(Ri)costruire il passato, plasmare il presente
Recensione di Passato di Mauro Bonazzi, il Mulino (2023), pp. 120
di Marco Mutti
Cancel culture. Un concetto impregnante il nostro presente, che si fa strada più o meno violentemente nel dibattito pubblico. Atteggiamento che è in parte figlio dell’immobilismo in cui versa la società post-pandemica, mancante di profondità e vessata dalla maledizione di non poter più stare hic et nunc. Si è incapaci di rivolgere l’attenzione al presente, dal momento che l’ottimismo per il progresso sfuma. Tocca rivolgersi al passato, actio che sottintende anche o una critica o un’idealizzazione ‒ come se il prima possa essere un exemplum vitae generico ‒ ma al contempo una semplificazione disarmante.

Da tale premessa parte il saggio di Mauro Bonazzi, professore di storia della filosofia antica e medievale all’Università di Utrecht, un saggio ch’ha il sapore di un pamphlet ‒ più per la mole che per il contenuto ‒ da denuncia, accusa di un comportamento riduzionista, figlio del nostro secolo. Il passato, infatti, è quantomai attuale: la crisi della cultura accelerazionista e il Covid-19 ci hanno costretti alla riflessione.
Bonazzi illustra la crisi mettendo in luce le fragilità della cancel culture su entrambi gli schieramenti, la destra, che sfrutta una visio mitizzante per fini conservatori. La sinistra, progredita nella cultura woke e militante contro i simboli di un passato non rappresentativo dei diritti civili, umani e universali che dovrebbero muovere il nuovo millennio. Tutt’e due le frange in lotta, in ultima analisi, hanno una visione etica della realtà: usano indebitamente paradigmi con cui osservano oggi la società proiettandoli sul mondo che fu e valutando con gli occhi di chi non conosce il relativismo. Il punto è proprio questo, il relativismo mancante, mentre l’assolutismo in ogni sua salsa galoppa.
A Bonazzi non sfugge l’abusato mito del sommo Occidente, una narrazione che ha dipinto la nostra fetta di mondo quale migliore, intellettualmente e culturalmente superiore al resto del globo; d’altra parte, v’è chi questa “favola” proprio non la digerisce, e, anzi, è incline alla distruzione totale, alla damnatio memoriae di un Occidente schiavista, razzista, colonialista.
La soluzione? Lo dice il Poeta: «La verità sta nel mezzo». Come possiamo rinnegare totalmente un passato, anche nelle sue linee più scomode, senza osservarlo emicamente, senza comprenderlo nelle viscere approssimandoci allo sguardo di chi l’ha vissuto e di chi l’ha reso possibile? Come possiamo prendere in considerazione soltanto il passato che ci aggrada, la fiaba che più ci esalta, solamente per fini ideologici, politici, nativisti? Ogni atteggiamento estremo è anche un atteggiamento errato nel momento in cui non ricostruisce il passato, bensì lo costruisce: lo plasma secondo un iter preciso, seguendo le venature che portano ad un’unica direzione.
Problema decisivo nel confronto tra demitizzanti estremisti e conservatori veneranti è il razionalismo. Siamo dimentichi della complessità, c’incamminiamo lungo la strada della reductio. Questo accade perché siamo incapaci di concepire la tradizione occidentale da una parte come non monolitica, dall’altra non del tutto condannabile. Davanti all’unicum, all’Occidente granitico e indissolubile, l’autore offre un’altra suggestione: non esiste un solo Occidente, così come non esiste un solo Oriente; non possiamo appianare il passato (e di rimando il presente) come uno scontro di due blocchi, di due civiltà. Lo storico deve saper “inciampare”, incistarsi sul particolarismo per addentrarsi nella realtà del tempo, cercare con tutte le forze di venir meno al fatto di essere un ente determinato. D’altronde, siamo uomini e sin dalla nascita c’impregniamo di una specifica cultura, veniamo modellati secondo certi condizionamenti che ci indirizzano a un modus vivendi di un dato tempo, una data etnia, un dato luogo ‒ e così apprezzare l’altro al di fuori di sé.
