime “né eque né libere”, per usare le parole di condanna giunte da Bruxelles.

Eppure è risaputo quanto tale sdegno sia facile ad estinguersi. La preoccupazione principale di noi europei è in ultima istanza il benessere della roccaforte Europa; ma, ricordiamolo, specialmente in questa fase storica tal benessere passa anche dalle relazioni che intratteniamo col resto del mondo.
L’UE, benché assorbita dalle proprie inderogabili beghe interne, non può né deve rimanere silente dinanzi quanto sta capitando ai suoi confini: non deve perdersi nel fanciullesco desiderio di rimanere al di fuori della storia del secolo XXI; ma necessita di muoversi con cautela. Le avventure statunitensi in Medioriente ci ricordano quanto sia pretenzioso esportare manu militari la democrazia nel resto del mondo, quasi fosse il destino ultimo e desiderabile d’ogni popolo.
Una lezione, questa, che deve valere in special modo se l’estero cui si rivolge è il cortile di casa di Mosca.

La rilevanza della Russia bianca

Lungi dall’essere periferico, lontano dalle nostre esistenze e dai nostri interessi, il territorio bielorusso assume oggi una forte rilevanza strategica. Innanzitutto, è posto tra le mire di Russia, NATO e Cina; inoltre, i suoi confini rappresentano per il Cremlino una parte irrinunciabile della nuova cortina di ferro, odierna riedizione del limes che oggigiorno continua a separare le forze NATO dalla Federazione Russa. Ma andiamo con ordine.

Madre/Matrigna Russia: il cuore ad Est, le orecchie ad Ovest

Se da un punto di vista geografico la Bielorussia si trova a metà strada fra Mosca e i membri dell’Alleanza Atlantica, da quello geopolitico Minsk è ancora in gran parte rivolta verso Est.
I rapporti commerciali, militari e politico-culturali con la Russia restano strettissimi: la Bielorussia fa parte dell’Unione economica eurasiatica (dal 2015), della Comunità degli Stati indipendenti (dal 1991) ed è integrata con le Forze Armate russe; inoltre rappresenta un importante snodo energetico per alcuni dei gasdotti e oleodotti coi quali il potente vicino russo rifornisce di idrocarburi i ricchi mercati europei. Tutto ciò rende Minsk legata a doppio filo con Mosca.

Ciononostante, la Bielorussia non può essere intesa come semplice strumento del Cremlino. Alla collaborazione si alternano fasi di attriti reciproci, nelle quali s’inseriscono il Dragone e l’Occidente: Pechino vorrebbe farne un hub d’approdo per le proprie merci dirette via terra verso il Vecchio Continente, mentre l’Occidente non ha mai rinunciato ad avanzare nelle terre tradizionalmente di competenza russa e sovietica. Minsk interpreta il proprio rapporto con l’Occidente come carta da giocare nelle trattative con Mosca, senza avere ad oggi l’obiettivo (perseguito dall’Ucraina nel 2013-2014) di sganciarsi da quest’ultima per integrarsi nell’UE e nella Nato. Tuttavia, per l’Alleanza Atlantica la Bielorussia riveste un ruolo importante specie in quanto gli strateghi occidentali sono molto preoccupati dal cosiddetto Suwałki Gap, lo stretto corridoio terrestre che separa la Polonia dalle repubbliche baltiche.

Una nuova cortina di ferro è calata sull’Europa

Il Muro crollò nell’ 89, ma il confronto con la Russia uscita dalle macerie sovietiche è proseguito, sebbene a fasi alterne. Si può dire che una nuova cortina di ferro sia calata sull’Europa: dalle isole Svalbard nel mar Artico a Sebastopoli sul mar Nero, una linea ora dura ora permeabile separa Mosca e le sue ambizioni di potenza dalla sfera d’influenza americana in Europa.

