Filosofia,  Letteratura

Scrittori e massa – prima parte

Di Filippo Arnaboldi

Quale funzione può avere l’intellettuale oggi? In che modo l’industria culturale è governata dall’ordine economico, dai mass media e dai gruppi editoriali? Scrittori e massa approfondisce il dialogo intimo tra lo scrittore contemporaneo, il sistema letterario e le leggi sociali emerse nel consumismo globalizzato. Asor Rosa non offre soluzioni definitive, ma invita gli scrittori – e i lettori – a riflettere criticamente sul proprio ruolo: la chiave per uscire da questa stagnazione – che non può non essere conflittuale – sta infatti nel rapporto dialettico tra autore e pubblico di massa.

Alberto Asor Rosa (1933-2022) è stato uno dei critici letterari più influenti del secondo Novecento italiano. Allievo dello storico della letteratura italiana Natalino Sapegno, a cominciare dalla metà degli anni ’60 si affermò come una figura di riferimento per la critica militante marxista. Professore universitario di lunga data alla Sapienza di Roma, nella sua personalità sono legate a doppio filo la ricerca intellettuale e l’impegno politico: dapprima nel gruppo degli operaisti – tra cui spiccavano anche Massimo Cacciari e Toni Negri – e successivamente nel PCI fino all’elezione in Parlamento nel 1979. Asor Rosa si può considerare a tutti gli effetti uno dei padri della sociologia della letteratura in Italia, una disciplina caduta in prescrizione. Era convinto che la materia letteraria fosse uno strumento indispensabile per comprendere la società – i suoi rapporti di potere, il moto della storia – e forse aveva ragione.

Il mondo invecchia,

E invecchiando intristisce 1

Cinquant’anni esatti, questo è l’intervallo di tempo che divide la prima pubblicazione di Scrittori e popolo (1965) dalla sua riedizione ampliata con l’aggiunta di Scrittori e massa (2015). L’opera magna di Asor Rosa si configura come un macrotesto, un universo autonomo all’interno del quale convivono due anime che rispecchiano tempi culturali lontanissimi sul piano letterario e politico-sociale. Resta un saggio profondamente anticonformista, capace di convincere e ispirare – oltre le riserve – intere generazioni di critici della letteratura. In continuità con la sua matrice, anche Scrittori e massa si sviluppa con l’obiettivo di rappresentare il quadro del presente, sebbene con una carica sovversiva attenuata.

Nella fattispecie, l’esito critico del saggio è più altalenante se paragonato alle stoccate di Scrittori e popolo. In questo caso la prospettiva d’analisi asorrosiana è inquinata dall’influenza della propria disillusione personale: politica ancor prima che culturale, minando in ultima analisi l’obiettività del giudizio finale. Questo pessimismo va riconosciuto come un dato che accompagna anagraficamente il deterioramento degli schemi culturali conosciuti nell’arco di una vita intellettuale segnata dall’engagement.

Asor Rosa a un convegno nel 2015

Il modello di Scrittori e popolo mantiene però la sua centralità: attraverso il tentativo di disegnare nuove carte nautiche per orientarsi nelle acque incerte del XXI secolo. Alla caduta della Cortina di ferro – il compimento della crisi delle grandi narrazioni – si era diffuso il mantra secondo cui le ideologie fossero dannose e non servissero più a nulla. Ma questo luogo comune portò a non rendersi conto che di ideologia, in effetti, ne era rimasta una sola: quella dominante del neoliberismo. È così che la scrittura di Asor Rosa torna alla concretezza, alla materia, alla parola viva – poiché non può esserci un dire senza intervenire – e in questo modo soltanto si esalta il valore umano dell’essere tutti senza rimedio animali politici.

In occasione dell’evento in suo onore tenutosi al Campidoglio nel 2003, il filosofo Mario Tronti – amico e compagno operaista – lo introdusse con queste parole: «Non lo vedo rappresentante di una cultura, ma piuttosto un incrocio tra più culture che si sono sedimentate dentro la sua specialissima personalità e ne hanno arricchito la produzione».2 Parimenti andrebbe interpretato il corpus asorrosiano, ovvero come una costruzione di cultura: un progetto critico tutto in divenire. Perché la sua produzione militante – al centro di mille polemiche e rivalità intellettuali – ambiva a essere «cultura seria», cioè dedita all’etica e alla ricerca. Negli ultimi tempi Asor Rosa ha lasciato che fosse il fallimento del suo secolo a interrogarlo, restandone deluso.