Leggere Bonazzi è suggestivo nel suo rimando ad altri scritti, accomunati dalla medesima decostruzione o di condanna tout court o di lode incondizionata del passato. Remotti smonta già il mito della famiglia tradizionale, che avrebbe dato fondamento all’Europa cristiana; quest’ultima è demolita da Bettini e Martelli, ben capaci con le proprie conoscenze socio-antropologiche di smontare la falsa tendenza della metafora arborea, per cui le nostre radici sarebbero ferme, fisse e sempre le stesse, creanti un tronco di quercia impenetrabile e solo, separato dagli altri alberi; Raimo e Linton ‒ questi nello specifico con l’ironico monologo 100% americano ‒ smantellano l’aedificium riduzionista del nativista DOP, il quale anela il riconoscimento della propria identità etnico-culturale per costruire un ipotetico Noi ed attaccare un altrettanto generico Loro.
Come detto, il problema è la paupertà del razionalismo. Si prenda d’esempio una recente (e infelice) uscita dell’attuale ministro degli esteri Antonio Tajani: seppur non sia la prima volta che casca in tale erroraccio, il vicepremier ha insistito sull’attribuzione di una parvenza di cristianità alla bandiera dell’Unione Europea, riscaldandola dell’ardore assolutistico wojtyl-ratzingerista, che riconosce la Chiesa e il cristianesimo quali elementi cardine dell’identità e della grandezza europea, scartando di default il resto. Un atteggiamento, quello di Tajani, che Han spiega egregiamente, ricorrendo ad Habermas: non abbiamo più una democrazia del libro, il confronto non si basa ormai sul fatto. Si preferisce invece un susseguirsi di doxai che alimentano dogmi, posizioni eccessivamente generalizzanti o iperparticolariste (inapplicabili nel mare magnum che è la società umana), razzismo o radicalizzazione, cristianismo ‒ usando una terminologia sullivaniana ‒ o un laicismo misoteista; doxai che portano alle tribal bubbles, a suddividere gruppi umani in piccole fragne sempre più radicalizzate e sempre meno inclini al dialogo. La caduta nell’incertezza non può essere pretesto di semplicismo, ed è per questo motivo che Passato può diventare un j’accuse nei confronti di ogni politica che non si rifà alla dialettica dell’epistème, preferendo affossarsi sulla sterilità di un’idealizzazione o di una requisitoria a tutto tondo nei confronti del nostro passato.
Bibliografia e sitografia
Raimo, C. 2019. Contro l’identità italiana. Torino: Einaudi
Bettini, M. 2012. Contro le Radici. Tradizione, identità, memoria. Bologna: il Mulino
Remotti, F. 2008. Contro natura. Una lettera al Papa. Bari-Roma: Laterza
Han, B. 2023. Infocrazia. Le nostre vite manipolate dalla rete. Tr. it. di F. Buongiorno. Torino: Einaudi [edizione tedesca del 2021]
Martelli, M. 2007. Senza dogmi. L’antifilosofia di papa Ratzinger. Roma: Editori Riuniti
Linton, R. 1964. The Study of Man. An introduction. New York: Appleton-Century-Crofts
Post Facebook di Antonio Tajani (https://www.facebook.com/antonio.tajani/posts/oggi-festeggiamo-la-nascita-della-beata-vergine-maria-ricordiamo-e-proteggiamo-l/1935316606634036/)
Tajani insiste con le 12 tribù nella bandiera Ue: “Si può anche dire il contrario, per esempio che Gesù morì di freddo” (https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/07/05/tajani-bandiera-ue-tribu-israele-notizie/8051259/)
The Intensification of Christianism (https://andrewsullivan.substack.com/p/the-intensification-of-christianism-c50)
https://www.mulino.it/isbn/9788815387608
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Marco Mutti
Nato nel Milanese, classe 1996, docente di materie umanistiche specializzato in scienze religiose, affianca all’insegnamento un’attività di ricerca e divulgazione su temi legati alla storia delle religioni, all’antropologia e alla critica letteraria. Oltre all'attività poetica, ha pubblicato articoli su Lovecraft e le invented religions, collaborando con Mimesis, Axis Mundi, Tipheret e altre realtà editoriali.
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