Letteratura

Deleuze, la letteratura, la vita

Di Davide Colonna

Trent’anni fa moriva Gilles Deleuze, uno dei filosofi più significativi del Novecento. Rivoluzionario ossessionato da Proust, scrittore incomprensibile, teorico del corpo senza organi (qualunque cosa sia); perché oggi c’è ancora bisogno di Deleuze?

Nel 1925, Gilles Deleuze nasceva a Parigi. Nel 1995, moriva nella stessa città. Figlio di un ingegnere, durante la guerra finisce il liceo e si iscrive alla Sorbona per studiare filosofia. Per un periodo insegna nei licei francesi, poi si sposa, diventa assistente di storia della filosofia, ottiene un dottorato, scrive indecifrabili libri di filosofia teoretica, diventa professore universitario e va in pensione. Grande fumatore, soffre di difficoltà respiratorie che nel 1995 lo porteranno a gettarsi da una finestra, forse suicida, forse nel tentativo di prendere un po’ d’aria. 

Una vita come tante altre. Niente avventure alla Malraux, niente viaggi in Giappone alla Barthes, niente collaborazione alla Resistenza come Sartre. Eppure, l’approccio più radicale alla lettura, e di conseguenza, come vedremo, alla vita, è il suo.

Gli Stanlio e Ollio della filosofia

Nel 1969 Deleuze conosce, grazie a un amico in comune, lo psicoanalista Félix Guattari. Incontro fondamentale per la vita di Deleuze (“Adesso, per fortuna, non si può più parlare a mio nome, perché tutto quello che mi è successo dopo Logica del senso dipende dal mio incontro con Félix”), tra i due nasce una profonda amicizia e un progetto filosofico a quattro mani, Capitalismo e schizofrenia. Il primo volume, L’Anti-Edipo (edito in Italia da Einaudi), esce nel 1972 e si rivela un grande successo, venendo velocemente identificato come il libro manifesto della filosofia del Sessantotto. E mentre tutti aspettano il secondo volume, che uscirà solo nel 1980 con il nome di Millepiani (edito in Italia da Orthotes), il duo decide di dare alle stampe un piccolo libro su Kafka.

Un altro modo di leggere

Nel 1975 esce Kafka. Per una letteratura minore (Quodlibet) per Les Éditions de Minuit. 

Benché non avesse trovato fama in vita, nel 1975 Kafka era ormai un autore centrale per il panorama intellettuale europeo e gli erano stati già dedicati numerosi studi critici, in cui si cercava di andare oltre l’assurdità tipica dei suoi testi proponendo una chiave di lettura che spiegasse l’opera, o il singolo racconto, nella sua interezza. Deleuze e Guattari invece di aggiungere semplicemente la loro interpretazione alla lista, decidono di sfruttare Kafka per provare a formulare un diverso approccio alla letteratura. 

Il duo introduce infatti l’idea di letteratura minore, una letteratura “che una minoranza fa in una lingua maggiore”, che riorganizza i territori correnti dell’istituzione letteraria grazie alle linee di fuga che è capace di aprire. Infatti uno scrittore “minore” lavora sugli elementi della lingua che Deleuze e Guattari chiamano intensivi (termine preso in prestito dal linguista Vidal Sephiha con cui indica gli elementi linguistici che permettono di superare il limite di una nozione) e che rendono questa deterritorializzazione possibile. Una letteratura minore rilavora dall’interno la Letteratura e le permette di fuggire verso un nuovo futuro. 

Concezione radicale non tanto perché inserisce la letteratura nelle forze rivoluzionarie (cosa già fatta e già vista in tanti altri pensatori), ma perché la libera dalla gabbia in cui era stata confinata da secoli: l’interpretazione. L’interpretazione, elemento tipico della psicoanalisi e dell’ermeneutica classica, in cui ogni parte del testo è spiegata rinviandola a qualcos’altro (“questo significa quello”, e così via), è infatti la pratica che blocca il flusso creativo. La costruzione di una struttura, la ricerca di un senso definitivo, la ricomposizione di una rete simbolica interna, che rappresentino il testo ostacolano il divenire-altro messo in moto dall’opera letteraria e ci impediscono di sperimentare le sue linee di fuga. In breve, bloccano il desiderio. Senza desiderio, l’atto creativo dell’arte diventa nullo; non c’è più nessuna fuga, nessun futuro viene alla luce e la letteratura si ripiega sulle sue potenzialmente infinite rappresentazioni.

