Letteratura,  Premi Letterari,  Premio Strega

“Quello che so di te”: Nadia Terranova racconta il coraggio delle donne imperfette

Un articolo di Francesca Manzoni

Lasciateci libere di non farcela, né come madri né come artiste. Lasciateci sperimentare il fallimento, lasciate che ci concentriamo sull’unica cosa che importa: non ca-dere, o cadere senza uccidere chi amiamo. Lasciateci ovunque fallire in pace.

Finalista al Premio Strega 2025, Quello che so di te (Guanda, 2024), ultimo romanzo di Nadia Terranova, è un libro che non grida, ma scava con rispetto e devozione, nell’intimità delle donne, generazione dopo generazione. Non parliamo di storie clamorose o di rivelazioni scabrose ma di un opera coraggiosa, in grado di portare in superficie una verità tanto quotidiana quanto difficile da nominare: quella del corpo e del tempo, quella della maternità che cambia tutto ma non dà risposte, quella dell’eredità femminile che attraversa le generazioni come una corrente silenziosa ma inarrestabile.

La voce narrante, intimamente autobiografica, è quella di una donna che vive il mutamento a seguito del parto: il suo corpo è un campo in trasformazione, una macchia le inquina il volto e le mestruazioni non tornano. Quella che potrebbe sembrare una questione esclusivamente biologica dà vita e profondità al romanzo: cosa succede a una donna quando la sua identità di figlia, di madre, di compagna si frantuma in mille piccoli gesti, aspettative e fantasmi familiari?

Alla linearità di una trama, intesa come mera successione di eventi, Terranova sostituisce  un nucleo caldo e vivo, quello dell’esperienza personale e autobiografica, attorno a cui tutto il senso del romanzo si muove. Lo sguardo si sposta così dalla vita della protagonista alla storia della bisnonna Venera, figura quasi mitica che affiora tra i corridoi di un ospedale psichiatrico. Un nome, un’ombra, una presenza che attraversa i decenni e costringe la protagonista a interrogarsi non solo sulla “mitologia familiare” a lungo tramandata, ma anche su ciò che davvero sa di sé.

Le madri che ci abitano: eredità emotive e generazionali

Le madri non sono mai qualcosa di esterno ed indipendente dall’Io, sono qualcosa che rimane, inevitabilmente, dentro di noi, sono una voce che ci parla quando dubitiamo, sono gli occhi con cui guardiamo le nostre figlie, sono la postura che assumiamo senza volerlo, soprattutto quando nel tentativo di emanciparci, di non somigliare a nessuno, scopriamo di essere simili a tutte le donne che ci hanno precedute. Quello che so di te si inserisce all’interno di questa tensione ineluttabile tra generazioni femminili: il lettore si trova così al cospetto di un romanzo su una genealogia familiare che non è solo biologica, ma anche emotiva. Le donne si trasmettono tra loro non solo la vita, ma anche il peso di tutte quelle scelte mancate, paure ingoiate e identità mai del tutto affermate. 

Terranova racconta la sua vita, sullo sfondo di chi l’ha preceduta senza mai abbandonarsi a facili colpevolizzazioni, con uno sguardo che non vuole essere accusatorio o assolutorio, ma lucidissimo, come dimostra l’impostazione di “ricerca storica” con cui indaga nei meandri della vita di Venera. Riflettendo sulla vita di sua madre, di sua nonna e della sua bisnonna, la protagonista-narratrice volge lo sguardo verso sua figlia, creatura ancora inerme per cui prova tenerezza e timore: pensandosi per la prima volta come madre, sa che è destinata a condannare e salvare la creatura che tiene in braccio, sa che ogni figlia eredita e rifiuta. È proprio in questo spazio sottile, non sempre traducibile a parole, che si gioca il vero cuore del romanzo. 

“Dopo un tempo spaventosamente lungo non ho ancora il capoparto, così torno nell’ospedale in cui è nata mia figlia in un giorno di quella che sembra la stessa primavera, però due anni dopo. È marzo, come sempre, e sulla porta ritrovo Venera e il suo soprabito”

Ecco allora che la questione del “capoparto” diventa qualcosa di più complesso di una semplice diagnosi medica: non si tratta dell’attesa di un ritorno del ciclo mestruale, ma piuttosto del desiderio di un segnale da parte del proprio organismo. Quella che l’autrice vuole esprimere è volontà di un ritorno alla padronanza di sé, dopo essere stata fonte di vita per ciò che ora è altro. Il suo corpo che tace è potente metafora della trasformazione in madre: un’età nuova, un’identità nuova destinata a mutare i rapporti con tutte quelle figure femminili che fino a quel momento erano rimaste sepolte. Il cambiamento è la miccia che crea il fuoco, é ciò che rende possibile, attraverso la riflessione introspettiva, la stessa esistenza del romanzo. 

