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Il lupo – Fantastico Italiano #2

un racconto di Massimiliano Mari

Quando ci provò la prima volta, Edo fece esplodere il garage. Fu davvero un bel botto: scardinò la serranda e la fece volare sulle rose della signora Santini, nel giardino di fronte, cosa che la contrariò non poco. L’onda d’urto frantumò i vetri delle villette del circondario, che danzarono in mille schegge colorate nella luce primaverile.

La cosa peggiore fu la puzza: quella nuvola verde marcio che uscì dalla rimessa aveva un odore davvero disgustoso, che impregnò il bucato steso nei cortili posteriori a tal punto che non fu più possibile toglierne il sentore, nemmeno usando le tecniche delle nonne, e quelle non sbagliano mai. Intervennero persino i pompieri, cosa che per un paesino come il nostro, a metà fra le Prealpi lombarde e Milano, rappresentò un evento memorabile. Non essendoci vittime, però, la faccenda venne derubricata a “fuga di gas”: venne cambiato qualche giunto e la cosa fini lì.

In realtà una vittima ci fu, anche se non ci si fece molto caso: Satana finì spiaccicato contro il muro posteriore del garage. A dispetto del nome, Satana era un pacioso ed enorme gattone rosso la cui principale attività era dormire sul tettuccio della cinquecento di proprietà della mamma di Edo. Quando tutto esplose, l’auto rinculò e schiacciò il gatto in maniera definitiva. O almeno così sembrava, ma non anticipiamo. Edo la prese  come una tragedia e, in lacrime, raccolse ciò che restava del suo gatto in una scatola.

Edoardo Zambelli, al tempo, era il mio migliore amico. Un ragazzone sovrappeso, un quattordicenne poco atletico, brufoloso il giusto per un adolescente, provvisto di una incontrollabile zazzera rossa. Sotto di questa, due occhi azzurri fissavano sempre con rara intensità.

 Sappiamo bene come i rapporti sociali a quell’età possano essere difficili, e noi non facevamo eccezione. Ci piaceva parecchio il mondo femminile, ma le ragazze della nostra età non sembravano particolarmente interessate a noi: più mature, anche fisicamente, di quanto non lo fossimo entrambi, erano generalmente interessate ad esemplari maschili più vecchi e fascinosi, magari già dotati di patente,. Alcuni di questi elementi, come è ovvio che sia, erano i bulli della zona: tormentavano più o meno tutti quelli più piccoli, anch’io ho combattuto le mie battaglie, ma Edoardo divenne presto il bersaglio numero uno. Lui era molto sensibile, di indole pacifica e contemplativa, e al contrario di me, che tendevo a dimenticare, subiva gli attacchi di questi bulletti come un’estrema offesa personale: con la sua pelle chiara arrossiva violentemente, e le sue guance infiammate e i suoi capelli rossi erano messi ancora più in risalto dal profondo azzurro dei suoi occhi. Se ne stava lì, immobile e silenzioso, sudaticcio e quasi paralizzato, a fissare i suoi nemici e a farsi sbertucciare. Finché ero io a prendergli una manica e a portarlo verso casa. Ma se io dimenticavo, il mio amico di allora non lo faceva: ogni offesa, ogni gesto villano, ogni manifestazione di disprezzo si annidavano nel suo animo senza andarsene più, costruendo, mattoncino su mattoncino, un muro di rabbia che finì per autoalimentarsi.

 Ma stiamo correndo troppo: torniamo a due amici, due ragazzini nerd appassionati di fumetti, di giochi e di ragazze per il momento solo sognate. Passavamo il tempo dopo i compiti insieme: abitavamo vicini (io figlio del farmacista, lui del meccanico) e ci spostavamo in bicicletta, facendo lunghi giri, col bel tempo, per la campagna circostante. Poi, come detto, leggevamo fumetti: per me il massimo erano i supereroi americani, Edo invece leggeva di tutto. Vantava un sapere enciclopedico su ogni cosa venisse pubblicata nel mondo, e spesso stupiva anche me, che passavo con lui parecchio del mio tempo. Non amava i libri, ma il mondo delle nuvole disegnate per lui non aveva segreti. È per questo che il suo primo tentativo di trasformarsi in un lupo si basò su un’improbabile e disgustosa ricetta per licantropi che scovò in un fumetto americano, stampato in bianco e nero su carta da pacchi e ricco di disegni grotteschi e violentissimi. Come si è visto, la cosa non funzionò gran che: Edo in realtà rimpiazzò la cocaina della ricetta originale con il bicarbonato – che lui considerava un ottimo sostituto – e forse aggiunse qualcos’altro qua e là, a fantasia. In ogni caso, non credo che seguendo la pratica in maniera esatta il risultato sarebbe cambiato.

