Cinema,  Oscar

”Un semplice incidente”: l’urlo di Jaguar Panahi terrorizza anche l’occidente

Di Giovanni Scardi

Negli ultimi tre decenni, il cinema iraniano si è imposto agli occhi del mondo come uno degli strumenti artistici di resistenza più potenti e autentici: capace di coniugare racconto e poesia, trasparenza e metafora, politica e sentimento, arrivando a conquistare i palchi dei festival più importanti al mondo. Lo sguardo di registi come Abbas Kiarostami, Mohammad Rasoulof, Ashgar Farhadi e Jafar Panahi ha reso il pubblico occidentale testimone delle lotte che continuano a coinvolgere una popolazione succube di una teocrazia che ha usato la religione come scudo per erigere un regime autocratico. Una battaglia silenziosa che negli ultimi mesi è fiorita in una rivoluzione, che l’Ayatollah ha cercato di reprimere nel sangue con ogni mezzo.

Proprio Panahi quest’anno ha vinto la Palma d’oro a Cannes con il suo Un semplice incidente (nominato agli Oscar 2026 nelle categorie miglior film straniero e miglior sceneggiatura originale) primo film diretto dopo la sua incarcerazione nella prigione di Evin, durata dal luglio 2022 al febbraio 2023. Inoltre, a novembre l’avvocato del regista dichiarò che questi era stato condannato in contumacia a un anno di detenzione e al divieto di lasciare l’Iran per i prossimi due anni perché accusato di propaganda contro lo Stato. Questa notizia illumina ancor di più l’attività del regista, che nel suo ultimo film racconta un’esperienza di cui traccia le coordinate e indaga le conseguenze, evitando la mera rappresentazione del fatto.


A una prima impressione il film può sembrare la classica storia di vendetta, in cui la vittima si trasforma nel carnefice, annullando, almeno nel presente e non storicamente, quella linea sottile che separa l’una dall’altro. In realtà c’è molto di più. Al centro della scena c’è un’umanità sconvolta, torturata e insieme aguzzina, incapace di ripartire senza aver fatto prima i conti con un passato angoscioso, spaventosamente simile al presente in cui sta annegando. Una storia in cui non ci sono né vincitori né vinti, siano essi posti su un piedistallo oppure segregati nelle celle più buie.

Eroi o carnefici?

Il semplice incidente è il MacGuffin che mette in moto la trama: un uomo in macchina con la sua famiglia investe un cane randagio. Fermatosi a chiedere assistenza presso l’officina più vicina, viene riconosciuto, grazie allo scricchiolio della sua gamba di legno, da uno dei meccanici, Vahid, come l’ufficiale dei servizi segreti iraniani che lo aveva torturato in prigione tempo prima. Sentendo quel suono martellante rivive il trauma del suo recente arresto, delle umiliazioni subite, della perdita dei suoi affetti, tra cui la sua fidanzata. Sopraffatto dall’ira e dalla disperazione, il giorno dopo Vahid non esita a rapire quello che crede essere il suo aguzzino e seppellirlo vivo nel deserto. Un dubbio, ultimo barlume rimastogli di umanità, lo fa però desistere. Per essere certo di aver catturato l’uomo che aveva cercato per tanto tempo, chiede consiglio e conferma a una serie di personaggi improbabili, anch’essi scarcerati da poco: una fotografa di eventi, Shiva, la promessa sposa Golrokh e l’iroso operaio Hamid. Ognuno conferma il sospetto sulla base di dettagli differenti: chi riconosce la puzza di sudore, chi la voce, chi le ferite sulla gamba. Tutti sono sicuri, eppure nessuno riesce a prendere una decisione.


A guidarli è un’ira accecante, una bomba pronta ad esplodere, fermata sempre all’ultimo da qualcuno o qualcosa, un deus ex machina ignoto che placa il loro arbitrio. Attraverso la magistrale alternanza di momenti di altissima tensione con altri più distesi e paradossali, Panahi ci regala un quadro che supera le specificità storiche e culturali per diventare universale. La grande e inspiegabile commedia che è la vita si sbriglia nell’arco narrativo di una singola giornata, in cui i protagonisti oscillano tra la tentazione feroce della vendetta e una pietà sintomatica dell’umanità che li contrappone al nemico di sempre.