Rispetto alla sua versione novecentesca, la nuova cortina di ferro non produce stabilità: la sua mobilità alimenta continue frizioni, come quando la Russia ha perso (in parte) l’Ucraina nel 2014. Oggi la cortina è troppo vicina al cuore economico-demografico della Russia per i gusti del Cremlino. Minsk rimane l’unica vera alleata in Europa: pertanto Putin vorrebbe se non annetterla quantomeno inserirla in modo definitivo nella propria orbita, lontana da ingerenze esterne.
Dal canto loro gli Occidentali, vincitori della Guerra Fredda, non riconoscono alla Russia alcuna legittimità nell’esercitare influenza nel suo vicinato, che pur il Cremlino percepisce come irrinunciabile per la propria sicurezza: oggi è proprio questo il massimo elemento di frizione fra orso russo da una parte ed alleati nordatlantici dall’altra.

Gli eventi in Bielorussia ci riguardano insomma da vicino, e solo in parte per la loro attiguità geografica: tale terra rappresenta un importante campo sul quale intavolare un rinnovato dialogo con la Russia; o, al contrario, un pericoloso terreno di scontro.

Una carta a colori della nuova cortina di ferro, tratta dal numero di Limes “Il Muro portante”. Laura Canali, 2019.

Notizie dalla Bielorussia: ieri…

La sintesi baltico-slava

Per meglio comprenderne le dinamiche odierne, l’identità e le aspirazioni popolari, è d’uopo fare un breve salto nel passato della Bielorussia.
Abitata in antichità da tribù baltiche, a partire dal V secolo tribù slave presero a stabilirvisi, mescolandosi (pare senza traumi bellici rilevanti) alle etnie baltiche locali: una sintesi slavo-baltica che più volte avrebbe mostrato i propri riverberi nel corso della storia bielorussa.

Una terra dai confini intercambiabili, crocevia di popoli…

Nel IX secolo sorse il Principato di Polack, prima compagine statale a far la propria comparsa sulle terre comprendenti l’attuale Bielorussia. Esso simboleggia un primo mito fondativo, tanto da esser ripreso secoli dopo nelle narrazioni dei nazionalisti bielorussi, sia di regime che d’opposizione; però non era abbastanza per costituire un’identità nazionale: Polack divenne sì parte integrante della Rus’ di Kiev nel X secolo, ma nel XIII secolo l’espansionismo dell’Orda d’Oro rese grama la vita dei principati “bielorussi”. Seppur effimere, le sue conquiste portarono all’invasione da Est della Bielorussia e ad un ulteriore insediamento sulle sue terre di popolazioni straniere, tatare e mongole.

… Religioni e culture differenti, sempre parte di entità statali più ampie

Caduta Kiev a seguito delle invasioni tatare, fra la metà del XIII ed il XIV secolo l’odierna Bielorussia venne gradualmente annessa al Granducato di Lituania. Quest’ultimo si fuse col Regno di Polonia nel 1569, a seguito dell’Unione di Lublino; mentre l’Unione di Brest, nel 1595-1596, portò al compromesso fra la Chiesa cattolica e quella ortodossa entro i confini della Confederazione polacco-lituana. Col passare dei decenni, l’elemento cattolico-polacco si fece preponderante, innescando una prima “polonizzazione” dei bielorussi.
A fine Settecento la Polonia venne spartita fra gli Imperi centrali e la Bielorussia passò sotto il controllo degli zar; sicché per tutto l’Ottocento, assieme a parte della Polonia, fece parte del “Governatorato nord-occidentale”, una delle tante province dello sconfinato Impero russo. In tal epoca prese corpo la teoria del zapadnorussizm (“russismo occidentale”) che, sposandosi alle esigenze politiche di controllo zarista, per tutto il secolo pretese di ridurre i bielorussi a una propaggine occidentale dell’unico, grande popolo russo.
Se durante la polonizzazione i bielorussi vennero considerati dei polacchi dell’Est, con il russismo (e in maniera più stabile, massiccia ed efficace) divennero russi dell’Ovest.

