Nel mondo alla rovescia. Da Levi ad Amis, raccontare il male per riconoscerlo
di Silvia Castellani

Oggi assistiamo, in diretta e senza mediazioni, alla cancellazione sistematica di un popolo. Dal nostro divano, con un gesto meccanico del pollice, scorriamo video di disperazione, urla, morte. L’orrore è diventato parte del nostro quotidiano al punto da non sorprenderci più. In tempi come questi, di fronte a un male che si ripete con altri mezzi, e sotto un’altra forma, mi torna alla mente una frase che Primo Levi pronunciò in un’intervista con Gabriella Poli e Giorgio Calcagno, tentando di definire l’essenza del Lager:
«Per tutti noi superstiti, il Lager, nel suo aspetto più offensivo e imprevisto, era apparso proprio questo, un mondo alla rovescia,(corsivo mio) dove “fair is foul and foul is fair”, i professori lavorano di pala, gli assassini sono caposquadra e nell’ospedale si uccide.»
Quel “mondo alla rovescia” che Levi evocava oggi mi sembra il nostro. Un mondo popolato da verità capovolte, dove il bene e il male si confondono e perfino l’evidenza viene negata.
Viviamo in un tempo in cui un piano di colonizzazione può essere chiamato “accordo di pace”, e un progetto di espropriazione diventa “ricostruzione”; un tempo in cui si immagina di trasformare una striscia di terra martoriata in una riviera da sogno, gettando le fondamenta di grattacieli e alberghi di lusso sul sangue di migliaia di vite umane.
Di fronte a questa pura attuazione del male, che si manifesta ogni giorno sotto i nostri occhi, mi sento spesso impotente. E mi domando a cosa serva aver studiato l’uomo, la lingua, la storia, se di umano non sembra restare più nulla. Poi mi ricordo del senso profondo della letteratura: non quello consolatorio o ornamentale, ma quello che ci costringe a vedere, a comprendere senza distogliere lo sguardo, a misurarci con ciò che accade intorno a noi. Proprio per questo ho continuato a riflettere su questo «mondo alla rovescia», sul suo ordine morale capovolto e sull’indifferenza che lo sostiene. La stessa indifferenza che ci rende capaci di bloccare il telefono e infilarlo in tasca dopo aver letto dell’ennesimo giornalista ucciso, dopo aver visto dei corpi bruciare sotto le bombe, dopo aver assistito all’agonia di un popolo. E poi rialzarci, fare colazione, continuare la giornata come se nulla fosse. Così il male trova il suo spazio nella progressiva normalizzazione delle atrocità.
Un autore che ha saputo confrontarsi con l’eredità di Primo Levi – con quel mondo alla rovescia e con quell’indifferenza che lo alimenta – è Martin Amis, lo scrittore britannico che in Time’s Arrow e The Zone of Interest, indaga l’animo umano e le sue zone d’ombra, mostrandoci una realtà capovolta in cui l’atrocità diventa una forma di efficienza.

Nel 1991 Amis pubblica Time’s Arrow, un romanzo che ruota intorno a un interrogativo: come può l’uomo compiere il male e non riconoscerlo? L’espediente formale è spiazzante: la vita del protagonista, Odilo Unverdorben, medico nazista ispirato a Mengele, si svolge a ritroso, dalla morte alla nascita. Ma il vero rovesciamento non è cronologico, è morale. A raccontare la storia infatti è la sua coscienza, una voce separata dal corpo, «passeggero o parassita», costretta a condividere la vita di un estraneo. La coscienza, narratrice inattendibile, rilegge gli eventi invertendone la logica fino a rovesciare il significato stesso del bene e del male:
«Ero io personalmente, Odilo Unverdorben, a rimuovere le pillole di Zyklon B e a consegnarle al farmacista in camice bianco.»
Così l’omicidio diventa un atto di guarigione e la morte un processo di resurrezione. La dissociazione tra corpo e coscienza, che il lettore scopre a poco a poco, si riflette nei nomi assunti dal protagonista nel corso del romanzo: Tod Friendly (Tod richiama il termine tedesco per «morte»), Odilo Unverdorben (che in tedesco significa «incontaminato»), sostituiti poi da altri alias – John Young, Hamilton da Souza; una molteplicità che rimanda a un’identità frantumata, priva di integrità.
In questa coscienza ridotta a spettatrice, disinnescata e impotente, Amis costruisce una perfetta allegoria dell’indifferenza. Più il racconto procede – o meglio, arretra – più il paradosso si chiarisce: solo alla fine il lettore si accorge di aver condiviso la logica rovesciata del male. Questa narrazione backwards in time permette a Amis di trascinare il lettore dentro l’unico mondo in cui tali atrocità potrebbero trovare un senso.
