“Ricordi di suoni e di luci” – Come Martinoni rievoca la follia di Dino Campana e di tutti noi
“Ricordi di suoni e di luci. Storia di un poeta e della sua follia” (Manni Editore, 2025) di Renato Martinoni, frutto di quattro anni di lavoro, proposto da Pietro Gibellini al Premio Strega 2025, è la biografia romanzata di Dino Campana, uno dei più grandi poeti del Novecento italiano. Il titolo scelto dall’autore evoca immediatamente un passaggio dell’unica raccolta pubblicata del poeta: i “Canti Orfici” (1914) nella sezione intitolata “La notte”.
Salvandoci dall’irreparabile peccato di giudicare un libro dalla sua copertina, usiamo quella di Martinoni per lasciarci inebriare dall’atmosfera che, fin da subito, il titolo restituisce: la poetica onirica e melanconica del protagonista, il tentativo di ricordare attraverso una memoria frammentaria e frammentata Dino Campana e l’accenno all’indole febbrile del personaggio. Sulla copertina appare anche una donna che si tiene avvolta in un velo bianco, da cui spiccano solo un fiore giallo tra i capelli e un delicato vestito blu che si confonde con lo sfondo, tanto timido da non rispondere alla prima domanda che emerge: quale follia?
Le follie di Dino Campana: il manicomio e il rapporto con la madre
Le follie di Campana sono varie: quella psichiatrica, poetica e romantica. Una più complicata dell’altra da spiegare, ed è per questo che Martinoni si limita, o meglio, riesce coraggiosamente e con successo a evocarle tutte, senza esplicitarne nessuna. Risulta infatti interessante iniziare l’analisi del libro partendo dal contrasto tra la struttura schematica dell’autore e l’animo inquieto e tormentato che ne fa da contenuto. Matrimoni suddivide il romanzo in quattro sezioni, ciascuna con il nome di una fata di un certo colore – bianca, verde, nera, rossa – non a indicare dei personaggi o dei riferimenti precisi, ma più probabilmente per introdurre il tono emotivo e psichico a cui il lettore deve attenersi per leggere le vicende interiori di Campana, come fossero delle maschere della sua coscienza, o zone della memoria e del sogno. Ogni sezione è divisa inoltre in sei parti, ognuna indicante un luogo preciso, ma senza la certezza che abbia realmente un’attinenza storica: neanche il vero Campana si ricorderebbe dove è stato davvero, molti spazi sono stati visitati da Dino o forse solo abitati dalla sua mente, non è questo il punto. La verità storica qui non è il fine, per questo non è corretto definirla una vera e propria biografia, quel che conta per l’autore, e forse anche per il protagonista, è farsi capire, d’altronde cosa altro quieterebbe un animo tormentato come il suo? Come il nostro? Per ciò che non si riesce a descrivere – o non si può descrivere – l’unica soluzione è evocare. In questo, Martinoni, compie magistralmente il dipinto nell’animo del lettore creando una memoria di suoni, luci, colori, sentimenti, parole, come se anch’esso l’avesse incontrato davvero.
Per completezza, comunque, è più avvincente leggere l’opera sapendo da cosa nasce, ovvero affrontando il tema storicamente biografico della prima follia, quella che davvero è stata diagnosticata: quella psichiatrica. Nella sua vita Dino Campana viene internato nel primo manicomio a Imola nel 1906, poi, definitivamente, dal 198 fino alla sua morte nel 1932 nel manicomio di Castello Pulci a Firenze. La follia è una caratteristica che lo accompagna dai quindici anni, dice la madre, con cui il protagonista ha un rapporto pessimo, dichiarando spesso di odiarla. Dino è un figlio che non ha concluso mai nulla pur avendo ricevuto tutto dai suoi genitori: la possibilità di studiare chimica a Faenza, lettere a Bologna, arte a Firenze, tutte abbandonate per il suo atteggiamento. Sua madre, che si chiamava Francesca ma Martinoni nomina Nelly, vede suo figlio come sbagliato, ribelle e fannullone per vezzo, poiché cieca, a quei tempi più giustificatamente di ora, davanti a dei problemi psichiatrici.
Martinoni riporta dialoghi immaginari ma tanto realistici da toccare le corde più profonde dei lettori, come fossero essi stessi a sentirsi in colpa per rappresentare il fallimento della propria madre, in colpa per la loro follia, anche se non diagnosticata, anche se inesistente, i dialoghi sono così toccanti da farci capire quanto potesse essere straziante sentirsi dire «”quando ti vedo, sento di dover vomitare”. “Sei un ingrato”.».1 Ecco il senso di rabbia e umiliazione che Martinoni evoca tramite una dialettica lapidaria e folle, dove Campana risponde chiedendo comprensione e la madre irrompe con rabbia pensando solo alla sua brutta figura in società, non vuole che gli altri pensino che: «il figlio del maestro è un mentecatto!».2
In questi dialoghi c’è tutto il senso di colpa che spesso una madre, non solo quella di un matto, può evocare in un figlio, perché colei che dice «Se stai bene tu, stiamo bene tutti»,3 «Se penso ai miei sacrifici» 4 si limita al suo mondo, psichiatricamente forse sano ma fatto di convenzioni sociali, di preoccupazione personale sulla buona o cattiva figura rispetto allo sguardo e al giudizio altrui: ella non pensa al figlio ma a sé stessa, attribuendo a un malato colpe che non ha, che nemmeno immagina di poter avere.
