Premi Letterari,  Premio Strega Europeo

V13 di Emmanuel Carrère – Premio Strega Europeo 2023

Dall’8 settembre 2021 alla sera di mercoledì 29 giugno del 2022, Emmanuel Carrère si siede ogni giorno sulle panche riservate alla stampa in una grande scatola di legno bianco nel cuore di Parigi, a Ile de la Cité. «Lunga quarantacinque metri e larga quindici, senza una sola finestra, capace di contenere seicento persone», è qui che si svolgono i nove lunghi mesi di gestazione della giustizia francese per quel terribile V13.

Il processo è scandito nei tempi come un romanzo, gli interrogatori agli imputati sono divisi in capitoli: prima quelli di “personalità”, solo dopo i “fatti”; d’altra parte il materiale dell’istruttoria consta di 542 faldoni che pare che impilati raggiungano i 53 metri di altezza. Carrère divide il suo libro (Adelphi, 2023) – una rielaborazione e montaggio dei resoconti settimanali in 7800 battute per l’“Obs” – in tre parti.

Le vittime. Quelle che non possono più parlare quel venerdì 13 novembre del 2015 erano nei dehors dell’XI arrondissement, allo Stade de France per vedere l’amichevole Francia-Germania o nella folla ad ascoltare gli Eagles of Death Metal nel parterre del Bataclan. Feriti, congiunti, persone offese. Le deposizioni ripetono lo stesso orrore e insieme sono completamente diverse l’una dall’altra. Riassumerne anche solo in poche righe la storia non rende giustizia dell’empatia e dell’introspezione con cui Carrère si fa a sua volta testimone, basti dire che i ritratti delle vittime sono un caleidoscopio di umanità. C’è il dolore, quello rielaborato, quello sordo, quello riscattato, quello che non si può pacificare. 

Gli imputati. Quattordici di cui tre seduti davanti e i restanti dentro il box. I dieci del comando che ha ucciso centotrenta persone e ferite più di trecentocinquanta sono tutti morti. Il più vicino a questi è Salah Abdeslam, suo fratello maggiore è Brahim – che si è fatto saltare in aria al caffè Comptoir Voltaire –, doveva fare come lui, eppure non è successo, non ha sparato, ha disinnescato la cintura esplosiva. Rispetto alle vittime gli imputati sono monocromo, hanno poche parole, contradditorie.

«Il male immaginario è romantico, romanzesco, vario il male reale incolore… desertico, noioso. Il bene immaginario è noioso; il bene reale è sempre nuovo, meraviglioso, inebriante». Si parla troppo, e con troppa compiacenza, del mistero del male. Essere disposti a morire per uccidere, essere disposti a morire per salvare: qual è il mistero più grande?

Qui Carrère, però, si sforza di andare oltre il box, ricostruisce con la sua abilità narrativa – che aveva già sfoderato per trattare di alcuni passaggi storicamente complessi della Russia in Limonov – la parabola inquietante della Sham dell’ISIS.

La corte. Avvocati dell’accusa – chi di loro può davvero aggiungere qualcosa di davvero significativo alle deposizioni delle vittime? Come può la giustizia quantificare il dolore e risarcirlo di conseguenza? – e della difesa – cosa significa difendere un terrorista (o si tratta di un criminale di guerra? Non ha sganciato la Francia per prima le bombe in Siria?), ma prima ancora cosa significa difendere un uomo – arringano con le armi di una retorica che dalle loro panche i giornalisti e la penna di Carrère a loro volta condannano e assolvono.

Il processo è un grande rito collettivo, un tentativo di comprensione, nel senso etimologico di contenere tutto, e farlo in quella scatola bianca che a Carrère sembra quasi una chiesa moderna.

Ripenso a una frase stupefacente pronunciata da Sal Abdeslam in uno dei primi giorni del processo, e che per quanto ne so io è passata inosservata: «Tutto quel che dite su noi jihadisti, è come se leggeste l’ultima pagina di un libro. Il libro dovreste leggerlo dall’inizio». Non so da dove abbia preso un’immagine così forte, ma finora la sua è una delle due risposte a mio parere attendibili alla domanda che viene posta regolarmente: che cosa vi aspettate da questo processo? L’altra è stata pronunciata da un superstite del Bataclan, Pierre-Sylvain: «Mi aspetto che quel che ci è accaduto diventi un racconto collettivo». Scrivere questo racconto collettivo, leggere il libro dall’inizio: sono due ambizioni smisurate. Probabilmente irrealizzabili, ma è per questo che siamo qui.

La figura di questo libro non a caso è la ripetizione, il mantra, la litania. Carrère nel turbinio di nomi, informazioni ed episodi, spesso torna sulle parole di quella madre o di quell’uomo lì, quello che aveva detto questo o quest’altro; l’incipit stesso di V13 è fitto di ripetizioni verbali, mentre nelle ultime pagine viene tra parentesi riproposto una degli episodi con cui si apre il libro:

(Al punto in cui sono: si dice che l’esito di una psicoanalisi si decida tutto nella prima seduta, lo stesso vale per la prima udienza della Corte d’assise. Interrogatorio sulle generalità. Abdeslam, professione? «Combattente dello Stato islamico». Périès guarda i suoi appunti e dice: «Io, qui, vedo: lavoratore interinale». Questa risposta divenuta leggendaria non poteva essere stata preparata, è venuta senza voler fare dello humour o del sarcasmo. Ha stabilito l’autorità del presidente per tutta la durata del processo. Dalla prima udienza alla centoquarantanovesima: onore a Périès).

Carrère riesce anche in questo libro a tirar fuori il suo maggior talento, fare della scrittura uno strumento per prendere quanto del reale più ci sconvolge – perché accaduto, magari non a noi, ma in un certo senso anche a noi – e lasciare che la penna lo affronti sfacciatamente, senza grandi remore. Mi sembra qualcosa che nel nostro mondo – in cui le pagine dei libri spesso scoloriscono di fronte alle tinte cariche dei video – catapulti la carta nuovamente in primo piano, perché lo scritto qui può dirci di più, e lo fa in maniera seducente.

Non siamo Romand, ma la sua storia ne L’avversario ci sconvolge, e non solo perché è quella di un assassino mitomane. Ci sconvolge perché a tutti capita di mentire. Perché come il vicino di casa di Jean-Claude anche a noi improvvisamente può capitare di non esser più così sicuri di conoscere l’altro, l’amico. Perché è il narratore stesso che si chiede quanto la sua depressione e reclusione nello studio sia realmente lontana dalle ore che Romand passava in auto per le foreste del Giura.

E se è vero che certi parossismi sono (fortunatamente) rari, non significa A che per questo non esistano B che in qualche forma non siano compresi anche nella nostra possibilità d’essere. Non siamo vittime dell’attentato, non siamo dietro il banco degli imputati e nemmeno in Francia. Eppure, V13 ha quel valore di esemplarità che solo la scrittura può restituire in maniera così interrogante, scomoda. Con la penna di Carrère qui si può essere in disaccordo, si possono non apprezzare certe scelte di montaggio che chiaramente vanno a suffragare una determinata opinione, la sua, ma, appunto, ci si accende, come in un dibattito, come in un processo.

Non si può restare indifferenti alla materia di certi libri di Carrère, così come non ci si può domandare senza vampate di calore e umani brividi cos’è il male, quanto appartenga al mondo intorno a noi e a quello dentro di noi. Poterlo ancora fare interpellati da alcune centinaia di pagine, cioè con – come strumento privilegiato – un libro, è una fortuna.

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Lara Bortolai

Redattrice di Letteratura