Critica di Poesia,  Letteratura

Quella parte di silenzio, una poesia di Tommaso Di Dio

Quella parte di silenzio

che ci copre il viso. Il parco

aperto e nero in fondo alla strada

in fondo alla cosa che fai. Sul tuo viso

c’è qualcuno che smette, all’istante

rompe un vetro, cade

un cielo addosso alle pareti e tutto

è tempo ferito, limpido

alone fra i capelli, il vestito. Come taglia

questa luce nell’erba e lascia

soli nel dialogo.

(DaTua e di Tutti, Tommaso Di Dio)

Siamo di fronte a un testo poetico tratto dalla raccolta Tua e di tutti di Tommaso Di Dio, poeta contemporano milanese.

La poesia inizia nel silenzio, il quale pare nascondere il viso di un sommario ”noi”: quasi tutta l’umanità si trovasse in qualche modo indissolubilmente affetta da questo. Un silenzio che sembra ritrarre tutto ciò che è taciuto, per paura, per indifferenza, e nella fattispecie per indifferenza verso la vita e il suo senso.

Allora, il silenzio di questo ”noi” non è altro che l’indifferenza della società verso le questioni ontologiche relative all’esistenza.

Un’indifferenza che però sembra essere circoscritta soltanto alle apparenze esteriori delle persone: a come si mostrano, al ”vestito”, o meglio, alla maschera che tutti portano sul viso quando questo è ”noi”, perchè è come se quell’unico viso si ritrovasse in un insieme di visi che per conformismo ed omologazione sociale deve emulare. Ma quando questo ”noi” si trasforma in ”tu”, come nel quarto verso, bisogna ritrovarsi con se stessi e si è costretti in qualche modo a cercare di dare un senso alla vita e al suo scorrere incessante.

Allora ci si ritrova in una ”strada”, che è la vita, che ha in fondo uno sbocco, dove in qualche modo si dovrebbe arrivare a poter vedere in modo chiaro il senso. Ma pare poter essere raggiunto soltanto percorrendo la strada fino in fondo, fino al termine, ossia, fuor di metafora, arrivando fino alla morte, fino alla fine della vita. E ciò che si può scorgere ora, in lontananza ancora da quello sbocco, è un qualche cosa di vasto, di ”aperto”, e quindi vago, incerto, come un ”parco” che si caratterizza per il suo colore scuro, ”nero”, che lascia tutto nell’incertezza, nell’impossibilità di conoscere. Un colore che quindi sembra un po’ la muraglia montaliana, invalicabile perchè dotata alla sommità di cocci aguzzi di bottiglia.

Nel quarto verso, il ”fondo della strada” si trasforma improvvisamente nel ”fondo alla cosa che fai”, ossia la prima risposta che inevitabilmente la società dà sempre alla domanda esistenziale: il senso si trova in ciò ”che fai”. Il parco così si schiarisce, il buio si dissolve, le tenebre dell’ignoranza, dell’incertezza danno posto alla conoscenza, e quindi alle certezze. La certezza che il proprio lavoro, ciò che si fa nella vita, sia la risposta alla domanda esistenziale.

Ma all’improvviso anche quelle certezze crollano, e crollano nel momento in cui il ”viso”, che nel secondo verso era protetto dal ”silenzio” del ”noi”, viene scoperto, svelato dalla solitudine del ”tu”, proprio in quel passaggio da ”noi” a ”tu”.

Così quel ”qualcuno”, che è l’io del ”tu”, l’interlocutore del ”dialogo” interiore del ”tu”, che ”smette” di credere in quelle certezze sorrette da vaghe speranze, le ”rompe”. D’altronde queste certezze rivelano una consistenza assai fragile, infatti vengono definite come ”vetro”.

Alla fine del sesto verso troviamo il verbo ”cade”, che ha due soggetti: il primo è ”il cielo”, che è l’infinito, il tutto, l’insieme delle cose, che assieme al ”vetro” crolla sopra quelle ”pareti” delle certezze-illusioni, che tanto parevano solide, di una solidità che però nascondeva la menzogna della speranza/illusione. Il secondo soggetto è ”il vestito”, che come già si accennava in precedenza è l’apparenza, la finzione e l’indifferenza al senso della vita che viene indossato dal ”noi”. E anche questo cade.

E quando sia le finte certezze, sia l’indifferenza delle apparenze esteriori cadono, tutto ”il tempo”, che è ”la strada”, e dunque la vita, ne rimane in questo senso ”ferito”, perché torna alla sua insensatezza, alla sua ambigua vaghezza. E così la figura ossimorica del ”limpido alone”, della nitida ambiguità, della chiara ed evidente insensatezza della vita, si infrange sull’uomo, che per metalessi è rappresentato dai ”capelli” (capelli, testa, corpo, uomo).