Scintille d’identità nazionale

Eppure, nemmeno tale storia bielorussa dominata dai non bielorussi è scevra di scatti d’orgoglio nazionale: ad esempio, vi fu la rivolta anti-russa che, scoppiata nel 1863 in Polonia, coinvolse qualche mese dopo la stessa Bielorussia. Non a caso in un periodo in cui il pensiero nazionalistico bielorusso (radicato nelle vecchie glorie del Granducato di Lituania) si affacciava nei giornali, in reazione al russismo imperante. Furono tali nazionalisti, pur privi d’un profondo attaccamento con la popolazione (in larga parte contadina), ad accendere una prima scintilla d’identità autonoma bielorussa: finché, nel 1902, venne fondato il primo partito bielorusso (quello rivoluzionario).

Nel Novecento, tra russismo e polonizzazione

Durante la Grande Guerra la Bielorussia divenne un campo di battaglia e larghe porzioni del paese ricaddero sotto il dominio degli Imperi centrali. I tedeschi sorprendentemente mostrarono una certa moderazione e anzi sfruttarono il nascente sentimento nazionale in chiave anti-russa. A seguito della Rivoluzione bolscevica, con la conseguente uscita della Russia dal conflitto, nacque sotto l’egida tedesca la Repubblica Nazionale Bielorussa (BNR). Esistenza breve la sua: alla sconfitta della Germania guglielmina i bolscevichi rientrarono in Bielorussia, il cui governo parlamentare fuggì in esilio (dove si trova tutt’ora!).

Terminato il conflitto vi fu ancora spazio per il tradizionale braccio di ferro tra “polonizzazione” e “russismo”: la Polonia del maresciallo Piłsudski, che prometteva di riportare in auge le antiche glorie lituano-polacche, si scontrò coi bolscevichi dell’Armata Rossa, che sbandieravano le idee della rivoluzione. Finché tutto ebbe fine nel 1921, con il trattato di Riga e l’ennesima spartizione della Bielorussia tra Russia e Polonia: la zona occidentale subì una rinnovata, seppur poco duratura, opera di polonizzazione; mentre in quella orientale la Repubblica socialista bielorussa partecipò, l’anno seguente, alla costituzione dell’URSS, della quale per 70 anni seguì le vicende politiche.

In seguito alla crisi dell’URSS, nel 1991 venne proclamata l’indipendenza e la nuova Repubblica di Bielorussia aderì alla CSI (l’organizzazione che riunisce tutte le ex repubbliche sovietiche ad eccezione dei paesi baltici). Allo stesso tempo, Stanislav Šuškevic venne eletto capo dello Stato: egli ha sostenuto un piano di riforme volte alla liberalizzazione dell’economia e della società.
Sfiduciato dal Parlamento, nelle elezioni del 1994 è stato sconfitto dal tristemente noto Lukašenko.

L’era di Batka (1994-????)

Nel 1994, come in tutte le ex repubbliche sovietiche, anche in Bielorussia il vento del nazionalismo era in crescita; ma a Lukašenko, in quel momento, non serviva una mistica nazionale. Al contrario, per superare la crisi economica gli era indispensabile un forte rapporto con la Russia e un facile e poco costoso accesso ai suoi immensi depositi di risorse naturali: il relativo successo economico della Bielorussia risiede proprio in questo esercizio di realismo, che ha legittimato il primo quindicennio al potere di Batka.

Alla base del suo potere vi sono diversi retaggi ereditati dall’URSS: non solo il Comitato per la Sicurezza dello Stato (meglio noto come KGB, come il suo predecessore sovietico).
V’è innanzitutto l’intimo legame con Mosca che, direttamente o indirettamente, gli ha sinora permesso di reggere le redini della Bielorussia; ma anche un sistema fondato sulla coincidenza fra un’economia di Stato e la sovrastruttura politica, che fanno riferimento esclusivamente a lui e all’oligarchia che lo circonda. Ciò gli ha permesso d’usufruire di un complesso sistema di welfare pubblico fornito da grandi imprese di Stato che garantisce a tutti un reddito minimo e servizi pubblici essenziali. Sebbene di livello non paragonabile a quello dell’Europa Occidentale, esso ha rappresentato un sistema di certezze che va sì stretto alle generazioni del post-Perestroika, ma che rimane irrinunciabile agli occhi delle generazioni precedenti (le quali costituiscono circa i 2/3 della popolazione).

