Sinners, una lettera d’amore al blues
Di Giorgia Coletta
Sinners distribuito in Italia con il titolo I Peccatori, si presenta come un blockbuster d’altri tempi: ambizioso, compatto, autonomo. Non è un sequel, non è l’espansione di un universo, non vive di rimandi. È un film che si regge su una visione chiara, confermata anche dalla sua ricezione presso pubblico e critica: sedici nomination agli Oscar, due Golden Globe già vinti e il primo CinemaScore A per un horror negli ultimi trentacinque anni. Scritto, diretto e co-prodotto da Ryan Coogler, che dopo il successo di Creed e i due Black Panther aveva in parte sacrificato i virtuosismi della propria regia alla macchina Marvel, il film dimostra con forza la sua identità autoriale dietro la macchina da presa.

La prima scelta radicale di Sinners è il tempo. Coogler non ha fretta. In un panorama dominato da montaggi ipercinetici e narrazioni serrate, dedica quasi un’ora alla costruzione dell’ambiente, delle relazioni e delle tensioni interne alla comunità. È un gesto controcorrente che permette allo spettatore di affezionarsi ai personaggi, anche a quelli appena tratteggiati. Eppure, il film non perde slancio: le quasi due ore e mezzo scorrono con naturalezza, non perché domini l’azione, ma perché il ritmo scelto è coerente e consapevole.
La seduzione del pulp
Siamo nel Mississippi del 1932. I gemelli Elijah “Smoke” ed Elias “Stack” Moore (entrambi interpretati da Michael B. Jordan) tornano a Clarksdale, nel Delta, dopo un periodo trascorso a Chicago al servizio di Al Capone. Fin dal principio Coogler li distingue attraverso scelte cromatiche opposte, marcandone anche le differenze interiori. Con il denaro accumulato, acquistano una segheria abbandonata per trasformarla in un juke joint: un luogo dove bere, ballare, suonare il blues. In piena epoca Jim Crow, quel locale diventa uno spazio di resistenza culturale in un Sud ancora segnato dalla segregazione e dalla presenza minacciosa del Ku Klux Klan.

La prima parte della pellicola si concentra sulle dinamiche interne alla comunità. Per aprire il locale reclutano il cugino Sammie, detto “Preacher Boy”, talento naturale alla chitarra; Annie (Wunmi Mosaku), sacerdotessa Hoodoo, ex compagna di Smoke con cui ha avuto una figlia poi morta; Mary (Hailee Steinfeld), la cui identità è segnata dalla One Drop Rule, figlia della levatrice dei gemelli e innamorata di Stack.
Il riferimento strutturale a Dal tramonto all’alba di Robert Rodriguez è evidente: locale notturno, musica, improvvisa esplosione di violenza. Ma qui il rimando si ferma all’estetica pulp e gangsteristica, mentre Sinners prende subito un’altra direzione. Quando arrivano i vampiri, la scelta è sorprendentemente classica. Non sono reinvenzioni moderne, ma creature fedeli alla tradizione: chiedono di essere invitati per entrare, temono l’aglio, muoiono con un paletto nel cuore, bruciano alla luce del sole. È una fedeltà filologica che restituisce al mito una dimensione arcaica e rituale, legata al folklore del bayou.
I vampiri, guidati da Remmick (un intenso Jack O’Connell), sono creature manipolative e seducenti. Offrono una comunità senza discriminazioni, senza gerarchie razziali. Ma quella promessa di uguaglianza passa attraverso l’annullamento dell’identità. È una tentazione che riguarda anche lo spettatore: il film mostra chiaramente che, nonostante l’abolizione della schiavitù, i neri continuano a vivere ai margini della società. Non sono davvero liberi. Ed è impossibile non avvertire l’eco contemporanea di questa condizione.
Può la musica squarciare il velo di Maya?

Il vero protagonista del film è il blues. Non come semplice genere musicale, ma come forza identitaria, viscerale, ipnotica. La colonna sonora di Ludwig Göransson è magistrale: unisce l’anima intimista e quella horror del racconto, trasformando la musica in motore narrativo. Non accompagna le sequenze, genera immagini.
L’idea più potente è renderla magica. Fin dall’arrivo dei vampiri lo comprendiamo: non è il male a generare la musica, è il male che la desidera. Si ribalta così il mito faustiano. Non è l’artista a vendere l’anima; è il diavolo che vuole appropriarsi di ciò che non può creare. Il blues diventa energia ancestrale, memoria collettiva, eredità africana. Proprio per questo è oggetto di brama. Interessante è inoltre la scelta della musica intonata dai vampiri: Remmick è irlandese e la musica che suona insieme ai suoi due compagni è quella tipicamente folk, in contrasto con il blues.
La lunga scena centrale nel juke joint, un piano sequenza che vale l’intero film, è la chiave dell’opera. Quando Sammie canta, il velo tra passato, presente e futuro si squarcia. Maschere africane, percussioni arcaiche, musicisti contemporanei e chitarre elettriche convivono nello stesso spazio. La musica si fa griot, custode della memoria, ponte tra mondi.
La vocazione sovversiva dell’horror
Il richiamo alla cultura africana passa anche attraverso Annie, sacerdotessa Hoodoo che riconosce per prima la natura delle entità alla porta. In lei sopravvive una spiritualità ereditata, in contrapposizione a una fede cristiana imposta. L’horror diventa così terreno di scontro tra identità culturali. La parte finale contiene uno dei momenti più intensi del film: la morte di uno dei gemelli culmina in una visione in cui Annie riappare con la figlia perduta tra le braccia. L’abbraccio non è semplice consolazione ultraterrena, ma riconnessione tra perdita e memoria. Sotto il sangue e la violenza resta il dolore di una comunità, la possibilità che il velo tra vita e morte si squarci per restituire finalmente qualcosa di umano.
Attraverso questa intuizione, usare l’horror per affrontare frontalmente il nodo razziale e la memoria africana, Sinners si inserisce nella tradizione contemporanea che vede nel genere uno spazio privilegiato per la riflessione sociopolitica. Il paragone con Jordan Peele è inevitabile, ma Coogler è meno satirico e più melodrammatico, più epico che ironico.
La fotografia di Autumn Durald Arkapaw è tra gli elementi più forti dell’opera. Il sole accecante sui campi di cotone ha una fisicità opprimente; la notte scivola in rossi e blu saturi, carnali. La luce diventa elemento narrativo: il calore del giorno, la seduzione della notte, la limpidezza dell’alba finale.
Sinners non è privo di difetti: l’ambizione tematica è enorme e talvolta sfiora il sovraccarico; al finale si arriva forse troppo in fretta. Ma resta un film coerente, potente, visivamente audace. Un horror che intreccia folklore africano, gangster movie e pulp senza perdere compattezza. Più che un film sui vampiri, è un film sulla memoria. E sul blues come atto di sopravvivenza.
Non la musica del diavolo, ma la musica che il diavolo non può e non potrà mai avere.
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