Nei testi più recenti torna però a escogitare nuovi tracciati in nome di quella resilienza o, per meglio dire, in nome di quella resistenza che è segno costitutivo del suo profilo intellettuale. È questo il suo vero testamento: la lotta. Alle contraddizioni metodologiche e agli abbagli collezionati nella fase tarda della sua attività, di Asor Rosa va prediletta senza dubbio la produzione giovanile: quella rivoluzionaria di Scrittori e popolo, per intendersi. Proprio la stagione degli anni ’60 è da ritenersi l’apice della sua critica letteraria: efficaceantidogmatica e vitale. Dal momento che è solo riaffilando le armi della critica che la cultura progredisce, potendo così godere di buona salute.

Dal popolo alla massa

La conoscenza della storia comporta sempre la valutazione delle differenze: quel che era, e ora non è più; la percezione del presente come qualcosa che trova la sua identità nel distinguersi da ciò che è passato.3

Il cuore del mutamento osservabile nei 50 anni di ricerca di Asor Rosa risiede nel passaggio antropologico dalla nozione di popolo a quella di massa. Il trionfo della civiltà dei consumi, il crollo del socialismo, la diffusione del pensiero debole e l’affermazione globale del modello neoliberista sono i principali cambiamenti storici e culturali che hanno ridisegnato la società contemporanea. Neanche a dirlo, il prezzo più alto è stato pagato dalle classi popolari: passate dall’essere forza produttiva alla base del progresso rampante delle economie occidentali a scoprirsi consumatori, manovalanza superflua colpita dalle delocalizzazioni e dall’erosione del welfare state.

Il popolo è una realtà umano-sociale vivente, incardinata nel lavoro, frazionata in orientamenti politici e ideologici e in stratificazioni sociali diverse.4

In questo senso, il popolo – come analizzato in Scrittori e popolo – rappresenta il cuore del populismo letterario nella sua forma tradizionale. È un concetto legato alla collettività e alla cultura, intesa nel suo valore simbolico più specifico, locale e variegato. Oggi, però, l’uso strumentale del termine populismo nel dibattito politico italiano ed europeo risulta tanto insufficiente dal punto di vista sociologico quanto discutibile sotto quello politologico. Dal momento che del popolo sembra restare soltanto un ricordo sbiadito.

D’altro canto, l’idea di massa si colloca su un versante del tutto opposto. Un’entità nata durante la prima ondata di industrializzazione, esplosa nel Novecento come espressione degli stati-nazione in guerra nei conflitti mondiali, drogata dai mezzi della propaganda e sviluppatasi nei margini dell’urbanizzazione. Essendo figlia delle rivoluzioni industriali, l’identità culturale della massa è giovane, ontologicamente estranea a qualsiasi folklore o tradizione; ossia di ciò che, partendo da BenjaminHorkheimer e Adorno battezzarono industria culturale di massa. Nella sua declinazione consumistica, la massa è scevra di ogni connotato politico a favore di un più vasto fenomeno di mercificazione intellettuale, di livellamento e omologazione dei costumi sullo standard di vita riconosciuto globalmente nell’American way of life.

Da questi presupposti Asor Rosa riconosce la definizione più appropriata di massa al sociologo tedesco Leopold von Wiese:

La massa è una formazione sociale caratterizzata dalla comparsa di un senso di solidarietà disorganizzata, emotiva e però orientata nella medesima direzione.5

