Bugonia di Yorgos Lanthimos: l’ultimo alveare dell’umanità
Yorgos Lanthimos è inarrestabile. Il regista e sceneggiatore greco, ormai figura centrale del cinema contemporaneo, conquista anche nel 2026 ben quattro nomination agli Oscar. Dopo il successo di Povere creature! (2023) e il perturbante Kinds of Kindness, presentato pochi mesi dopo, nel 2025 torna al centro del dibattito cinematografico con Bugonia, presentato in concorso all’82esima Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e distribuito nelle sale nell’ottobre dello stesso anno.

Il film segna un nuovo capitolo nel fortunato sodalizio artistico tra Lanthimos ed Emma Stone, diventata ormai la sua musa cinematografica. Dopo La Favorita e Povere creature! – che ha regalato all’attrice il suo secondo Oscar – Stone torna a collaborare con il regista in un progetto ancora più radicale e disturbante. Accanto a lei, Jesse Plemons offre una delle interpretazioni più intense della sua carriera, rendendo sorprendente la mancata candidatura agli Oscar come miglior attore protagonista
La pellicola è il remake del film sudcoreano Jigureul jikyeora! (“Salvare la terra”, 2003) scritto e diretto da Jang Joon-hwan e riadattato per offrire allo spettatore una cinica e potente critica contro quell’instancabile avidità narcisistica che pervade non solo il sistema americano, ma il mondo intero, destinato a soccombere sotto il peso delle sue stesse colpe.
Un mondo quasi uguale al nostro
Chi conosce il cinema di Lanthimos sa che il suo metodo consiste nel costruire universi molto simili al nostro, ma leggermente deformati. Non si tratta di mondi fantastici o distopici nel senso classico: sono piuttosto realtà parallele, dove le crepe del nostro presente vengono portate all’estremo fino a diventare impossibili da ignorare. Anche Bugonia segue questo principio.
La storia si svolge in un presente indefinito nel sud della Georgia, negli Stati Uniti. Il film si apre con una scena apparentemente innocua: alcune api impollinano un fiore. Poco dopo incontriamo Teddy Gatz (Jesse Plemons) e suo cugino neurodivergente Don (Aidan Delbis), impegnati nell’apicoltura. Teddy, in una dinamica quasi maestro-allievo, spiega al cugino la cosiddetta “sindrome da spopolamento degli alveari”: le api operaie abbandonano la regina, lasciandola sola fino alla morte e causando l’estinzione dell’intera colonia. Per Teddy la spiegazione di tale fenomeno non è semplice. Non può esserlo: forse è colpa dei pesticidi, forse di qualche decisione governativa. O forse – ed è questa l’ipotesi che nella sua mente prende forma – dietro il fenomeno si nasconde qualcosa di più grande: una forza superiore che sta manipolando l’umanità.
Attraverso un montaggio alternato entriamo così nella vita di Michelle Fuller (Emma Stone), potente CEO della multinazionale farmaceutica Auxolith. Alla precarietà e al degrado dell’esistenza di Teddy si contrappone immediatamente lo sfarzo in cui vive la donna: villa di lusso, allenamenti privati, ricchezza e potere. La frattura sociale è evidente, ed è proprio in essa che germoglia la teoria del complotto. Secondo Teddy, Michelle Fuller non è umana. È in realtà un emissario di alto rango proveniente dalla galassia di Andromeda, una specie aliena infiltratasi sulla Terra per sperimentare sugli esseri umani e portare lentamente il pianeta alla rovina.
Il piano dei due cugini è tanto delirante quanto preciso: rapire la donna, rasarle la testa per impedirle di comunicare con la sua specie e costringerla a condurli sull’astronave madre durante un’eclissi lunare imminente. Solo lì potranno negoziare il ritiro degli Andromediani dalla Terra. Prima di agire, però, Teddy impone una preparazione mentale. L’alieno tenterà di manipolarli psicologicamente: l’unico modo per resistere è svuotare la mente da ogni desiderio.
La soluzione che propone è estrema: la castrazione chimica. Secondo Teddy è proprio il desiderio – sessuale, materiale, capitalistico – a rendere l’uomo schiavo. Solo eliminandolo si può diventare veramente liberi.
Il complottismo come dolore sociale
Lanthimos non rappresenta il complottismo come semplice follia. Al contrario, lo mette in relazione diretta con la frattura sociale, mettendo in scena due esistenze diametralmente opposte, simbolo di una disparità dilagante, non solo negli Stati Uniti, ma nel mondo intero. Teddy, nel suo delirio complottista, non è un visionario isolato: è uno degli ultimi anelli della catena economica. Lavora in un centro di smistamento pacchi legato alla stessa industria farmaceutica che governa il sistema economico. Le condizioni di lavoro sono precarie, la sicurezza minima, e denunciare significherebbe perdere l’unica fonte di reddito. Il complotto diventa così una narrazione che permette di dare senso a una realtà altrimenti insopportabile.
Gli esseri umani, suggerisce il film, hanno sempre bisogno di raccontare storie per spiegare la propria esistenza. Inserire la vita in uno schema coerente – inizio, sviluppo, fine – è una necessità psicologica: permette all’uomo la definizione di un senso che, per quanto distante dalla realtà, sia accettabile per la psiche. La teoria degli Andromediani non è quindi solo manifestazione della follia di Teddy: è il tentativo disperato di delegittimare, di trovare una causa alla propria sofferenza che non implichi la diretta responsabilità dell’umano. Accettare che il mondo sia stato distrutto dagli uomini stessi sarebbe troppo doloroso: farlo vorrebbe dire riconoscerne il fallimento. Meglio credere negli alieni
Chi è davvero il mostro?
Quando Michelle Fuller viene rapita e rinchiusa nel bunker dei due cugini lo spettatore è inizialmente portato a considerarla la vittima. La donna cerca, con straordinaria lucidità, di manipolare i suoi rapitori, prima utilizzando la logica, e successivamente, assecondando la loro teoria complottistica. In poco tempo comprenderà come, tra i due, l’anello debole sia Don: facendo leva sulle sue fragilità tenta di convincerlo a liberarla.