Edoardo decise di diventare un lupo dopo quello che era capitato con Sarah: si era perdutamente innamorato di una nostra compagna di classe, una ragazzotta cicciottella dai lunghi capelli stopposi. Lei se la tirava non poco, a dire il vero, e io non capivo bene cosa ci trovasse il mio amico, ma, come si dice, l’amore è cieco e quindi Edo si azzardò a farle trovare un bigliettino ricco di orsacchiottini e cuoricini sul banco. In realtà gli avevo detto che per me non sarebbe stata una grande idea, ma lui non mi aveva ascoltato: era già partito con la testa. La dichiarazione ebbe il suo effetto, ma non quello sperato. Sarah, che ci teneva molto a far parte del gruppo degli “eletti” della classe, rispose al biglietto con una gigantesca risata accompagnata da un “ma dàiii!” e fece circolare lo scritto per le mani di tutti i compagni. Fu un disastro. Edo, rosso come un pomodoro in agosto e tutto sudato, rimase annichilito al suo banco mentre il mondo rideva di lui. Se ci ripenso mi sento male ancora oggi per lui.

Fu in quel momento, credo, che la sua rabbia, la sua frustrazione, come una limacciosa ondata di marea raggiunsero il culmine e traboccarono. Così Edo concepì quel piano malsano di diventare un lupo per “fargliela pagare”. A chi? Il principale obbiettivo di questo odio era Luca, detto “Lucone”, ragazzo molto intelligente, di buona famiglia, privo di scrupoli e dotato di uno scooter nuovo fiammante, che allora rappresentava uno status symbol notevole. Era lui il capobranco dei bulletti di quartiere, quello dotato della necessaria attitudine al comando per farsi seguire dal suo gregge di pecorelle. Insomma, per dirla in francese, era un vero stronzo. Edo mi confessò che avrebbe voluto seriamente fargli del male. Non ci badai più di tanto, in realtà, perché non lo avrei mai pensato capace di andare oltre la teoria. Invece mi sbagliavo e, anche dopo il primo fallimento, Edo perseverò.

Fu così che ci trovammo insieme per il secondo tentativo di trasformarsi in qualcosa che non era.  Mi disse che aveva trovato una formula sicura per evocare il Signore dei Crocicchi (lo pronunciava proprio così, evidenziando le maiuscole), una specie di demone haitiano dai molti nomi, parente del nostro Caronte, che aveva la possibilità di resuscitare i morti e compiere altre simili nefandezze. Internet diceva che era potente e lascivo, dissoluto e corrotto, ma che, se facevi le cose per bene, ti dava volentieri una mano a esaudire desideri stravaganti. Terreno fertile per Edo, che mi trascinò in piena notte ad un incrocio tra due stradine, vicino al cimitero. Si era portato dietro una rappresentazione di questo demone realizzata da lui stesso, una specie di pupazzo a forma di scheletro con un cilindro in testa, le narici piene di cotone idrofilo e un pisello di cartone sproporzionato, cosa che, lo riconosco, mi fece alquanto ridere, anche se non glielo diedi a vedere.  Piantò il pupazzo al centro dell’incrocio, gli accese davanti una candela e procedette con l’invocazione. Perché tutto funzionasse ci voleva anche un cadavere, quindi Edoardo si era portato dietro la scatola che conteneva il vecchio Satana, grazie al cielo senza aprirla. L’eccentrico rituale aveva quel gusto del proibito che non poteva non affascinare due ragazzi come noi. Ci mettemmo in ginocchio, Edo versò un bicchierino di grappa davanti al pupazzo e gli infilò una sigaretta accesa tra i denti (in realtà avrebbero dovuto essere rispettivamente rum e un sigaro cubano, ma non ci formalizzammo). Con voce stentorea il mio amico pronunciò una formula arcana e restammo così, ad aspettare. Aspettammo finché la candelina si spense, senza che accadesse nulla. Allora ce ne tornammo a casa dai nostri genitori. Lasciammo i resti del rito all’incrocio del cimitero, ridacchiando al pensiero di quelli che avrebbero trovato il pupazzo piantato in mezzo alla stradina.