Una grossa fetta dei civili non immagina la propria esistenza senza la costante presenza dello Stato. Questo spiega, nel contesto della crisi dei primi Anni Novanta, quella tendenza alla nostalgia per l’URSS e all’opposizione verso le riforme di mercato che affossò Šuškevic e spianò l’ascesa a Lukašenko. In effetti, l’ancoraggio al passato sovietico ha consentito a quest’ultimo di sottrarsi alla politica delle riforme e delle privatizzazioni condotta dal suo predecessore, con il non trascurabile effetto di consolidare il proprio potere personale: ecco allora l’esaltazione del retaggio russo, la rivendicazione delle radici comuni, il rapporto privilegiato con Mosca, le prospettive di federazione e magari riunificazione, l’uso massiccio della lingua russa a discapito di quella bielorussa

La bandiera della Repubblica Nazionale di Bielorussia (1918-1919). Essa venne riutilizzata fra il 1991 e il 1995, dopo l’indipendenza dall’URSS. Giunto al potere, con un referendum Lukashenko ha ripristinato la bandiera utilizzata in epoca sovietica, pur espunta di falce e martello: un forte segnale di nuovo orientamento politico. Quest’oggi la bandiera della BNR è apparsa sventolante in alcune della manifestazioni popolari, come simbolo di una piena statualità bielorussa.

…E oggi, che sta succedendo?

Non si resta tanto a lungo al potere, però, se non si ha la capacità di cavalcare l’onda della Storia, adattandosi ai tempi. Nel 2014, quando la rivolta di Piazza Majdan ha scosso gli equilibri politici in Ucraina e innescato la reazione del Cremlino in Crimea e nel Donbas, Lukašenko ha agito con prontezza. Preoccupato tanto dal crollo di Viktor Janukovyč a Kiev quanto dalle contromosse di Putin, Batka ha repentinamente modificato il proprio orientamento geopolitico.

L’unione con la Russia è diventata un pericolo da evitare; l’intesa cordiale con il Cremlino per le forniture di petrolio a prezzo stracciato un cappio da allentare. L’Occidente non è più il nemico storico bensì un’alternativa percorribile: prima attraverso la distensione dei rapporti con l’UE, poi con la clamorosa apertura di un dialogo con l’ex nemico statunitense. Il principato di Polack e il Granducato di Lituania hanno ritrovato posto nel discorso pubblico, come segno di un’antica comunanza di radici con l’Occidente; inoltre è stato nuovamente favorito e incrementato l’uso della lingua bielorussa nella scuola e nei canali comunicativi.

Tutto ciò è perno della nuova politica culturale del regime, sobillata dalla necessità di assumere una posizione meno schiacciata sulla Russia e più aperta all’Occidente.
Il multilateralismo è divenuto una strategia da perseguire ad ogni costo: dopo una lunga stagione di russismo esclusivo, il pendolo identitario bielorusso è tornato a muoversi verso la polonizzazione. Uno spostamento che per Lukašenko ha assunto un carattere di sola contingenza politica. Ora che la contestazione scuote le basi del suo potere e l’indulgenza del Cremlino è decisiva, il presidente è tornato a esaltare il legame con la Russia e a parlare di “un solo popolo da Vladivostok a Brest”; ma che sta capitando in Bielorussia?