Massa proviene dal greco antico μᾶζα (mâza) che indica un impasto macinatoMâza deriva a sua volta dal verbo μάσσω (massō), equivalente di impastare. Nella sua etimologia massa ha l’idea di un insieme di più elementi eterogenei in un intero relativamente coeso. La nozione di massa appare nel corso dell’Ottocento, all’inizio però non era la sola parola a riferirsi a quella nuova aggregazione di umanità indistinta; un termine concorrenziale – per esempio – era folla. Veniva ampiamente usata anche la parola moltitudine: un vocabolo centrale tanto nella filosofia politica di Hobbes quanto per Spinoza. È sempre Hobbes che per primo contrappone la moltitudine al popolo: la moltitudine è la massa indifferenziata, il popolo è la massa coesa. Tuttavia, la massa di cui Asor Rosa si occupa nella seconda metà del suo grande progetto è quella plasmata sull’immagine dell’uomo a una dimensione di derivazione marcusiana. Questo archetipo di consumatore – con il suo caratteristico conformismo – siede al banco degli imputati, responsabile di aver stabilito un terribile compromesso con il sistema democratico liberale: accettare di viverci dentro passivizzandosi. In quest’ordine di idee la massa appare come un’entità collettiva priva di profondità storica, di qualsivoglia coscienza sociale e senza nemmeno più la forza, o il desiderio, di un miglioramento, se non di un rovesciamento dello status quo.

In questo passaggio, lo sguardo di Asor Rosa tradisce la sua impronta umanistica, lasciando intravedere un giudizio elitario nei confronti della massa tipico di un certo baronismo accademico. Si capisce bene che questo è un limite importante, perché rischia di ignorare le responsabilità della classe intellettuale, tradizionalmente più attenta a difendere i propri interessi e privilegi che a esercitare della sana autocritica.

Il tramonto del moderno tra atomismo e accelerazione

Se il sistema democratico occidentale è tutto in movimento, può essere utile stendere passerelle e trampolini sulle fessure e sui crepacci che si vanno aprendo, che consentano ad un intero continente che si va sganciando di mantenere una trama di relazioni con il proprio passato. In questo senso, niente di meglio della critica letteraria, disciplina tipicamente intermediaria, per svolgere tale funzione.6

Non c’è dubbio che lo stravolgimento dello scenario culturale tardo novecentesco abbia scosso anche le strutture più elementari della conoscenza e della produzione artistico-letteraria. Asor Rosa individua in questo passaggio ciò che definisce: il tramonto del moderno. Viene così sancita la fine della società letteraria storicamente radunata intorno a un ideale condiviso di cultura.

Asor Rosa riconosce in Fortini, Pasolini e Calvino gli ultimi classici della letteratura italiana, ancora incasellabili in un moto secolare di stratificazione culturale. A questa retroguardia si contrappone la scena letteraria dell’estremo contemporaneo: divisa tra chi pensa al nuovo rifiutando ogni debito col passato e chi, invece, si chiude in un conservatorismo sterile e ottuso. Il tramonto del moderno per gli intellettuali della generazione di Asor Rosa è un fatto traumatico.

Il Calvino delle Lezioni americane (1985), di fronte alla rivoluzione tecnologica e informatica prevista nel nuovo millennio, esprimeva fiducia nel futuro della letteratura, pensando fosse garantito dall’impossibilità di replicarne i mezzi specifici. Col senno di poi, Asor Rosa non condivide altrettanto ottimismo. Questa considerazione nasce dalla constatazione di uno scenario drasticamente inaridito. La causa di questa desertificazione è da cercare nella polverizzazione degli aggregati culturali che hanno forgiato il dibattito intellettuale europeo, almeno a partire dal XVIII secolo. Se questo fenomeno è drammaticamente reale per i rapporti accademico-intellettuali tradizionali, si riconosca che buona parte di queste forze progressive – specie per le nuove generazioni – è confluita nei social media (dai blog storici come Lipperatura, passando per le riviste digitali di prestigio stile La Balena Bianca, fino a pagine social del calibro di madonnafreeda, filosofia_coatta e altre).