La potenza evocativa di Martinoni è in questi dialoghi che dettano il ritmo della narrazione decretandolo a maestro dell’evocazione: evocare qui significa rinunciare alla razionalizzazione per acceder e a una forma estetica del sentire: tralasciare cosa significhi essere pazzo ma avvertirne la vibrazione, immaginarsi il battito stonato nel ritmo della voce, nei balbettii del pensiero, nei silenzi colmi di turbamento. Questo stile è fatto per chi vuole empatizzare con un matto, per chi soffre della sua incomprensione, per chi vorrebbe andare indietro nel tempo per dire ai personaggi del romanzo realmente esistiti che non esiste la pazzia che imputano loro, che l’uomo psicotico non è da debellare come un germe, che la dignità umana risiede anche e soprattutto nei diversi. Ma lo spettatore dell’immaginario evocato può solo rimanere inerme davanti all’impossibilità di rendere Dino Campana un uomo compreso e un poeta apprezzato dai suoi contemporanei. Il libro riesce nel suo compito se da fastidio, se fa riflettere oltre che sulla persona di Dino Campana, sulla condizione dei pazienti psichiatrici del nostro paese, legalmente (e solo apparentemente) tutelata appena 47 anni fa grazie alla Legge Basaglia che chiude i manicomi. Il ricordo del poeta deve scandalizzare in quanto prova dell’incapacità umana di avere e dare dignità all’altro: chissà quanti diversi oggi sono chiamati matti, chissà quanta poesia ancora oggi ci stiamo perdendo.
Tornando alle pazzie di Campana, quali sono le altre?
La “Chimera”: l’irraggiungibile desiderio tra amore e poesia
Anche per quanto riguarda le vicende biografiche la cui veridicità è facilmente reperibile, Martinoni decide di romanzare, ma lo fa con stile. Abbastanza noto è l’amore travagliato tra Dino Campana e Sibilla Aleramo, sbocciato e consumato tra il 1916 e 1917, da cui è nata la raccolta delle loro lettere tormentanti e tormentate che presagiscono poi il forzato allontanamento dei due, a causa della violenza insita al loro rapporto. Nel romanzo la vicenda viene ripresa narrando la figura di una donna in particolare, che Martinoni chiama Samia, nome inventato ma che si riferisce a una sibilla della mitologia greca elencata da Varrone nel I secolo a.c., attuando un gioco di parole che dimostra che nulla è lasciato al caso, è razionalmente curato, nonostante lo scopo di esprimere la follia di un poeta. Nel caso di Sibilla, desiderata eroticamente da Campana, si può intravedere una dinamica relazionale simile a quella che lo stesso intrattiene con la poesia, infatti le due entità si confondono e differenziano sotto la terza indefinita chiamata dal protagonista Chimera.
La Chimera è per tutto il romanzo una figura sicuramente femminile, sfuggente e indefinita, viene a volte identificata, a volte negata «”Non è una donna”. […] “È la Chimera”.»5, ma subito dopo si nega questa caratteristica perché Samia dichiara di voler essere lei stessa la Chimera del poeta, la sua musa, andando quindi a suggerire che Chimera non è la sua compagna ma qualcosa di meno terreno.
Ecco che diventa quindi facile immaginarsi la Chimera non solo come una donna, ma un’entità femminile simbolica, irraggiungibile, desiderata, ma anche talmente idealizzata da rimanere inafferrabile. Non è solo una donna ma è anche una donna, è l’amore platonico che non punta a consumarsi, è una vocazione poetica, quasi divina, evanescente, è l’ideale artistico, la creazione, la visione originaria che si perde e si insegue tutta la vita.
Non bisogna confondere la Chimera con il desiderio per Sibilla, perché la chimera è una donna desiderata ma mai posseduta, più corretto sarebbe pensare al desiderio erotico stesso, sempre anelante a qualcosa di più di ciò che si ha, piuttosto che a una donna in particolare. Allo stesso tempo però anche la poesia diventa Chimera perché viene presentata anche come un tentativo di espressione impossibile della verità interiore del poeta, una tendenza ma mai soddisfatta, per questo rimane poesia e lui un poeta: perché«”La poesia sta oltre le parole”»,6 è inafferrabile. La Chimera è anche in parte la pazzia stessa di Dino, che estremizza la sua condizione di poeta auto alimentando esponenzialmente la sua diversità e irrequietezza rispetto agli altri. Chimera forse è anche il modo in cui Dino, o Martinoni, nomina la sua pazzia che a quel tempo non aveva identità: darle un nome aiuta a diminuirne l’angoscia e la paura, la pone sotto una luce di caratteristica personale peculiare per sentirsi più simile agli altri. Dino ha una Chimera che lo attira e lo rende vagabondo, di fatto e di animo, un eterno errante insoddisfatto perché mai potrà trovarla o riconoscerla del tutto, ma chi, d’altronde, non è in fondo un po’ affezionato alla sua follia?
