Storia e Società

Migrazione, prostituzione e narrazioni colonialiste: una prospettiva di genere

di Giorgia Pizzillo

Secondo un report pubblicato nel 2022 dall’IOM UN Migration, solo nel 2020 sarebbero stati circa 281 milioni i migranti in tutto il mondo, cioè il 3.60% della popolazione.[1]  I movimenti migratori, sia temporanei che permanenti, sono fenomeni complessi da comprendere e analizzare nella loro interezza, e seppur ogni moto sia pregno di caratteristiche differenti e uniche è necessario porre l’attenzione su una peculiarità e su un punto di vista spesso ignorati dalla storiografia, ovvero la femminilizzazione dei processi migratori. Le migrazioni contemporanee, difatti, sono in continuo aumento e sono contraddistinte da fattori peculiari, quali «acceleration, diversification, feminization, and globalization»[2]  

Tuttavia, definire in maniera totalizzante la categoria migranti è un processo piuttosto complicato carico di pregiudizi e di rapporti di inclusione ed esclusione: designarli come individui non appartenenti ad una determinata nazionalità significa porli in una condizione di alterità, e di conseguente inferiorità correlata al concetto di “razza”, evidente eredità del passato colonialista. Le Nazioni Unite, a questo proposito, hanno tentato di costruire una definizione unitaria, che identifica il migrante come una persona che si è trasferita da un Paese diverso da quello della sua residenza natale che diviene a tutti gli effetti la sua nuova casa. A questa descrizione si affiancano le legislazioni e definizioni di ogni nazione europea in base alle proprie specificità. Inoltre, la definizione di migrante si modifica in base ad una serie di fattori: fino a che distanza si muove, le ragioni del suo moto, il grado di integrazione all’interno del paese in cui si trasferisce.[3]

Gli ultimi decenni, però, hanno visto una rianalisi delle prospettive di genere storiografiche: l’intera storia delle migrazioni, infatti, è sempre stata scritta a partire da un punto di vista maschile. I personaggi principali sono gli uomini europei che si stabilizzano con forza in un luogo, spesso per colonizzarlo: sono coloro che mantengono la famiglia e, di conseguenza, l’intera società.

Chiaramente, definire il significato di “migrazione” sulla base dell’esperienza maschile toglie ogni tipo di legittimazione all’esperienza delle donne migranti. È necessario, pertanto, concentrarsi sull’analisi di dati che prendono in considerazione le donne per poter costruire una storia che ne tracci le traiettoria.

La prostituzione, per esempio, è considerata una professione caratterizzata da un alto tasso di mobilità, ma malgrado la presenza delle donne migranti sia folta e in crescente aumento, gli studi storiografici sulle migrazioni continuano ad ignorare la loro presenza e hanno la pretesa di descrivere in maniera neutra e comune gli spostamenti migratori attraverso una prospettiva unicamente maschile.

Migrazione e prostituzione: un’analisi storica

Il XVIII e il XIX  sono secoli caratterizzati da forti correnti migratorie provenienti dall’Europa verso il cosiddetto Nuovo Mondo, “scoperto” dai colonizzatori uomini europei. Il movimento tra un luogo e l’altro è intrinseco nella formazione delle stesse colonie ed è caratterizzante anche per i secoli successivi. È in questo periodo che inizia a svilupparsi una legislazione sulla prostituzione che ha come obiettivo quello di controllare la mobilità delle prostitute soprattutto per prevenire la diffusione di malattie veneree. Tuttavia, ancora in questo periodo si denota un alto tasso di libertà nei confronti del business della prostituzione, perlomeno se viene confrontato con le regolamentazioni che si sono susseguite nel corso dei secoli nei vari paesi. Le prostitute sono considerate necessarie per gli uomini, perché in questo periodo è luogo comune pensare che essi siano esseri liquidi, bisognosi di sfogare le proprie pulsioni sessuali in maniera incontrollata per evitare che si ristagnino lungo il corpo e nel cervello causando disagi e malattie. Ne deriva che è necessario avere a propria disposizione dei corpi femminili atti a soddisfare i bisogni fisiologici maschili.

All’inizio del XIX secolo, inoltre, nuovi mezzi di trasporto e di comunicazione hanno inevitabilmente modificato i movimenti migratori, influenzando anche il processo di urbanizzazione. Per esempio, l’apertura del canale di Suez ha ridotto notevolmente i viaggi via mare e i conseguenti costi, comportando un flusso maggiore di migranti lungo quel tratto. Il rinnovamento della mobilità ha cambiato il mercato sessuale: in un primo periodo, le donne europee migrano verso le colonie soprattutto in maniera volontaria e per fuggire da condizioni e da politiche governamentali difficoltose.

