“Perduto è questo mare”: l’eco di Raffaele la Capria nelle parole di Elisabetta Rasy
Un articolo di Delia Chiadroni

La nostalgia scorre dentro di noi come i globuli rossi: siamo vita attiva e ricordi, tutti.
Elisabetta Rasy nel suo “Perduto è questo mare” (Rizzoli, 2025) lo dimostra a pieno, attraverso uno stile profondamente lirico e riflessivo e una scrittura che procede per immagini, echi e associazioni emotive.
La prosa, quasi poetica, si sviluppa con un ritmo lento e consapevole, a tratti sospeso, come a seguire il flusso della memoria.
A metà tra autobiografia e autofiction, la narrazione è costellata di riferimenti letterari, storici e culturali, che testimoniano uno sguardo più ampio sugli anni trascorsi e, ormai, perduti.
Negli anni ’50 Napoli è la città più bombardata d’Italia e l’ombra postbellica di questa città in decadenza attraversa tutto il romanzo. Napoli rimane sullo sfondo e in filigrana, visibile solo se osservata in controluce, ma, proprio per questo, segno silenzioso di un’autenticità profonda.
Quasi come sfogliando antiche foto sparse nel disordine di un cassetto, in cui gli scatti del stesso giorno riemergono separati da mille altri istanti, Napoli appare e scompare nel racconto, seguendo il ritmo irregolare del respiro dell’autrice. Lo spazio narrativo assume coordinate diffuse, dislocate lungo il percorso di vita di una “ragazzina” che, attraverso un moto irrisolto, si avvicina e si allontana dalla sua città d’origine.
“Il mare incanta, il mare uccide, commuove, spaventa, fa anche ridere, alle volte, sparisce, ogni tanto, si traveste da lago, oppure costruisce tempeste, divora navi, regala ricchezze, non dà risposte, è saggio, è dolce, è potente, è imprevedibile. Ma soprattutto: il mare chiama.” Walt Whitman, Foglie d’erba
Il romanzo si apre con una chiamata. Una voce in differita dà alla protagonista la notizia della morte del suo amico Raffaele La Capria, scomparso a ridosso del centenario. Davanti a lei, solo il mare: “mare scintillante, trasparente”, che è costretta a lasciare per tornare a Roma, dove si terranno i funerali.
Roma, la città in cui è cresciuta. Roma, la città di Bianca, una madre uscita dal centro sperimentale di cinematografia, desiderosa di nuove prospettive e futura autrice di una rivoluzione coniugale. Roma, un regno senza padri, in cui l’ombra del padre si nasconde ovunque.
Da quel momento, corpo e mente della protagonista intraprendono ciascuno un viaggio, su binari diversi e, apparentemente, opposti. Più lei si avvicina fisicamente a Roma – dove ha vissuto dall’adolescenza in poi – più i suoi pensieri vagano altrove, verso la sua infanzia napoletana. Questo sdoppiamento si riflette sulla voce narrante: l’“io”, costruitosi pezzo dopo pezzo nella grande città in cui ha conosciuto Raffaele La Capria, si frantuma nel viaggio a ritroso, fino a diventare “la ragazzina”, una terza persona a cui è concesso di aprire un varco narrativo sulla Napoli paterna, e sulla successiva fuga da lì.
La figura del padre Lello non è più avvicinata dalla protagonista fino all’incontro con Raffaele La Capria, che le darà modo di riconoscerne l’assenza, e finalmente narrarla.
Raffaele La Capria e la bellezza malinconica di una città abbandonata
“La prima volta che avevo letto il suo nome non era su un libro ma nei titoli di testa di un film, Le mani sulla città, di Francesco Rosi, 1963. In quello stesso settembre io avevo detto per sempre addio a Napoli, un addio silenzioso e affrettato al mare, agli affetti, alla stirpe, all’origine. Di Napoli non avevo mai più parlato con nessuno, fino a quando ero diventata amica di Raffele.”
Quando fugge da Napoli la seconda e ultima volta, la “ragazzina” ha quasi 16 anni. Tornata a Roma, scopre il cinema e i film d’autore. Uno tra tutti la colpisce, è “Le mani sulla città” di Francesco Rosi e Raffaele La Capria, ambientato nella Napoli degli anni ’40. Sullo schermo, lei non vede solo un contesto storico – anch’esso ampiamente descritto nel romanzo – ma riscopre i propri genitori, il tempo e il modo in cui si sono conosciuti, la Storia nella quale si sono barcamenati, e da cui la madre è fuggita in segreto, portando la “ragazzina” con sé.
Bianca torna a Roma, ci dirà, perché niente cambiava. Non di certo suo marito Lello, ancorato al proprio fallimento e alle proprie disillusioni, risucchiato in un sonno profondo, incapace di proteggerla in un dopoguerra acre e prepotente, da cui lei sceglie di allontanarsi.
Ma chi abbandona chi? Si chiede la ragazzina, e anche l’adulta.
All’amore tormentato dei genitori si contrappone fin da subito quello tra Raffaele La Capria e Ilaria Occhini, sua moglie. Raffaele, dispensatore di consigli di vita, dibattiti letterari, domande esistenziali e quotidiane, e soprattutto anch’egli napoletano, non sostituisce la figura paterna: piuttosto, dà un volto alla sua assenza. Un’assenza informe e sepolta, che, man mano che approfondisce l’amicizia con Raffaele, ne assume i contorni, il volto e le parole.
“Anche io ero felice di quell’antica amicizia, voleva dire che il nostro attuale legame non era solo letterario, ma sostenuto dall’intreccio di fili sotterranei che mi trasportavano dal presente delle nostre chiacchierate verso un oscuro regno, il regno dei padri perduti. […] Niente folclore nella memoria di quella città perduta, ma piuttosto una radice fiabesca, alla quale però nessun sortilegio avrebbe potuto riavvicinarci. Ma la radice perduta, quella radice né sentimentale né folcloristica ma legata a una stagione mitica dell’esperienza, divenne l’anello più forte della catena della nostra amicizia.”
Perduto è questo mare
“Il tempo modifica lo spazio, non è una formula scientifica ma una precisa cognizione dell’anima.“
Perduto è il mare di Napoli, quello in cui nuotava da bambina con il padre e dove lui l’ha gettata per farle fare il suo primo tuffo, il mare che accumunava lei e Raffaele, che ora non c’è più.
Elisabetta Rasy firma un romanzo intimo e colto, in cui la memoria non è mai nostalgia fine a sé stessa, ma materia viva, interrogata e attraversata con consapevolezza e lucidità.
In Raffaele La Capria si condensa il tentativo di comprendere non solo il passato, ma anche ciò che resta, ciò che sopravvive quando tutto sembra perduto: l’identità e le radici.
In questo mare di ricordi, abbandoni e ritorni, il lettore è invitato a nuotare senza salvagente, accompagnato solo dalla voce limpida e vibrante dell’autrice. Una voce che chiama, come il mare.
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