Il rapporto tra i due cugini diventa allora il cuore emotivo del film. Don sembra non credere realmente agli alieni, ma Teddy è tutto ciò che gli rimane. In un mondo che lo ha sempre respinto, il legame con il cugino rappresenta l’unica forma possibile di appartenenza. Lo spettatore non riesce a vederli come due antagonisti e distaccarsi emotivamente sembra impossibile. Entrambi vogliono, a modo loro, salvare il mondo, così che torni ad essere un bel posto in cui vivere. Per comprendere il valore di una società bisogna guardare ai suoi margini: Lanthimos offre una panoramica dei limiti, degli ultimi della terra, riflettendo sul concetto di responsabilità. Come si può colpevolizzare Don e Teddy in quanto individui, se è stata la società a renderli mostri? Il problema si sposta dal singolare, all’esistenziale.
Il suicidio di Don – uno dei momenti più devastanti della pellicola – segna il vero punto di svolta narrativo. Confuso e disorientato dalle parole della Fuller, Don comprende come la morte sia diventa l’unico modo per fuggire da un mondo che non ha mai voluto trovare un posto per lui. Il suo addio alla vita è sconfitta collettiva e ci riguarda personalmente: ci sentiamo complici, colpevoli, per tutte le volte in cui abbiamo deciso, in coscienza, di guardare da un’altra parte. A quel punto lo spettatore non riesce più a distinguere chiaramente tra vittime e carnefici.
Parallelamente emergono nuovi elementi del passato di Teddy. Un flashback in bianco e nero mostra sua madre, rimasta in coma a seguito della somministrazione di farmaci prodotti proprio dalla compagnia farmaceutica guidata da Michelle Fuller. La tragedia personale diventa così il punto di origine della sua ossessione. Ma proprio quando sembra chiaro che il complotto sia solo il frutto di una mente traumatizzata, il film introduce un dubbio inquietante.
E se Teddy avesse ragione? Lanthimos costruisce questa ambiguità con precisione chirurgica. Michelle appare sempre più fredda, razionale, quasi disumana. Non prova empatia nemmeno di fronte al suicidio di Don e manipola Teddy fino a convincerlo, indirettamente, a uccidere la propria madre. La domanda diventa inevitabile: è davvero umana?
L’umanità come specie suicida
Nel finale il film compie il suo gesto più radicale. Michelle Fuller si rivela davvero ciò che Teddy aveva immaginato: un’Andromediana. Ma ciò che ha osservato sulla Terra la porta a una conclusione inattesa. L’umanità non può (o forse, non merita) di essere salvata. Guerre, genocidi, sfruttamento ambientale, disuguaglianze economiche: l’uomo ha dimostrato di essere incapace di convivere con il pianeta che lo ospita. Quelli che, fino a quel momento, abbiamo chiamato alieni, diventano trasfigurazione di Dio, che scende in Terra e si fa uomo. Il suo essere carne lo rende partecipe del male che abita l’umanità, e asceso al cielo guarda disarmato e disgustato la sua stessa creazione.

La decisione degli Andromediani di porre fine alla vita dei terrestri non è una punizione. È un atto quasi misericordioso. Gli esseri umani vengono semplicemente addormentati e lasciati estinguere, mentre la vita sulla Terra continua senza di loro. Mentre Marlene Dietrich intona “Where Have All The Flowers Gone”, nelle fabbriche, nei musei, nei parlamenti, nei ristoranti, nelle moschee e nelle chiese, l’umanità si spegne lentamente. Ma qualcosa sopravvive. Gli animali. E soprattutto le api. Le stesse api che aprivano il film continuano a impollinare i fiori, ricordandoci una verità semplice e brutale: l’uomo non può vivere senza il mondo naturale. Il mondo naturale, invece, può sopravvivere perfettamente senza di lui.
Il messaggio più disturbante di Bugonia è che la fine dell’umanità non viene rappresentata come una tragedia. Al contrario, assume quasi una dimensione consolatoria. L’estinzione proposta da Lanthimos potrebbe essere persino più dignitosa di ciò che ci aspetta realmente. Probabilmente l’uomo finirà per distruggersi da solo attraverso guerre, crisi climatiche e sfruttamento incontrollato delle risorse: nel mondo reale gli Andromediani non esistono, nessun Dio può addormentarci dolcemente, siamo costretti a perire, giorno dopo giorno, come vittime suicide della nostra stessa avidità e indifferenza.
Bugonia non è quindi solo un film sul complottismo. È una riflessione radicale sulla nostra incapacità di immaginare un futuro diverso. E forse la cosa più inquietante è proprio questa: l’idea che, guardando il mondo di oggi, l’estinzione dell’uomo possa sembrare non solo possibile, ma quasi inevitabile. E che, se l’uomo scomparisse, il mondo avrebbe tanto da guadagnarci.
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