Già nei primi decenni del XX secolo, le legislazioni nazionali sulle migrazioni si trasformano in un’ottica restrittiva: il rafforzamento dei confini e il dilagare dei conflitti mondiali causano un incremento di rifugiati. La mobilità femminile è nel mirino del sospetto nazionale mischiato ad un panico generalizzato sul cosiddetto fenomeno della “tratta delle bianche”.[1] Nel corso del primo e del secondo dopoguerra un certo numero di colonie guadagna la propria indipendenza, e per questo motivo molti europei fanno ritorno in patria. Le prostitute europee abbandonano le colonie non appena gli uomini colonizzatori tornano in Europa.

Nel 1970 anche i paesi più poveri partecipano in maniera attiva all’interno del circuito migratorio della prostituzione femminile: da un lato, vi sono molte persone che migrano nei paesi occidentali, e dall’altro lato, il mercato del sesso nei paesi in via di sviluppo diventa una peculiarità del luogo e con l’avvento del turismo di massa la clientela inizia a spostarsi e a viaggiare in posti ben specifici per trovare servizi sessuali poco costosi.[2]

Nel corso degli anni ’80 e ’90 del ‘900 si assiste ad un cambiamento repentino causato da ragioni geopolitiche ed economiche, che modificano radicalmente il significato del concetto “internazionale” coinvolgendo le migrazioni. L’apertura dell’Unione Europea a paesi più poveri collocati a sud e ad est Europa incrementa, inoltre, il flusso di donne provenienti da questi paesi, molte delle quali migrano con l’intenzione di lavorare come prostitute.

La prostituzione è indissolubilmente legata ai processi migratori e per cogliere la totalità delle esperienze è necessario distinguere tre livelli temporali che legano la storia della prostituzione a quella delle migrazioni: vi è un prima, un durante e un dopo. Nel primo caso, le località rurali giocano un ruolo importante e risultano essere il punto di partenza: le donne che cercano nuove opportunità lavorative tendono a trasferirsi  in una città, o in un paese più urbanizzato, dove è molto probabile che finiscano nel giro della prostituzione per necessità economiche.

Il contesto urbano non familiare può risultare poco accomodante per le donne provenienti dalle campagne che sono più vulnerabili ad essere inglobate nell’universo dello sfruttamento sessuale. Nel secondo caso, il passaggio alla prostituzione coincide con un cambio di luogo: ciò accade perché le donne ritengono di avere più possibilità lavorative altrove, o, molto più spesso, si trasferiscono per evitare lo stigma da parte della comunità e della famiglia. Il terzo caso riguarda le donne che si muovono quando sono già coinvolte nell’attività sessuale perché ritengono che i mercati dei centri urbani siano migliori, o addirittura perché sono perseguitate dalle autorità locali.[3]  

Inoltre, è essenziale comprendere che gli spostamenti delle donne da un luogo ad un altro prettamente urbano non sono scevri di forzature e complicanze: infatti, non sempre questi viaggi sono frutto di una scelta deliberata, e viceversa non è sempre vero che vi è un grado di coercizione al di sotto dei moti migratori femminili inerenti al mercato della prostituzione. In mezzo vi è un’ampia casistica in cui questi due antipodi si confondono nella realtà: vi sono donne che migrano in maniera totalmente volontaria e decidono di spontanea volontà di prostituirsi, le quali possono avere miriadi di motivazioni per farlo: vogliono essere indipendenti economicamente, cambiare residenza, sfuggire da situazioni domestiche e locali abusanti; vi sono altre donne che scelgono di migrare ma che vengono di forza coinvolte nel mondo della prostituzione, e infine coloro che sono fin dall’inizio costrette a trasferirsi da una città all’altra con l’intento specifico di prostituirsi. In quest’ultimo caso estremo, spesso le donne sono persuase a migrare proprio dalle persone di cui si fidano di più, come gli amici o la famiglia, e sono vendute o rapite dagli stessi parenti.