La frantumazione degli spazi di aggregazione ha senz’altro prodotto un’altra emergenza – spesso passata sottotraccia – ovvero quella delle scelte individuali:

Nella società di massa paradossalmente ognuno è costretto a cercare da sé non significa il trionfo dell’individualismo o della libera scelta: se mai il contrario.7

Asor Rosa sostiene l’illusorietà del paradigma della liquidità avanzato da Bauman in Modernità liquida (1999) e Vita liquida (2005). Semplificando brutalmente, questa visione pretende che la società contemporanea sia dominata da modelli oppositivi in successione frenetica: uno schema in cui i ruoli oppresso-oppressore possono scambiarsi con disinvoltura a seconda del momento e del contesto. In un celebre passaggio Bauman afferma:

La vita liquida è una vita precaria vissuta in condizioni di continua incertezza una successione di nuovi inizi, ma è proprio perciò che le fini sono rapide e indolori.8

Al contrario, la società di massa come concepita da Asor Rosa è un sistema in cui, nonostante la proliferazione apparente di scelte individuali, l’arbitrio è governato da un rigido sistema di poteri «altri» – autorizzati dalla mancanza di scelte collettive – che sfuggono alla conoscenza e al controllo di qualsiasi scelta individuale. Sul fronte delle ripercussioni scatenate dalla crisi dell’individuo, in Scrittori e massa si accenna indirettamente a quel tema che si potrebbe definire: della rassegnazione. Con questa perifrasi si allude a un’idea vicina all’iconico slogan «There Is No Alternative» della prima ministra britannica Margaret Thatcher, ripresa dal compianto Mark Fisher come leitmotiv del suo saggio di successo planetario Capitalism Realism (2009). Per Fisher questa è una sentenza lapidaria rappresentativa dello spirito del nostro tempo: assimilata tanto dalle forze politiche di alternativa quanto dall’inconscio collettivo. Il risultato ottenuto è che dall’avvento del neoliberismo sembra più facile immaginare la fine del mondo piuttosto che la fine del capitalismo, con ricadute drammatiche nel campo sociale e in quello psichico. 

Guardando all’ordine globale post Guerra Fredda, spicca la nefasta teoria sulla «fine della storia» di Francis Fukuyama (La fine della storia e l’ultimo uomo, 1992). In breve, quella tesi secondo cui la fine del XX secolo segnerebbe l’apice dello sviluppo umano. Il post-storicismo, dal grande seguito specialmente in ambito anglosassone, contribuì in modo inevitabile ad alimentare il clima di impotenza – insieme rassicurante – delle opinioni pubbliche occidentali rispetto alle grandi decisioni delegate con crescente disinteresse ai leader mondiali.

Comprendere questa depressione diffusa è imprescindibile per inquadrare il senso di sconsolazione che pervade tanto le produzioni intellettuali quanto la partecipazione politica da più di 30 anni. Asor Rosa ne è consapevole e sottolinea:

Tutti sanno, o, meglio ancora, danno per scontato che non ci sia nessuna possibilità di modificare l’aspetto rigido del sistema.9

Le radici dell’atomismo distintivo degli scrittori e delle scrittrici nella fase storica attuale trovano il proprio humus in questo preciso clima ideologico. Il passo successivo alla tragica parcellizzazione del panorama contemporaneo è il sopravvento dei cosiddetti effetti individuali che Asor Rosa riconosce essere la vera cesura con il passato letterario. L’enfasi, soprattutto mediatica, sul protagonismo degli autori e sullo stile individuale, così come sull’insieme dei tratti personali, si rivela compromettente per le norme della teoria letteraria. Insieme all’autorevolezza del giudizio critico, parimenti viene a mancare la distinzione di fondo tra realtà e finzione su cui si regge il dolce equivoco del patto narrativo dall’alba della civiltà romanzesca.

Ecco la sostanza dell’esistenza post-storica. Che l’uomo sussuma interamente l’oggetto del proprio sapere (il saggio) o nella propria attività (lo snob), che sia totalmente soddisfatto nella sua assimilazione (il cittadino) o così ravvicinatamente dipendente da non potersene differenziare (il consumatore), ciò che si verifica è sempre lo stesso: la definitiva soppressione dialettica della differenza tra soggetto e oggetto.10

Questo appiattimento allarmante suggerisce l’apertura di nuovi fronti di studio poiché, oltre alla figura dell’autore-narratore, anche il pubblico dei lettori ha visto mutare nel profondo la sua fisionomia. In primo luogo, l’industria 4.0 configurata nel capitalismo digitale ha indotto i fruitori di letteratura a un nuovo salto di specie: dallo stadio di individuo-consumatore a quello smaterializzato di individuo-utente nelle piattaforme di servizi. In seconda battuta si aggiunge il tema dietro cui si cela la ragione principale della crisi della letteratura, vale a dire la crisi della lettura stessa. Non è casuale se anche nei paesi occidentali più scolarizzati si segnalano dati allarmanti su analfabetismo funzionale e analfabetismo di ritorno.