Non le solite proteste

Non è certo la prima volta che le elezioni coincidono con momenti di recessione e di inquietudine sociale. Era già accaduto nel 2006, 2010 e nel 2015. All’epoca era stato sufficiente mettere in allerta l’imponente apparato di sicurezza interno; ma il malcontento serpeggiante già dallo scorso novembre e poi definitivamente esploso quest’anno s’innesca su un fenomeno inedito e di portata globale qual è la pandemia da coronavirus.
L’economia di Minsk risente pesantemente della crisi che sta attanagliando la Russia, costretta ad assottigliare gli aiuti rivolti alla sorella bianca. Il tracollo economico, unitamente ad una gestione disastrosa della pandemia e ad una repressione spropositata, ha contribuito a delegittimare Batka agli occhi della popolazione. La quale (con la significativa eccezione di militari e funzionari pubblici) cerca ora risposte che il Governo non sembra più in grado di fornire.

Le opposizioni e il coraggio delle donne

Gli industriali hanno sperato in silenzio nella candidatura di Viktor Babariko; le imprese hi-tech in quella di Valery Tsepkalo; mentre i ceti medi e bassi hanno supportato la candidatura del blogger Sergey Tikhanovsky (non è un caso: il movimento occidentalista ha oggi una solida presenza online). La reazione del Presidente è stata in linea con le precedenti: Babariko e Tikhanovksky sono da tempo in cella, mentre Tsepkalo è stato costretto a lasciare il Paese. Stavolta è il risultato a divergere da quello consueto.

Svetlana Tikhanovskaya ha proseguito la battaglia del marito incarcerato, supportata da Veronika Tsepkalo (moglie di Valery) e da Maria Kolesnikova (ex-capo della campagna di Babaryka).
Tre donne che, assicurata la protezione dei propri figli all’estero, hanno avuto il grande merito di resistere alle minacce della macchina elettorale/poliziesca del Governo, portando le classi medio-basse in politica e svelando la progressiva erosione del consenso a Batka.
Tre donne che sono riuscite in quanto era sempre fallito: radunare le opposizioni e saldarle al malcontento popolare.

Agenti in uniforme verde e passamontagna neri posti a vigilare sulle molte persone in marcia pacifica.
“Solo i codardi picchiano le donne!” gridava il corteo. Molte donne sono state sollevate con la forza e arrestate, tra queste anche Nina Bahinskaja (nella foto), di 73 anni.
Per quanto ancora la libertà verrà pagata col sangue?

Appare chiaro come la società civile bielorussa abbia raggiunto dei livelli di coesione e organizzazione molto più alti rispetto al passato. Tristemente cristallino è come stia pagando tale risveglio. Il bilancio delle vittime della repressione governativa potrebbe essere più alto rispetto alle stime ufficiali; vi sono poi diversi desaparecidos che vanno ad infoltire il tristo bilancio. Occorre poi ricordare come in Bielorussia sia tuttora vigente la pena capitale per i crimini contro lo Stato: essa pende contro gli oppositori come una spada di Damocle.
Alle imponenti proteste delle ultime settimane ha fatto seguito una repressione mirata ai leader delle opposizioni rimasti in patria, nonché la mobilitazione delle Forze armate per esercitazioni volte a intimidire i manifestanti. Putin stesso, nonostante le recenti frizioni con Lukašenko, si è dichiarato disponibile ad appoggiarne la reazione.
È chiaro che il regime punta a proseguire lungo questa via, provando il più possibile a evitare eccessivi picchi di violenza: di certo non per umanità, bensì per non attirare oltre il dovuto l’attenzione internazionale. Per ora, occupandosi dei principali oppositori in patria, il KGB ha dunque optato per interventi più discreti e mirati, ma non per questo accettabili (sono ad oggi ben 95 i prigionieri politici, secondo il Viasna Human Rights Center).