La letteratura come tentativo di argine

Nel corso della narrazione, seguendo il flusso di pensiero dell’autrice-narratrice, sembra affiorare una vera e propria dichiarazione di intenti: la protagonista prende di coscienza di star scrivendo, in quel momento, un romanzo. Nel rendere il lettore partecipe dell’atto di scrittura Terranova sembra non voler palesare il suo essere scrittrice con narcisismo o superiorità, quanto piuttosto mettere in scena ciò che si cela dietro il suo progetto letterario, un esercizio auto-analitico, un modo per non sprofondare e per comprendersi.

Come si torna a scrivere dopo un parto, come si continua a essere spietati sulla pagina? Per anni mi sono sentita coraggiosa nell’illusione di uccidere, ma non posso scrivere per uccidere mia figlia. Un padre o una madre li puoi distruggere, un figlio lo devi soltanto salvare. Scrivere è appiccare incendi, bombardare città, stanare i prigionieri. I figli invece si proteggono, si strappano alle rovine, si portano via dai roghi. Scrivere dopo una figlia significa esporti al doppio della fatica: devi fermarti dopo pochi passi per tirarla fuori dalle macerie, mentre il tuo disturbo corre giù per la linea delle antenate.

La scrittura è, in questo romanzo, un gesto che nasce dalla necessità, è la forma che la protagonista dà al caos, al corpo che cambia, ai giorni che sfuggono e alla ricerca di un senso alla vita delle sue antenate in quanto donne e in quanto madri. Terranova scrive un romanzo dai tratti metaletterari, senza però la pretesa di scriverne uno: il suo è un tentativo di tenere insieme ciò che il tempo, l’ansia, la maternità e l’eredità materna rischiano ogni giorno di disfare. Nel farlo, la protagonista non cerca mai di spiegarsi o giustificarsi agli occhi del suo lettore, ma di sopravvivere a sé stessa. La sua penna si situa dunque in una zona opaca, fragile e potentissima ed e proprio in essa che la scrittura si ricongiunge con il suo senso più autentico.

Venera: la memoria che non abbiamo vissuto, ma ci plasma

Venera è il nome della bisnonna della protagonista, non solo una persona-personaggio, ma un’eco che costantemente attraversa il corpo e la mente della protagonista: è una presenza liminale tra sogno e ricordo, tra verità e “mitologia familiare”. Venera si configura come una radice profonda e misteriosa da cui la protagonista si sente attratta e allo stesso tempo respinta: il loro è un rapporto che si costruisce fuori dal tempo e dallo spazio reale, ma che abita la dimensione sospesa della narrazione. La bisnonna è un’entità sfumata, onirica che appare nei sogni, che guida la ricerca della protagonista negli archivi di ospedali psichiatrici e nella memoria di chi, nella sua famiglia, è ancora in vita. 

Venera è dunque una genealogia che non può essere raccontata con certezza, è ciò che ci precede ma non può essere spiegato razionalmente. Di lei restano, all’apparenza, solo frammenti, oggetti, pieghe di memoria, eppure è viva come un’influenza genetica. La sua è una storia drammatica, una vita che si spegne giorno dopo giorno, a partire dalla sua permanenza in un’ospedale psichiatrico (a seguito di un aborto a seguito di una caduta accidentale), proseguendo nell’elaborazione di un lutto, la perdita di un figlio, morto suicida, in tarda età. Il suo essere madre è, allo stesso tempo, ciò che le ha dato un senso, uno scopo, e ciò che, giorno dopo giorno, l’ha distrutta: è in questa biunivocità che si situa la voce narrante, è in questa vita spezzata che Nadia Terranova si insinua. Pur non avendola mai conosciuta, sente il suo spettro premerle addosso, allegoria di un passato che non smette di cercare voce. 

Venera è il cuore simbolico dell’intero romanzo: nel cercarla all’interno della “mitologia famigliare” e degli archivi, nel scriverla all’interno del romanzo, la protagonista compie il gesto più radicale: interrompe la rimozione, ridà volto a un’origine, riscrive una storia che il tempo aveva sepolto.


Loading

Francesca Manzoni

Redattrice di Cinema e Letteratura