Questi flussi migratori sono sorretti da reti sociali molto fitte e utili in senso pratico, per esempio nel fornire informazioni, alloggi, impieghi lavorativi e nel collegare le singole donne migranti con le reti presenti nella località di arrivo. Nella maggior parte dei casi queste reti sociali sono costruite da una collettività formata da amici, parenti e conoscenti, e spesso sono gli stessi componenti della famiglia a finanziare il viaggio. Ad ogni modo, è difficile comprendere fino a che punto le donne sono coinvolte nella preparazione del viaggio e sono informate sui luoghi di arrivo.

Prostituzione, tra narrazioni sociali e colonialismo

La storia delle migrazioni femminili legate al mercato sessuale è pregna di narrazioni che si propagano nel tempo e nei luoghi creando una sovrastruttura di pregiudizi e luoghi comuni che vengono percepiti dalla società come prototipi invariabili e solidi. Una delle dicotomie più attestate è quella tra la “moglie” e la “prostituta migrante” che porta con sé secoli di retaggio patriarcale sul corpo delle donne. La moglie, considerata la donna perfetta perché progettata per sposarsi e stare in casa ad accudire la famiglia e risiedere nell’alcova domestica è il modello da opporre sistematicamente a qualsiasi donna che viaggi da sola, automaticamente considerata una prostituta e per questo motivo svalutata e svilita in virtù della sua condotta opposta a quella prescritta dalla società. Questa visione, oltre a legittimare il lavoro sessuale e a bollarlo come moralmente sporco e indecoroso, porta con sé un doppio standard: mentre gli uomini soli che viaggiano sono motivo di orgoglio, perché visti come esploratori, visionari e innovatori, la mobilità delle donne è vista come una minaccia ai dettami della tradizione e all’integrità sociale.

Il terrore nei confronti della figura delle donne che viaggiano ha come conseguenza che queste siano considerate pericolose, delle criminali in confronto alle donne locali: infatti, nessuna donna rigorosa lascerebbe la propria famiglia e inizierebbe a lavorare nel mercato sessuale. Spesso, nel corso della storia e in particolare nelle società cattoliche, ad esempio nel periodo fascista italiano, questa concezione è utilizzata per creare delle gerarchie di potere e di legittimazione tra le donne “pure”, esponenti di una società pulita e salutare, in contrapposizione alle donne erranti, rappresentanti di una “razza inquinata”. Queste strutture di potere sono ravvisabili all’interno delle legislazioni degli Stati e nell’organizzazione delle città: in passato in molte città era comune trovare i quartieri delle prostitute confinati ai margini dello spazio urbano, o addirittura era frequente distinguere i quartieri delle prostitute in base alla loro nazionalità.

Gli stereotipi e i preconcetti sulle donne migranti ancora imperanti nell’era contemporanea si poggiano su un substrato storico e culturale ben preciso, che pone le sue radici nel colonialismo europeo. Nel contesto coloniale, le categorizzazioni razziali sono la base principale su cui fondare il privilegio della comunità bianca europea sui colonizzati neri.

Nelle prime fasi del colonialismo, è troppo costoso per i coloni europei importare le donne dall’Europa, perciò praticano il concubinaggio con le donne indigene causando non poche complicazioni: la crescita di accoppiamenti di razza mista trasgredisce i confini imprescindibili tra le autorità e i colonizzati assoggettati. Inoltre, per un lungo periodo le donne bianche prostitute sono motivo di vergogna per le amministrazioni europee perché devono rimanere confinate all’interno degli standard di castità e rispettabilità sociale e familiare imposti. La sessualità delle donne bianche è intoccabile in virtù della sua purezza, mentre i corpi colonizzati sono accessibili: le prostitute straniere nelle colonie sono il bottino dell’uomo bianco. Le donne nere sono profondamente razzializzate e sessualizzate: associate ad un’alterità ricca di rapporti di potere sono considerate esotiche, rapaci, moralmente corrotte e per questo percepite solo nel loro confine corporeo ed erotico.

Liat Kozma, nel paper “Prostitution and Colonial Relations” all’interno del progetto “Selling Sex in the city: A Global History of Prostitution 1600s – 2000s” scrive: «colonial encounters played a significant role in shaping policies and desires in both Europe’s colonies and in Europe itself. […] Colonial relations were often metaphorically depicted as sexual encounters.»[1] 

