Cartagloria, un perfetto nomen omen per un romanzo sulle messe tridentine
Rosa Matteucci torna in libreria con Cartagloria: è il quinto libro pubblicato da Adelphi ed è stato proclamato “Libro dell’anno 2025” dalla trasmissione Fahrenheit di Rai Radio3.

Protagonista indiscussa del romanzo è la ferita, il trauma famigliare che diventa motore della ricerca quasi patologica dell’io narrante. Nata in una famiglia aristocratica caduta in rovina, il crollo definitivo avviene nel giorno in cui dovrebbe ricevere la prima comunione. Ma non è stata iscritta al catechismo: la famiglia non può permettersi di pagare la quota d’iscrizione. E dunque addio altare, prete e ostia. Il giorno dell’evento lei si trova in giardino, suo nonno uccide i cani e tenta di suicidarsi. Il fatto innesca nella bambina un bisogno assoluto di spiritualità che attraversa religioni diverse, dall’induismo al buddhismo, e luoghi differenti – che sia l’India o Lourdes, poco importa. Con la fine della giovinezza e l’avanzare della vecchiaia, la narratrice arriverà a comprendere come ciascun essere umano porti la propria personalissima croce. E forse, più che la mancata attenzione di Dio, il suo calvario è stato quello di crescere senza amore.
Il romanzo trabocca stantio: dalle pagine e pagine di descrizioni di reliquie e messe tridentine (davvero necessarie?) all’antipatica e snobistica voce dell’io narrante. Si fatica ad empatizzare con lei, così piena di autocommiserazione (crescere in una famiglia di ricchi decaduti è la disgrazia più grande che può capitare a un essere umano?) ma così pronta a giudicare il diverso. L’Altro non viene realmente sogguardato, saggiato; ci si limita a studiarlo con un monocolo e a liquidarlo con fare conservatore. Significativa a questo proposito, la sezione sull’India: la cerimonia religiosa viene definita un’esperienza dalla quale ci si stupisce di essere usciti vivi. E quando, dopo l’incidente, viene ridestata con pratiche mediche tradizionali (elisir di lunga vita tratto da urina di mucca) la reazione è il rifiuto, il disgusto. Per non parlare delle pratiche di esoterismo e del buddhismo. L’unico vero rifugio è la religione cattolica nella sua forma più arcaica e rigida.
Se l’intento doveva essere criticare quell’universo tradizionalista e latineggiante che permea il libro, lo stile tuttavia non è abbastanza mordace per suscitare una reazione nel lettore. Al di là della trama, ciò che lascia perplessi è infatti la scarsa intensità della narrazione nei momenti meno opportuni: dalla quasi-morte del nonno alla quasi-morte della narratrice in India. L’intera narrazione diviene, così, un susseguirsi di fatti che suscitano poco interesse.
Le infinite descrizioni inceppano la narrazione, dagli abiti del padre alla scena della sua morte. Il lettore viene informato dell’errore commesso dall’infermiere tramite la spiegazione:
“Lo scellerato gli aveva iniettato l’ansiolitico, che, come sanno anche gli scoiattoli canadesi dei parchi di Nervi, deprime l’attività respiratoria, […] Che il paziente stesse soffocando in seguito a una lesione polmonare provocata dall’essere stato sbalzato fuori dalla vettura in corsa era patente, la diagnosi l’aveva fatta da sola verso mezzanotte, ma in corsia non fui reputata degna d’attenzione […]”.
R. Matteucci, Cartagloria, pp. 71-72
Non sarebbe, forse, stato più divertente fare vedere il corpo del padre e la sua morte in presa diretta, piuttosto che tutte queste ammorbanti ipotassi che dilagano nel libro come un’epidemia?
Non mancano guizzi che evidenziano l’alta qualità letteraria che la Matteucci indubbiamente possiede. Ad esempio, la visione del calamaro gigante durante il viaggio col padre:
“Secondo lui, il calamaro gigante, o Kraken, era collegato all’imminente ritrovamento del guantino, il quale ritrovamento avrebbe risarcito della mancata festa da comunicanda, del vestito bianco con il velo dei confetti e dei regali di prezzo mai ricevuti, perché avrei ereditato le fortune della prozia”.
R. Matteucci, Cartagloria, p. 50
Solo col guantino, infatti, si sarebbe potuta scongelare l’immensa eredità lasciata alla figlia da una lontana prozia. Ma è un peccato che tali guizzi rimangano disattesi nella pratica, con una povera messa a fuoco della trama e delle scene da narrare. Sarebbe stato interessante rimanere ancora un poco, per esempio, in questo mirabolante viaggio sulla remota isola di Terranova alla ricerca del guanto perduto. Ma Cartagloria si annuncia, e cartagloria rimane.
Il romanzo rimane baco e fatica ad essere falena, nonostante l’indubbia raffinatezza della voce narrante. Non sarebbe ora, per Adelphi, di ampliare i confini del proprio orizzonte editoriale, per domandarsi se la letteratura può essere anche altro? Qualcosa ad alta intensità, lurida magari, che non abbia paura di mostrarsi in frasi brevi, taglienti o bestemmie? O questo modo di scrivere merita ancora di essere chiamato sperimentale e basso, e deve rimanere appannaggio della letteratura straniera?
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Alfredo Giuliani: istruzioni per l’uso
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