La mattina seguente, Satana tornò a casa. Fu una lieta sorpresa rivedere il gattone, che tutti avevano dato per morto, anche se la cosa era alquanto strana. Il gatto si piazzò sul tettuccio della cinquecento, come al solito, ma aveva un’aria decisamente stravagante. Era tutto arruffato, con il pelo appiccicoso, e se ne stava a ringhiottare tutto il giorno, con un brontolio sordo e cupo, le orecchie basse e volte all’indietro. Insomma, era davvero inquietante, per quanto può esserlo un gatto. Non mangiò ne bevve nulla per giorni, limitandosi a ringhiottare e ad osservare le persone in tralice. Finché passò davanti a casa Fuffi, il gatto della vicina, la signora Santini. Allora si scatenò l’inferno. Fuffi era una bestiaccia nera e selvatica, con un orecchio smangiucchiato, che amava andare in giro per il mondo a combattere chissà quali battaglie. Tornava a casa ogni tre giorni per mangiare crostini e poi ripartiva all’avventura. Satana gli si avventò contro immediatamente. Fu una lotta epica: si sentirono urla disumane (quasi impossibile associarle ad un gatto, credetemi), peli rossi e neri volarono ovunque in mezzo a un polverone inverosimile, la massa inestricabile dei due animali bloccò perfino la strada. Tutto il quartiere si radunò, a debita distanza, per assistere allo spettacolo, che durò parecchio. Finché qualcuno, con l’approvazione degli astanti e la disperazione della signora Santini, dichiarò che erano gatti rabbiosi e che sarebbe stato meglio abbatterli. I bambini, noi compresi, furono allontanati, e comparve una doppietta da caccia. A quel punto, però, la battaglia finì. Come se si fosse accorto dell’arma, Satana scappò come una freccia e scomparve, mentre Fuffi si ritirò in casa mezzo sanguinante. Il gatto nero rimase in un angolo qualche giorno, tutto arruffato e ringhiante, poi tornò ad uscire di casa come sempre, così che la signora Santini poté tirare un sospiro di sollievo, anche se Fuffi non mangiava  più e sembrava più selvatico del solito

 Dopo questo episodio, Edoardo si fece più ombroso e taciturno.  Continuavamo ad essere buoni amici e ci vedevamo spesso, ma le cose non erano più come prima. Stavamo crescendo, e probabilmente è normale che la vita porti due amici ad allontanarsi. Io conobbi Anna, che divenne la mia fidanzata e, un giorno, sarebbe stata anche mia moglie. Ad Anna Edoardo non piaceva: lo trovava inquietante, chissà per quale ragione. Io non rinunciai mai a frequentare il mio amico, anche se meno assiduamente di prima: così, quando Edo mi propose una terza avventura, lo assecondai, pensando di divertirmi come la volta precedente.  Ci voleva una notte particolare, mi disse, altrimenti non avrebbe funzionato. Allora ci trovammo in aperta campagna una notte luminosa di novembre.  Edo aveva fatto ricerche serie, questa volta, e aveva trovato un’iscrizione runica tardo-ottocentesca che si diceva essere appartenuta a un occultista tedesco. Roba che si trova solo nelle profondità più oscure del web. Si trattava di un’altra invocazione ad un demone. Ma questa volta niente pupazzi, niente candele, niente paccottiglia. Accese una piccola pipa che aveva un odore disgustoso, mi soffiò in faccia il fumo e poi urlò la sua cantilena, che terminava con un nome: Helleking, Helleking, Helleking!

il mondo scompare, e le ombre si affastellano e si confondono nella nebbia pesante, e il silenzio piano piano striscia fino a schiacciarmi, ed entra nelle ossa lentamente, e i piccoli peli della nuca si alzano con un brivido, e le ombre, le ombre, le ombre si muovono ma non riesco a fissarle, a vederle quando giro gli occhi, quando cerco di capire dove mi trovo, e il cielo è grigio, e la terra è grigia, grigia, e molle di fango sotto i piedi e fredda, fredda, fredda, e nel silenzio assoluto, assordante, nell’assenza lo sento arrivare, il primo, una forma indistinta che avanza lenta, caracollante, e si fa presenza vestita di stracci e mi guarda ed è morto, è morto, è morto, lo so, e poi un altro , e un altro e un altro ancora e anche lui è morto, e non so nemmeno se sono morto anch’io, e li vedo, tutta questa schiera di ombre, questa parata di maschere morte, e poi i cavalli, neri, enormi, battono gli zoccoli nel grigio senza rumore e mi guardano e sono terribili, terribili, e poi arriva, viene per ultimo e allo stesso tempo per primo, piccolo, con il suo nero naso adunco e il suo corpo di mille colori, marci, cangianti, putridi, e il verde è marcio, e il rosso è marcio, e il blu, e trascina la sua grande mazza dietro di sé e si avvicina e parla al mio amico, il mio amico che forse era con me, e lo sento sibilare e dirgli Quante volte, quante volte mi hai cercato, mio piccolo animaletto,  e lo vedo avvicinarsi a me ed è già lì,  e sorride , e vedo i suoi denti e sento il suo alito e solleva una mano e mi tocca, mi tocca, mi tocca e io non ho mai avuto così. Tanta. Paura.