Inoltre, le colonie urbane fungono da laboratori in cui nuovi metodi sociali possono essere implementati ed eventualmente modificati: all’interno delle città ciò che è considerato rispettabile è allontanato dal mondo del vizio, gli indigeni sono collocati altrove rispetto ai coloni, e le classi sociali più alte godono di servizi e luoghi migliori degli individui che fanno parte delle classi meno abbienti, confinati altrove. Questo genere di gerarchie determina chi sarebbe soggetto a misure normative, e chi no, dove un individuo avrebbe il permesso di risiedere, se una donna sarebbe soggetta a esami medici in una clinica pubblica o privata, con chi avrebbe il permesso di avere rapporti sessuali, e così via.[2] Queste disparità oltre a giocare un ruolo all’interno delle fantasie sessuali degli uomini bianchi colonizzatori, influenzano le supposizioni scientifiche a proposito della differenza tra le razze. La regolamentazione legislativa coloniale pone su due piani differenti le donne bianche ed europee e quelle colonizzate: le autorità inglesi, per esempio, considerano il contatto fisico con le donne colonizzate, nel corso del tempo, come una sorta di contaminazione capace di minacciare e degenerare i soldati britannici.[3]  Nelle fasi più avanzate del colonialismo, le autorità hanno permesso la migrazione delle donne europee ed è fin da subito chiaro che questi flussi spesso violenti e ingannevoli sono indirizzati al mercato sessuale. Nelle colonie, la presenza di donne bianche è indirizzata alla civilizzazione dei colonizzatori, i quali necessitano di essere incoraggiati ad adottare standard normativi di rispettabilità.

Nonostante i gender studies stiano portando avanti, anno dopo anno, importanti ricerche sul ruolo delle donne nel campo delle migrazioni – e non solo -, sono ancora tante le problematiche relative all’analisi storiografica che vede come protagoniste le donne, e in particolare le prostitute. Le fonti di riferimento sono spesso tabelle di dati che hanno la pretesa di raccontare delle esperienze umane, svuotando di significato la complessità che caratterizza ognuno di loro, e comunemente si riferiscono ad un lasso di tempo e ad uno spazio limitati che si distaccano da una descrizione totale delle circostanze, risultando non rappresentative. Inoltre, il fatto che la prostituzione non sia dai più considerata una professione e che sia un impiego confinato ai margini della società, ritenuto di minore importanza nella storia globale, rende ancora più difficile scovare delle fonti che siano scevre di qualsiasi tipo di giudizio stigmatizzante sottinteso. Il problema rimane che le informazioni a proposito delle migrazioni e il lavoro sessuale sono spesso irreperibili e scarne di contenuti utili ed efficienti alla creazione di uno studio organico.

Altresì, è fondamentale rendere la categoria di genere una dimensione attraverso cui osservare la realtà e la storia delle migrazioni, sia passate che contemporanee, e lo sviluppo dei rapporti lavorativi che riguardano le donne, in particolare all’interno delle dinamiche del lavoro sessuale, recidendo l’idea che esistano lavori più tradizionali e dignitosi di altri. La profondità e la complessità di sguardo che gli studi di genere possono apportare alla storia è necessaria per gettare una luce sulle dinamiche sociali intrise di patriarcato più disparate, da quelle familiari, a quelle affettive e lavorative, producendo delle azioni concrete di intervento all’interno dei nodi più complicati da sciogliere e che vanno oltre le fredde statistiche.


[1] Garcia Magaly Rodrìguez, van Voss Lex Heerma, van Nederveen Meerkerk Elise (A cura di). Selling Sex in the City: a Global History of Prostitution, 1600s-2000s,  Koninklijke Brill NV, Leiden, 2017, op.cit. p. 730

[2] Ivi, p.744

[3] Ivi, p.745


[1] Garcia Magaly Rodrìguez, van Voss Lex Heerma, van Nederveen Meerkerk Elise (A cura di). Selling Sex in the City: a Global History of Prostitution, 1600s-2000s, Koninklijke Brill NV, Leiden, 2017, pp. 710-711

[2] Garcia Magaly Rodrìguez, van Voss Lex Heerma, van Nederveen Meerkerk Elise (A cura di). Selling Sex in the City: a Global History of Prostitution, 1600s-2000s,  Koninklijke Brill NV, Leiden, 2017, p.713

[3] Ivi, p.714


[1] https://worldmigrationreport.iom.int/wmr-2022-interactive/

[2] Kofman Eleonore, Phizacklea Annie, Raghuram Parvati e Sales Rosemary, Gender and International Migration in Europe. Employment, welfare and politics, Routdlege, Londra, 2000, op. cit. p. 7

[3] Ivi, pp. 8-9

Giorgia Pizzillo

Redattrice di letteratura