Frankenstein di Guillermo Del Toro: quando il gotico parla dell’uomo
Di Roberta Della Martora
“Nessuno può dominare la morte. Io lo farò, la dominerò”
Con nove nomination agli Oscar 2026 (tra cui miglior film, miglior attore non protagonista per Jacob Elordi, miglior scenografia), Frankenstein di Guillermo del Toro si impone come uno degli adattamenti più ambiziosi dell’anno. Liberamente ispirato al romanzo di Mary Shelley, colonna portante della letteratura gotica, la pellicola mostra la capacità del regista di legare in maniera unica elementi tenebrosi e romantici. Prodotto e distribuito da Netflix e approdato solo in poche sale, il film si inserisce nel dibattito contemporaneo sulla trasformazione e crisi dell’esperienza cinematografica tradizionale.

Del Toro indaga il complesso rapporto tra Victor Frankenstein, il Creatore (un impeccabile Oscar Isaac) e la Creatura (Jacob Elordi) attraverso una narrazione a cornice: il dialogo dei due protagonisti su una nave bloccata nei ghiacci introduce un racconto retrospettivo che struttura l’intera vicenda.
La prima parte è dominata dal racconto di Victor, che nel dialogo con il capitan Anderson (Lars Mikkelsen) racconta la sua storia partendo da un’infanzia tormentata, motivo per cui cercherà di ricreare la vita dalla morte; quando entra in scena la Creatura e i due si incontrano sull’imbarcazione, lo spettatore conosce anche il suo punto di vista. Abbandonata e derisa da Victor perché inizialmente considerata priva di intelletto, la Creatura si fa spazio nel mondo da sola e comprende il linguaggio e i costumi degli uomini grazie ad un anziano cieco (David Bradley) che percepisce la sua estrema bontà, e tra i due nasce un’amicizia sincera: proprio grazie a questo legame la Creatura decide di voler sapere dove è nato, e in particolar modo chi è.
Gotico e romantico, due facce della stessa medaglia
Del Toro, ancora una volta, riesce a porre i dettagli al centro della sua opera: ritornano i colori, tra cui l’inconfondibile rosso già utilizzato dal regista in molte opere (tra cui Crimson Peak), che diventa un tratto caratteristico dei singoli protagonisti.
Frankenstein è un film gotico con dettagli orrorifici: pensiamo alla costruzione del corpo della Creatura con resti di diversi cadaveri. Tuttavia, Del Toro non dimentica l’altro elemento immancabile per i suoi film, ovvero la dimensione romantica. In una vicenda in cui prevale l’ossessione nel voler dominare la morte, l’aspetto romantico non può essere tralasciato: pensiamo al legame di Victor con sua madre, ma anche all’affetto puro e quasi materno che Elisabeth prova per la Creatura.

Tutto ciò è incorniciato dalla simbologia cromatica scelta da Del Toro: il rosso è quello dominante per Victor, scelto per la tomba di sua madre ma anche per raffigurare l’Angelo della Distruzione, che sta ad indicare come il protagonista superi i limiti della natura umana. Rossi sono anche i guanti che il personaggio indossa per quasi tutto il film, dettaglio usato per rappresentare le sue mani sporche di sangue. Insomma, in un film di Guillermo Del Toro nulla è casuale e anche il trucco ricreato su Jacob Elordi si rivela essere un dettaglio da non sottovalutare: il regista, più che concentrarsi sull’aspetto spaventoso della Creatura, punta alla dimensione emotiva portando gli spettatori ad empatizzare con essa.
Dentro i personaggi: Victor, la Creatura ed Elizabeth
Un elemento che emerge con forza nel Frankenstein di Guillermo Del Toro è la raffinatezza con cui la pellicola indaga la psicologia e i sentimenti dei personaggi, inserendoli in uno sfondo cupo e gotico.
Victor, la Creatura ed Elizabeth hanno identità e sensibilità differenti, tuttavia sono legati da una condizione esistenziale comune, ovvero un profondo senso di solitudine che attraversa le loro vite.
La figura di Victor Frankenstein è caratterizzata da una forte complessità psicologica a causa di un’infanzia ingombrante, che si riflette sulle sue scelte: la freddezza emotiva del padre e la perdita traumatica della madre sono elementi che porteranno il protagonista a macchiarsi di hybris e quindi ad oltrepassare i limiti della natura umana nel tentativo di creare vita dalla morte, richiamando simbolicamente il mito di Icaro.
Il protagonista è un uomo freddo, dominato dai propri obiettivi e incapace di sviluppare reale empatia, elemento facilmente intuibile anche per il modo in cui si relaziona con la Creatura: Victor si mostra arrogante nei suoi confronti, negandone inizialmente la dimensione umana. L’unica forma d’amore mai provata dall’uomo è quella materna, e quel desiderio di protezione materna viene da lui proiettato sul personaggio di Elizabeth (Mia Goth), promessa sposa di suo fratello William (Felix Kammemer).

Questo prolungamento emotivo viene sottolineato da Del Toro attraverso la scelta attoriale: Mia Goth non interpreta solo il ruolo di Elizabeth, ma anche quello della madre di Victor.
L’amore che Victor Frankenstein prova non può essere circoscritto alla sfera romantica, ma è un bisogno di amore materno e di cura. Il personaggio che possiede un animo puro è invece la Creatura: inizialmente ingenua e spaesata come succede ai bambini, essa conosce subito il senso di abbandono da parte di Victor, che ai suoi occhi assume la funzione simbolica di figura paterna, e la durezza di un mondo con cui non si sentirà mai in pace.
A differenza di Victor, incapace di comprendere la sua fragilità, l’unica a riconoscerne la purezza d’animo è proprio Elizabeth. Quest’ultima, infatti, non è un personaggio primario ma svolge un ruolo fondamentale all’interno del film. Affascinata dal genio di Victor e dal mondo della scienza, la donna condivide con la Creatura una condizione di marginalità sociale: Elizabeth pur nutrendo molte aspirazioni, vive in un contesto storico e sociale in cui alle donne era consentito principalmente il ruolo domestico. La Creatura, allo stesso tempo, è abbandonata ed isolata da un mondo che la teme e deride.
Elizabeth si rispecchia nella creatura e viceversa. È un legame che trova espressione in una delle scene più rilevanti del film: la Creatura che porta in braccio Elizabeth nel suo abito da sposa, accompagnandola nella grotta dove morirà. La relazione che si crea tra Elizabeth e la Creatura non è un amore romantico, ma un sentimento di protezione e riconoscimento tra due anime che non si sentono affini al resto della società.
Del Toro porta sullo schermo tre personaggi strettamente interconnessi, con Elizabeth che svolge una funzione di mediazione tra Victor e la Creatura. Il rapporto complesso tra i due protagonisti culmina nel finale malinconico del film. Dopo aver ascoltato i rispettivi punti di vista, c’è il momento della resa dei conti: Victor chiede scusa alla Creatura, mentre quest’ultima perdona il suo creatore chiamandolo padre, e accettando con rassegnazione la propria condizione di estraneità nei confronti del mondo.
Con Frankenstein, Guillermo del Toro conferma la propria capacità di trasformare l’immaginario gotico in un’indagine profonda della condizione umana, restituendo allo spettatore attraverso i suoi personaggi emozioni universali come la solitudine, il senso di appartenenza e la fragilità dei sentimenti.
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