Esemplari sono le vicissitudini delle oppositrici: lo scorso settembre Kolesnikova è stata prelevata con l’intento di espellerla dalla Bielorussia. Il piano non è però andato a buon fine: la coraggiosa politica ha stracciato il proprio passaporto e le guardie di frontiera ucraine si sono rifiutate di accoglierla nel loro paese, obbligando così i sequestratori ad incarcerarla.
Quella adottata contro Kolesnikova è una tattica abituale del regime, che si sbarazza degli oppositori esiliandoli a forza per non doverli mettere in prigione e subire le accuse dell’opinione pubblica occidentale. Deportarli serve anche a costruirsi un’ottima scusa per sostenere che i vicini foraggiano le opposizioni e puntano a destabilizzare il paese. È lo stesso approccio riservato alla candidata “sconfitta”, costretta a riparare in Lituania. Qui ha incontrato Macron e Merkel, nella speranza di una risolutiva mediazione occidentale.

Frattanto proseguono le proteste post-elettorali, giunte al terzo mese e sempre seguite come un’ombra maligna dalle efferatezze del regime. Il 10 ottobre il Presidente ha incontrato gli oppositori incarcerati e vagheggiato non ben definite riforme costituzionali, aggiungendo che “non si può scrivere la Costituzione per strada”. E di fatti, solo tre giorni dopo, il suo viceministro degli Interni Gennady Kazakevich ha rincarato la dose, dichiarando come “non lasceremo le strade, e gli agenti delle forze dell’ordine e le truppe speciali useranno equipaggiamento antisommossa e armi letali se necessario”. 
Una minaccia da non prendere sottogamba, che inasprisce il già incerto avvenire della cittadinanza.

Un futuro per i bielorussi

Sorvolandone la storia, appare subito difficile definire i bielorussi in maniera univoca. Essi stessi per definirsi hanno di volta in volta usato termini come belorusy, certamente, ma anche rusini (o ruteni), polashuki e litviny (derivanti evidentemente da Russia, Polonia e Lituania). Nemmeno cultura e religione possono rivestire elementi unificanti: del resto l’elemento autoctono è stato sballottato tra diverse istanze (russismo e polonizzazione, ortodossia e cattolicesimo).
Ecco però che un vecchio costume dei popoli dell’attuale Bielorussia giunge in soccorso: essi, superando con un’efficace scappatoia la confusione identitaria, si definivano tutejshy (“quelli del posto”). Certo, i confini del territorio bielorusso si sono stabiliti solidamente solo nel 1922: ma un secolo dopo potremmo dire che i bielorussi siano gli umani posti sotto la giurisdizione dello Stato comandato da Batka e che sempre più sono uniti dal desiderio di maggiori libertà e democrazia.
Purtroppo la facoltà di autodeterminare il proprio destino come Nazione è concessa a un ristretto circolo di potenze: le stesse che si contendono la Bielorussia e che, in ultima istanza, decideranno il suo futuro.

Un’altra Ucraina?

La crisi bielorussa non ha cause geopolitiche; ma geopolitiche sono le sue conseguenze.
In altre parole, a differenza dei manifestanti ucraini, quelli bielorussi non pretendono una ridefinizione dei rapporti con la Russia e l’Occidente. Le proteste di EuroMaidan scaturirono nel novembre 2013 a Kiev dopo l’annuncio della sospensione da parte del governo dell’accordo di associazione tra Ucraina ed UE; quelle bielorusse sono dettate da un malcontento interno divenuto ormai insostenibile.
Del resto, contrariamente agli altri paesi dello spazio post-sovietico, dalla sua indipendenza la Bielorussia non ha mai intrapreso un processo di transizione e trasformazione: non si sente in alterità rispetto a Mosca; ma negli ultimi anni il vento sta cambiando.
Nelle recenti proteste sono apparse anche bandiere dell’UE e di alcuni Stati occidentali: naturale che la memoria corra a Kiev. Tale scenario appare però ancora lontano per Minsk: gli occidentalisti (soprattutto i giovani) compongono ancora una parte largamente minoritaria della popolazione. Inoltre, in Ucraina la Russia ha portato una guerra per evitare che essa scivolasse fra i membri NATO. Oggi, però, nessuno vuole causare una nuova avanzata russa: nemmeno il Cremlino.