Invece una volta abbandonata l’interpretazione, non serve più preoccuparsi di cosa un testo voglia dire,di  che significati veicoli, di che simboli nasconda dentro di sé; senza interpretazione possiamo entrare nella macchina letteraria e provarne tutte le intensità, scoprire le sue linee di fuga e le loro direzioni, connetterla ad altre macchine (religiose, politiche, cinematografiche) e lasciare che modifichi liberamente la nostra soggettività. Sperimentare con il proprio corpo la produttività del testo. E reinserire finalmente la letteratura nel reale. 

Un altro modo di vivere

Quasi vent’anni più tardi, Deleuze pubblica Critica e clinica (Raffaello Cortina), il suo ultimo libro. Rispetto ai tempi del Kafka, molte cose sono cambiate, in Francia e nel mondo. Félix Guattari è morto, la fiamma del Sessantotto si è spenta, Ronald Reagan e Margaret Thatcher sono saliti al potere; sono quelli che il duo chiama anni d’inverno

E Deleuze, dopo la tiepida accoglienza riservata a Millepiani, ritorna per quanto gli sia possibile a una filosofia accademica. Ormai docente universitario affermato, pubblica delle nuove monografie, il genere letterario che lo aveva lanciato a inizio carriera, un libro sul Barocco e uno studio dedicato al cinema in due volumi, ancora oggi molto influente. 

Anche la collaborazione intellettuale con Guattari aveva perso forza e il loro quarto e ultimo libro, Che cos’è la filosofia? (Einaudi), esce nel 1991 ed è scritto dal solo Deleuze, nonostante ci sia il nome di entrambi in copertina. Perciò Critica e Clinica esce quando le speranze sembrano finite, quando le vecchie questioni politiche ritornano, quando la teoria della letteratura si riaffaccia al problema dell’interpretazione (basta pensare ai libri di Umberto Eco usciti tra il ‘79 e il ‘92, o al decostruzionismo della scuola di Yale), e quando la rivoluzione abbandona le strade e si rintana nelle università come materia di studio. . È per questo che quando La letteratura e la vita, il saggio di apertura di Critica e Clinica, ci dice che la scrittura, tra tutte le cose che è stato detto sia, è un atto di salute, la nostra speranza si riaccende e possiamo di nuovo credere nella letteratura, la clinica dove curare il mondo. Se tutte le forze in gioco nel post Sessantotto chiudono il passaggio del desiderio, abbiamo visto grazie a Kafka che la letteratura è la forza che permette una nuova apertura. E la permette mettendo in gioco un divenire, che riattiva le identità e i concetti calcificati e batte per loro la strada verso nuove possibilità, verso nuovi futuri. Quando i territori identitari e istituzionali sono troppo forti, troppo stabili, la letteratura apre alla deterritorializzazione e rende la creazione di nuovo possibile. Con la letteratura possiamo curare il nostro corpo e il corpo sociale da tutti le repressioni, da tutti gli automatismi, da tutti i codici imposti, e farne un corpo senza organi, senza organismo predeterminato, che, come dice Antonin Artaud, potrà ballare dal lato sbagliato trasformandolo in quello giusto. Un corpo di pura potenzialità dove ogni futuro è possibile, a patto che non si smetta di sperimentare.

Sarà anche vero che sono quasi sessant’anni che perdura l’inverno, e che nessun altro futuro sembra possibile. Ma i semi di una nuova apertura sono stati sparsi. E se lasciamo il desiderio libero di farli germogliare, non c’è limite a dove ci potranno portare. E per questo non possiamo che essere ottimisti pensando, insieme a Foucault, che un giorno, forse, il secolo sarà deleuziano


Aratea Cultura

Kafka: Toward a Minor Literature – Wikipedia

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