La fine di Dino Campana: un poetico silenzio di parole inespresse
La difficile interpretazione per il lettore della Chimera non è data da una scrittura ermetica, ma dall’apposito intento di Matrimoni nel restituire esattamente l’idea che, secondo lui, aveva Campana: neanche lui avrebbe saputo descriverla a parole, forse avrebbe lasciato parlare solo i silenzi della poesia. Durante la narrazione la Chimera diventa un ricordo doloroso, un amore perduto, forse un’illusione. il rapporto con la Chimera sembra andare di pari passo al rapporto con la poesia, il ritmo del romanzo pare la melodia di un tango malinconico: il vagabondo poeta corteggia la sua musa, a volte la perde a volte la trova, di tanto in tanto riesce a conquistarla scrivendo, altre la perde tra la folla, all’inizio del ballo l’uomo fa qualche passo falso, lei lo guarda muovendosi e allontanandolo «”ma lui prova l’illusione di essere tornato sulla buona strada, perché forse ha ritrovato un briciolo di poesia.”».7 Ma l’appartenenza a sé della sua compagna è solo temporanea: ballare insieme non è solo questione di toccarsi, ma sfiorarsi seguendo la stessa melodia. Il poeta e la sua poesia non vibrano sulla stessa frequenza, la Chimera segue la musica e Dino rimane spesso solo ad attendere il momento giusto per ricominciare, ma lo perde, avverte la musica di sfondo ma non ne coglie più la melodia: alla fine Dino non scrive più poesia, anche se la sente sempre vibrare dentro.
Dino Campana smette di pubblicare nel 1914, le ultime poesie che si conservano risalgono alla sua relazione con Sibilla, quando ancora era in libertà. Dal 1918 fino alla morte, per tutto il periodo dell’internamento in manicomio, il poeta si chiude nel silenzio, non per scelta ma per volontà divina, perché lui, uomo mortale, ha osato confondere la divina poesia con della carne di una femmina, si ripete da solo «C’è stato un tempo in cui l’ho confusa con la chimera”. “Perciò la Chimera mi ha punito”. È giusto che sia così”. “La colpa è solo mia”. “Avevo qualche arte”. “Ora non più”. “Per questo sto bene”. “Sto molto bene, ora”.».8
Ma si sa, un poeta senza parole non può stare bene. Lungo il tormentato tango di disperazione che detta il ritmo della relazione tra il protagonista e la sua musa, il rapporto finisce nel silenzio, ma non nell’assenza: non è un addio netto, ma una lenta estinzione, una dissolvenza malinconica. La poesia è sempre presente nell’animo del poeta, anche se non scrive più.
Ricordi di suoni e di luci
In Ricordi di suoni e di luci, quindi, Martinoni compie un’operazione tanto etica quanto estetica: attraverso la forma delle sue parole restituisce voce a chi l’ha perduta, dignità a chi è stato annientato da sé e dalla società. Dino Campana viene evocato senza essere ridotto a una descrizione razionale che mai avrebbe potuto rimanere fedele alla sua follia personale, sia in senso psichiatrico che poetico: egli non è solo il poeta maledetto ma il simbolo dell’uomo spezzato, dell’intellettuale divorato dalla malattia mentale e dall’istituzione manicomiale. Un tema che viene accennato ma che meriterebbe un altro libro è il legame tra follia e poesia, tra malessere e arte, ma principalmente è la soggettività psichiatrica che viene esplorata: un pensiero che non ragiona ma che pulsa, vaga, ricorda in modo asincrono e singhiozzante.
Dopo averlo letto, ci sentiamo un po’ tutti più poeti, ballerini danzanti in una buona milonga di periferia, con la nostra chimera, timorosi di diventare pazzi, ma in fondo immersi dalle follie contemporanee, ingannando l’attesa finché il silenzio della morte non ci viene prendere. Ma se qualcuno dovesse ricordarci in futuro, sarebbe bello che lo facesse così: evocando la nostra memoria con ricordi di suoni e di luci.
- Renato Martinoni, Ricordi di suoni e di luci, Manni editore, 2025, pp. 45. ↩︎
- ivi, pp. 46. ↩︎
- ivi, pp. 45. ↩︎
- ivi, pp. 45. ↩︎
- ivi, pp. 81. ↩︎
- ivi, pp. 69. ↩︎
- ivi, pp. 25. ↩︎
- ivi, pp. 147. ↩︎
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