Credo che sia impossibile per me raccontare esattamente cosa successe quella notte, in quale assurdo sogno ci perdemmo. Ci svegliammo due ore dopo, stesi a terra e fradici di umidità, e quasi senza parlare ce ne tornammo a casa. Fu l’inizio della fine: non chiamai più Edo, non giocammo più insieme e le nostre strade si fecero irrimediabilmente divergenti. Stavamo cambiando, e diventando grandi. Lo salutavo ancora, e ancora facevamo tratti di strada chiacchierando e scambiando qualche risata, osservati da qualche gatto arruffato e ringhiottante seduto sopra qualche muretto. Edoardo iniziò a frequentare una palestra, o almeno così disse, e mise su dei muscoli da paura, che lo facevano sembrare quasi ingobbito. E la sua schiena si copriva di una serie di peli folti, ispidi e rossi come i suoi capelli. Ma i suoi occhi azzurri erano gli stessi, quelli del mio vecchio amico.

Finché, quasi per caso, un giorno passai nel vicolo dietro la scuola e lì lo trovai con Sarah: lo zainetto della ragazza era in terra, aperto; lei aveva il maglioncino e la camicia strappati, e cercava di coprirsi il seno con le braccia, mentre respirava forte e una grossa lacrima le scendeva su una guancia. Intanto che mi avvicinavo, Edoardo le afferrò un avambraccio con una mano e con l’altra le fece voltare la faccia con un terribile manrovescio. Poi si accorse di me. La scena si congelò, come in una fotografia: credo che la ricorderò per sempre. Sarah appoggiata al muro, seminuda e piangente, il suo zainetto a terra. E il mio amico Edoardo che mi guardava, immobile. Ci fissammo negli occhi, senza dire niente, e il suo sguardo era lo sguardo di una belva. L’odio e la rabbia che leggevo nei suoi occhi erano qualcosa di incontrollabile, e in quel momento capii che non avrei mai più potuto pensare a lui come a una persona che potesse far parte della mia vita. 

Edoardo si voltò e se ne andò, semplicemente. Io raccolsi Sarah, la coprii con la giacca e feci quello che mi chiese: la accompagnai a casa. Lei non denunciò mai l’accaduto, e qualche tempo dopo si trasferì a Milano con la famiglia. Di Edo nessuno seppe più nulla.

Ma l’attenzione del paese fu presto attirata da un evento eclatante, che finì in cronaca su tutti i giornali. Il vecchio Lucone, il bullo, fu trovato morto nella sua cameretta. Non si trattava di una morte naturale. Quello che accadde davvero non lo si è mai saputo fino infondo, ma le voci corrono, e dicono che l’assassino, entrato dalla sua finestra rompendo il vetro, si era premurato di addobbare il lampadario con le interiora del ragazzo. Una scelta molto ad effetto. Il colpevole fu cercato a lungo, ma nessuno mai lo trovò.  Cercarono anche Edoardo, a dire la verità, e nemmeno lui fu trovato. Poi, piano piano, la gente dimenticò e proseguì con la sua vita.

Da poco sono diventato io il farmacista del paese, prendendo il posto di mio padre. Tutto sommato mi ritengo una persona felice. Qui il mondo cambia sempre molto lentamente, e la cosa mi sta bene. Dopo quei fatidici eventi, nulla più ha sconvolto il placido vivere di questo posto. Il telegiornale dice che sulle montagne sono finalmente ritornati i lupi: mi piace pensare che uno di loro abbia il pelo di un bel rosso acceso, e il suo sguardo azzurro rifletta quello del mio vecchio amico.. Ma è solo perché in fondo sono un romantico, che lo penso. Per il resto, questo è un posto come tanti altri. Tranne che per una cosa. Ve lo dico io: i gatti di qui sono davvero molto, molto strani.


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