Interessante notare che l’idea trova un sorprendente antecedente in Primo Levi. Nel racconto Trattamento di quiescenza, contenuto nelle Storie Naturali, un uomo, Chris Webster, utilizza un dispositivo capace di riprodurre le sensazioni al contrario. Nel racconto, come in Time’s Arrow, la causalità si inverte e il lettore si trova a condividere, passo dopo passo, la prospettiva deformata del protagonista.
Levi pubblicò Storie Naturali nel 1966, firmandosi con lo pseudonimo di Damiano Malabaila, per timore della reazione dei lettori che lo avevano conosciuto come scrittore-testimone. Avendo trovato nella scrittura un mezzo per esprimere e rielaborare la propria esperienza, Levi accantonò la dimensione autobiografica per dedicarsi a racconti che Calvino definirà «fantabiologici», in cui la scienza e la tecnica diventano allegorie morali, e in cui la sopraffazione di una specie sull’altra riflette quella dell’uomo sull’uomo. I suoi esperimenti narrativi sono il frutto degli interrogativi che lo accompagnano per tutta la vita: la persecuzione è stata un’aberrazione della natura umana o al contrario la conseguenza di una legge biologica?
Trattamento di quiescenza è uno dei racconti più complessi della raccolta e conclude il ciclo dedicato alla ditta natca e al suo rappresentante, il signor Simpson, «venditore di meraviglie». Simpson mostra al narratore il Torec, una macchina capace di suscitare sensazioni direttamente nel cervello, senza la mediazione dei sensi. Chi la indossa rivive esperienze altrui, sente nel proprio corpo le emozioni registrate su un nastro:
«finché dura il nastro, non è distinguibile dalla realtà. A nastro finito, se ne conserva un normale ricordo.»
Come spesso accade nei racconti di Storie naturali, la seconda parte del testo ne rovescia la premessa: ciò che sembrava una conquista del progresso si rivela una forma di dipendenza. Il Torec rende superflua ogni attività umana, svuota la vita reale, assorbe il soggetto fino a cancellarne la volontà. Il racconto culmina in un episodio straordinario, un lancio col paracadute narrato al contrario perché il nastro è stato inserito al rovescio. L’uomo parte da terra e si solleva lentamente nel cielo, rientra nell’aereo e solo alla fine comprende che il tempo, come la logica, è stato invertito.
Giuseppe Alvino ha osservato proprio come questa tecnica narrativa adottata da Levi anticipi quella che Amis utilizzerà in Time’s Arrow. L’espediente formale acquisisce così lo statuto di esperimento morale e la narrazione a ritroso diventa strumento per interrogare la responsabilità e la colpa. Se il tempo si capovolge, si capovolge anche l’etica. Entrambi gli autori costruiscono un congegno narrativo che costringe il lettore a guardare il mondo dall’interno della distorsione e ad assumere – suo malgrado – lo sguardo del colpevole. In questa prospettiva, Trattamento di quiescenza non è solo un racconto di fantascienza ma un avvertimento sul potere distruttivo dell’inerzia morale, sulla tentazione di delegare a una macchina – o a un sistema – la fatica di scegliere.
Più di vent’anni dopo, con The Zone of Interest (2014), – da cui è stato tratto nel 2023 il film premio Oscar diretto da Jonathan Glazer – Amis torna a attingere all’eredità di Levi. Qui l’effetto straniante è prodotto dalla polifonia di voci. A raccontare la vita all’interno della “zona di interesse”, l’area del campo riservata agli ufficiali e alle loro famiglie sono infatti tre narratori: Angelus Thomsen, ufficiale nazista; Paul Doll, comandante del campo; Szmul, membro del Sonderkommando. In questo spazio di normalità apparente si organizzano feste, si discutono questioni logistiche, si coltivano giardini sopra le ceneri dei forni. Il male è parte del quotidiano, in un sistema che si regge sull’indifferenza, sul linguaggio che edulcora la violenza in eufemismo e su una burocrazia che trasforma la morte in procedura. Un dispositivo che diventa invisibile proprio perché funziona. Amis, attraverso l’universo narrativo che costruisce, pone il lettore di fronte al concetto arendtiano di banalità del male, mostrandolo in tutta la sua lacerante contraddizione.
In entrambi i romanzi, Amis sembra dirci che il male si riconosce non tanto dal suo orrore, quanto dall’efficienza con cui distrugge, dalla sua normalizzazione, dal sonno delle coscienze che gli permette di prosperare. Per questo, oggi, interrogare opere come Time’s Arrow e The Zone of Interest è ancora più urgente: perché l’impensabile continua ad accadere, sotto i nostri occhi, solo mutando linguaggio e scenario. Tocca a noi scegliere se restare nella «zona di interesse», spettatori distaccati, o provare a uscirne interrogando la nostra coscienza. E forse, nell’apparente impotenza del presente, l’unico gesto possibile è conoscere – non come mero esercizio intellettuale, ma come forma di resistenza, come modo per riscoprirci umani.
The Zone of Interest (film) – Wikipedia
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Scrittori e massa - seconda parte
Scrittori e massa - terza parte
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