Una risposta affascinante proviene dagli studi sull’accelerazionismo. La scoperta di questa frontiera – che spiega alcuni interrogativi emersi in Scrittori e massa – si deve al filosofo tedesco Hartmut Rosa in Accelerazione e alienazione. Per una critica del tempo nella tarda modernità (2015). Per operare all’interno di questo tema occorre distinguere i tre livelli di accelerazione nella società post-fordista: quella tecnologica, quella dei mutamenti sociali e quella dei ritmi di vita. La disponibilità pervasiva del digitale ha alterato il rapporto dell’individuo con il mondo esterno in modo irreversibile. Significa che con l’aumento delle possibilità umane – dall’immediatezza della comunicazione telematica ai tempi di percorrenza sempre minori – la percezione dello spazio e del tempo si è compressa al punto di produrre un’ossessiva ottimizzazione di qualsiasi cosa venga percepita come ostacolo residuo.

La domanda che sorge spontaneamente è: come agisce questa accelerazione sulla tradizione compromettendola? Ciò accade a partire dalla decontestualizzazione, nonché dalla frammentazione dell’esperienza personale. Gli stimoli mediatici e informatici – almeno nella misura in cui se ne fruisce oggi – logicamente inducono a varcare in tempo sempre più breve ambiti di senso diversi tra loro, formando quel ciclo dell’accelerazione in cui ciascuna di queste sfere sensoriali viene stimolata e incentiva a sua volta la stimolazione cognitiva delle altre (giusto per fornire un piccolo esempio, si faccia attenzione ai grassetti di questo articolo digitale). Lo slittamento della propria identità sociale, insieme alla moltiplicazione delle attività e delle esperienze individuali, tende a particolarizzare l’esistenza, rendendo molto più precaria la possibilità di sintonizzarsi emotivamente o progettualmente con gli altri.

La sovraesposizione a questo genere di stimoli – specie per quanto riguarda le fasce giovanili – sfocia in una debilitazione graduale di alcune facoltà cognitive, a cominciare da quella attentiva e quella mnemonica: centrali per fare esperienza di azioni iterate come la lettura. L’esito di queste tendenze compone lo spettro dell’alienazione e della passivizzazione che sta alla base delle cause sociali – tra le molte altre – anche della crisi della letteratura. Questo campo di ricerca si prospetta come centrale per sciogliere i nodi adattivi capaci di rispondere ai sintomi di una depressione culturale che, al momento, appare ineluttabile.


  1. T. Tasso, Aminta [1580], a cura di M. Corradini, Rizzoli, Milano 2015, a. II, sc. 2, vv. 71-72. ↩︎
  2. M. Tronti, Asor il costruttore, in L. Spera, Critica e progetto. Le culture in Italia dagli anni Sessanta a oggi: studi in onore di Alberto Asor Rosa, Carocci, Pisa 2005, p. 27. ↩︎
  3. A. Asor Rosa, Scrittori e massa, Einaudi, Torino 2015, p. 363. ↩︎
  4. A. Asor Rosa, Scrittori e massa cit., p. 364. ↩︎
  5. L.V. Wiese, Sistema di sociologia generale, a cura di M. Digilio, Utet, Torino 1968, p. 667. ↩︎
  6. A. Asor Rosa, Genus italicum. Saggi sulla identità letteraria italiana nel corso del tempo, Einaudi, Torino 1997, p. 23. ↩︎
  7. A. Asor Rosa, Scrittori e massa cit., p. 373. ↩︎
  8. Z. Bauman, Vita liquida, Laterza, Bari 2005, p. VIII. ↩︎
  9. A. Asor Rosa, Scrittori e massa cit., p. 374. ↩︎
  10. C. Vidali, Fine senza compimento. La fine della storia in Alexandre Kojève tra accelerazione e tradizione, Mimesis, San Giuliano Milanese (MI) 2020, p. 210. ↩︎

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