Il valzer attorno alla Bielorussia

Putin si è dichiarato disposto ad intervenire, ma spera di non dover arrivare a farlo. La Russia non può certo permettere che la sorella minore segua il corso dell’Ucraina; ma per il Cremlino è ora più sicuro sostenere diplomaticamente Lukašenko e, nel frattempo, trattare con l’opposizione, cercando di appoggiare le frange più filo-russe presenti nel paese. Intervenire con la forza potrebbe far scoccare un sentimento revanscista nella stessa popolazione bielorussa: difficilmente la storia gli perdonerebbe un simile errore.

Ciononostante, anche l’Occidente deve proceder cauto. Gli Stati Uniti non perdono mai occasione per mettere pressione all’ex miglior nemico nel suo estero vicino; ma al momento sono troppo assorbiti da una campagna presidenziale che si preannuncia infuocata, e si limitano ad osservare. Consci che l’assenza di una diffusa coscienza nazionale (che nell’Est Europa si fonda sulla russo-fobia) rende ad oggi controproducente un colpo di mano a Minsk.
Gli europei dal canto loro devono riprendere l’abitudine a pensare da sé, pur nel solco della fedeltà atlantica, le proprie relazioni internazionali; ma senza fare il passo più lungo della gamba.

L’UE si è posta in difesa della democrazia e della tutela dei diritti umani. Ha riattivato le sanzioni rivolte a singole personalità del regime e definito illegittimo il giuramento che il 23 settembre Lukašenko ha prestato (lontano dagli occhi dei manifestanti) in qualità di vecchio nuovo Presidente della Repubblica di Bielorussia. Ma ha prontamente rassicurato Mosca di non voler interferire direttamente sulla situazione interna del Paese ex-sovietico. Per il Cremlino vorrebbe dire superare una linea rossa che non può essere superata. Ecco perché cerca il dialogo con la Tikhanovskaya in esilio e un punto di contatto con le esigenze russe.
Del resto gli stessi Paesi UE postisi in prima linea (la Germania, la Polonia e la Lituania) non desiderano provocare Mosca. La prima ha visto affondare negli ultimi mesi il proprio rapporto con la Russia ed ora si muove con cautela, cercando di salvaguardare i propri interessi nell’Est europeo senza rompere col Cremlino. Le altre due sostengono i manifestanti, ma più di molto non vogliono né possono spendersi: hanno compreso che il caos in Bielorussia comporterebbe l’arrivo di Mosca ai loro confini. Un incubo che non possono accettare di rivivere.

Impossibile dire che risvolti prenderà la crisi: molto dipenderà dalle relazioni fra le suddette grandi potenze. Certo è che sia da evitare uno scenario come quello ucraino: una guerra civile che si protrae da anni, pur a bassa intensità, con gran pena dei civili. Giacché sono sempre loro a pagare lo scotto maggiore di questi temibili valzer fra potenze.

Fonti e sitografia


Per la storia della Bielorussia ho attinto dalle lectio magistralis del corso “Storia dell’Europa orientale” tenuto dalla Dott.ssa Lami all’Università Statale di Milano.

https://www.ansa.it/nuova_europa/it/notizie/nazioni/bielorussia/bielorussia.shtml https://eastwest.eu/it/bielorussia-migliaia-contro-lukashenko-ue-non-riconosce-il-voto/ https://eastwest.eu/it/bielorussia-macron-incontra-tikhanovskaya-lituania/ https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/bielorussia-le-tre-incognite-il-regime-di-lukashenko-27207 https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/bielorussia-le-tre-incognite-il-regime-di-lukashenko-27207 https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/bielorussia-lukashenko-alle-corde-27187 https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/lukashenko-alla-vigilia-del-voto-nuovi-equilibri-bielorussia-27177 https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/bielorussia-elezioni-farsa-mentre-si-tratta-lunione-con-mosca-24423 https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/bielorussia-useremo-armi-letali-arrivo-sanzioni-ue-27837 https://www.limesonline.com/tag/bielorussia

Simone Bertuzzi

Redattore sez. Storia & Società