Ad un certo punto, improvvisamente, torna il silenzio, e si tacciono tutti i rumori che lo avevano rotto in precedenza, e ce lo testimonia il forte segno d’interpunzione che troviamo al nono verso, il punto.

Si torna così nel silenzio, ma è un silenzio diverso perchè non è più il silenzio dell’indifferenza che ci aveva accolti nel primo verso, ma è il silenzio del ”dialogo” con se stessi. La ”luce” così ritorna, ma non lo fa più per rischiarare il ”parco”, perchè è impossibile, non si può dare davvero un senso compiuto alla vita, se non con illusorie certezze.

E allora lo fa semplicemente ”tagliando nell’erba” della strada, rischiarando le parti del percorso della vita ancora da compiere davanti al ”tu”. Lo lascia solo, senza risposte, in un continuo ”dialogo” interiore, che però è l’unica soluzione al ”silenzio” indifferente del primo verso. Un dialogo che d’altronde si concluderà soltanto quando il ”tu” finalmente arriverà alla fine della ”strada” e si inoltrerà nel ”parco nero”.

L’opera e il suo contesto

Questa poesia è una poesia versoliberista, con una metrica assai libera, figlia probabilmente di una tradizione poetica antinovecentesca, o antinovecentista per usare la definizione pasoliniana, ma con una particolarità: fonde la semplicità e l’immediata espressività tipica di questa corrente poetica ad elementi enigmatici, impressionistici, nascosti e difficili da scovare, tipici invece della corrente poetica opposta, l’ermetismo.

In questa fusione si viene a creare una forma di poesia eclettica, che riesce in sé a contenere aspetti e forme diverse della tradizione poetica del ‘900, e che sembra volere inoltre ridare respiro a certi temi molto in voga nel secolo scorso.

E questo è di per sé lo stile poetico che percorre tutta la raccolta di poesie Tua e di tutti.

Nella fattispecie, questa poesia tratta il tema esistenziale, il senso dell’esistenza, seguendo un po’ la scia di tutte le altre poesie presenti nella raccolta, ma con una lucidità maggiore, con un certo realismo più accentuato.

L’andamento ritmico, segnato da frequenti enjambements, con un’andatura continua, sembra emulare in qualche modo un processo di riflessione, che comincia nel silenzio, nel vuoto dell’insipienza, per poi sfociare, dopo una serie di affanni e avvenimenti interiori, nel dialogo solitario con se stessi, di cui troviamo l’inizio solo nell’ultimo verso.

E questo processo a climax ascendente che porta dal silenzio al dialogo e che attraversa tutta la poesia, sembra voler in qualche modo dare l’unica risposta possibile alla domanda esistenziale: la ricerca, la ricerca interiore, che non è altro che un dialogo con se stessi.

Inoltre, vi è anche una riflessione di tipo sociale/sociologico, nel passaggio dal ”noi” al ”tu”. Infatti il ”noi”, che è la nostra società attuale, corrente, è pervasa dall’indifferenza verso la vita e il suo senso, e in mancanza di risposte ne dà una molto tipica del mondo capitalista: il lavoro (in fondo alla cosa che fai). Ma appena si passa al ”tu” ci si accorge per come la risposta capitalistica al senso della vita sia inconsistente, inconcludente e illusoria. In questo passaggio allora vi è proprio una critica verso la nostra società borghese e capitalistica e le sue finte certezze, e verso quindi la pretesa di razionalizzare tutto, di dare risposte a domande che non hanno risposta, di mettersi addosso un ”vestito” di menzogne e illusioni, che ”cade” non appena ci si ritrova soli, passando dal ”noi” al ”tu”.

Per concludere, si può dire che siamo di fronte ad una poesia dove il poeta svolge il ruolo di realista, e vuole ricondurre tutto ad una sua logica, anche ciò che è inevitabilmente irrazionale come la vita, e lo fa con l’unico elemento che ha a sua disposizione, il dialogo interiore. E alla fin fine, ci si accorge che per dare senso alle cose non ci resta altro che proseguire ”la strada” riflettendo ad ogni passo, ad ogni esperienza, nella speranza che quell’ampio ”parco” possa, alla conclusione di tutto, dare un senso alle cose.


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Vladislav Karaneuski

Redattore di Letteratura e Critica Contemporanea