Non a caso ciò che eleva questo film rispetto ad altri che trattano tematiche analoghe, è proprio l’ambiguità di fondo che avvolge tutti i personaggi. Ciascuno si comporta in perenne contraddizione con ciò che ha asserito o fatto l’attimo precedente, e la loro contraddittorietà diventa una magnifica costante di coerenza. Gli uomini e le donne che hanno subito o commesso le atrocità in nome del regime, vivono una condizione perenne di rimorso e colpa, totalmente inermi come prigionieri, privati di ogni diritto, e come carnefici, addestrati a trattare i propri simili come carne da macello.


Panahi racconta tenendo per mano i suoi personaggi, senza staccare mai la macchina da presa dal complesso delle loro esistenze. Lo spettatore viene illuso di conoscerli profondamente, di poter addirittura prevedere le loro mosse. Ed è proprio in quei precisi istanti che ripiomba come un macigno sulla sua attenzione la realtà delle cose. In un contesto così problematico e stratificato, dove il dissenso è proibito e il silenzio è imperativo, ogni personaggio si rende sfuggente e indecifrabile nelle azioni e nel pensiero: la trasparenza dell’intento dichiarato e l’opacità dell’azione compiuta nel dubbio corrono di pari passo.


Questa bipolarità diventa la chiave per cogliere l’efficacia della resa dei conti finale, in cui l’ufficiale affronta da bendato l’interrogatorio di Vahid e Shiva. Un “triello” dove, a differenza del western classico, anche se soltanto uno rischia di morire, gli altri due rischiano di perdere qualcosa di più grande: l’integrità morale che li aveva animati fino a quel momento. In un unico e magistrale piano sequenza la vittima, convinta di non avere vie di uscita, abbandona le vesti civili e ribadisce con orgoglio davanti a Vahid la sua fedeltà all’ortodossia politica e religiosa per cui è stato rapito. Il ribaltamento dei ruoli è totale e contagioso, perché alla sua confessione segue l’intervento di Shiva, fino a quel momento fuori campo e in silenzio. La fotografa si precipita al centro della scena e minaccia con furore di essere l’angelo della morte venuta a porre fine alla miserabile vita del suo aguzzino. Chi per ruolo e temperamento doveva incarnare la disumanità insita nella vendetta, adesso è uscito di scena. Chi invece faceva da paciere e mitigava gli animi più iracondi, si è rivelato più spietato degli stessi.
In tutto questo, il dubbio intrinseco in ogni scelta dei personaggi è ricaduto sullo spettatore stesso. Perché chi guarda è arrivato al bivio come gli altri: non sa più distinguere quanto sia eticamente sbagliato ciò che si sta consumando davanti ai suoi occhi. Nel momento in cui il castigo diventa uguale o peggiore del delitto, è ancora ugualmente giustificato? Il torturatore smette di essere tale nel momento in cui subisce la stessa sorte?

Quando il perdono l’avrà vinta, i ruoli verranno invertiti ancora una volta, secondo le leggi di una scrittura speculare attenta a ogni dettaglio.


Il rumore della protesi, che torna al termine della pellicola come il ticchettio crudele di un pendolo rotto, ricorda che il girotondo di violenze e sevizie, una volta iniziato, non cesserà mai. Basta un suono, uno scricchiolio, per ricordare per sempre che la tranquillità apparente di una vita che in Iran sembra scorrere sempre uguale, dentro e fuori le mura domestiche, è mossa da un meccanismo impercettibile che fa del terrore la sua arma più potente.
Tornando sul piano individuale, nel finale forse è lo stesso Panahi a confessare al mondo che, proprio come succede a Vahid, quello stesso rumore sordo e infernale non lo abbandonerà mai. Un espediente secco e chiaro, che fissa nell’immaginario la permanenza del trauma nell’anima e nel corpo di chi l’ha subito.

Il cinema come politica universale


Quando partono i titoli di coda, ciò che rimane è l’impressione di aver visto un’opera potentissima. Un film che si districa con una semplicità spiazzante tra intervalli teatrali, momenti di una tensione a tratti insostenibile e sprazzi di commedia sofisticata; un road movie anticonvenzionale che dissacra la retorica morale di un Iran corrotto e prigioniero senza mai condannarne le vittime, ovvero tutti coloro che lo abitano. Un lavoro esemplare, nonché un esempio di cinema politico di altissimo spessore a cui Panahi e i suoi colleghi iraniani ci hanno abituati ormai da tanti anni, che trascende i confini nazionali per diventare lezione universale contro ogni forma di repressione e di disumanizzazione dell’altro.


Loading

Rispondi

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.