“Chiudo la porta e urlo”: Il solito Nori. Eppure Nori – Lo scrittore “social” che ha stregato anche Baldini
Kurt Gödel, Nada Parri, Francesca Vacca Agusta, Dino Campana: la dozzina finalista del Premio Strega 2025 è popolata di nonfiction e, in particolare, di biografie. L’unica approdata nella cinquina finalista, guada caso, è anche quella più insolita: Chiudo la porta e urlo di Paolo Nori, sul poeta italiano Raffaello Baldini. E’ un libro che sfugge alle catalogazioni e – se proprio vogliamo – andrebbe collocato nell’intersezione tra la biografia, l’autobiografia, il diario e il romanzo-saggio. A sorprendere è prima di tutto la somiglianza tra il biografo e il biografato: l’uso del dialetto romagnolo, un’oralità marcata, monologhi narrativi e un’ironia sottile spesso venata di malinconia.
Raffaello Baldini – si potrebbe dire – scrive proprio come Paolo Nori.

Bisogna cercarlo con il lanternino – si direbbe – il nome di Baldini nel libro di Nori: non compare in copertina, non compare sul retro, compare a malapena tra le pagine. Nella maggior parte degli episodi e aneddoti raccontati il protagonista indiscusso rimane Paolo Nori stesso, che si specchia nella poesia di Baldini per leggere e interpretare la propria vita. Nel suo inconfondibile ruolo di “bastiancontrario” e “matto come un russo“, Nori conduce il lettore in una “battaglia contro la coglionaggine” che è forse la sua crociata letteraria più duratura e significativa. I temi affiorano con leggerezza apparente: la memoria, l’assenza, l’autenticità del vivere, il significato della letteratura come atto di fede, il dialogo tra scrittori che trascende il tempo. Ma non mancano momenti di lucida malinconia e una comicità amara che, per i lettori più affezionati, rappresenta un confortante ritorno a casa.
Ne La letteratura circostante, Simonetti notava come nel panorama ipermoderno lo scrittore sia ormai diventato un personaggio pubblico a tutto tondo – intellettuale, giornalista, opinionista, politologo, sceneggiatore, influencer[1]– e come questo abbia portato, tra le altre cose, all’evoluzione del genere biografico. Una biografia, oggi, non è più soltanto un resoconto, ma diventa un terreno di incontro tra due «personalità forti e pubbliche»[2]: quella del biografo e quella del suo soggetto. Se questo è vero nel panorama internazionale – con l’esempio principe di Carrère – è meno vero in Italia, dove la biografia è rimasta l’unico sottogenere della nonfiction in cui l’autore sembra vergognarsi a dire “io”. Oltre alle opere candidate alla dozzina di quest’anno, basterà tornare con la memoria a La ragazza con la Leica di Helena Janeczek sulla fotografa tedesca Gerda Taro, La sibilla di Silvia Ballestra su Joyce Lussu, Due vite di Emanuele Trevi su Rocco Carbone e Pia Pera, Il tuffatore di Elena Stancanelli su Raul Gardini.
Il biografo italiano, insomma, si defila, si fa da parte, lascia i riflettori puntati sul biografato, quasi con una forma di rispetto reverenziale. Fanno eccezione testi estemporanei come Diario di un’estate marziana di Tommaso Pincio, che racconta una passeggiata per le vie di Roma dell’autore in compagnia della filosofia di Ennio Flaiano. Fanno eccezione tutte le “biografie” dedicate alle figure genitoriali – se così possiamo intenderle – raccontate per forza di cose dal punto di vista del figlio scrittore. E poi c’è Paolo Nori.
Se già in Sanguina ancora e in Vi avverto che vivo per l’ultima volta le figure di Dostoevskij e di Anna Achmatova passavano in secondo piano rispetto all’autore – con magna indignazione da parte della critica e divertimento da parte del pubblico –, in Chiudo la porta e urlo Nori porta all’estremo l’egemonia del suo “io”. Travolto in pieno da quello che potremmo chiamare “effetto Barbero”, Paolo Nori ha ormai capito che al suo pubblico di decine di migliaia di aficionados interessano la sua voce e il suo punto di vista, più che l’argomento di cui parlerà. Il sogno di ogni divulgatore.
C’è chi definisce Chiudo la porta e urlo un romanzo “furbetto”, un “guazzabuglio senza trama” dove lo stile – pur ricercato nella sua “spontaneità” – può risultare “elementare” o persino affetto da “refusi e stonature”. Le incursioni nella provocazione, come alcuni passaggi espliciti, sono percepite talvolta come gratuite e poco incisive. Non è un caso che la critica si domandi se Nori abbia trovato una formula vincente da riproporre all’infinito o se, al contrario, stia mostrando i limiti di un’autoreferenzialità che rischia di sfociare nella stasi creativa.
Ma in fondo che male c’è? Il romanzo, scriveva Nori in Sanguina ancora «è il solo posto dove riesco a dir certe cose al volume al quale è necessario dirle. E in un romanzo su Dostoevskij c’è posto per tutto, secondo me»[3]. E, poco dopo:
I romanzi di Tolstoj, e di Dostoevskij, sono opere d’arte perché non parlano solo la lingua “superiore dell’arte”, non rispondono solo alle “nobili necessità dell’anima”, parlano di me, delle mie miserie, delle mie paure, delle mie ferite, della mia famiglia, del mio essere solo, senza un babbo, senza una mamma, a cinquantasette anni, un ridicolo, vecchio orfano parmigiano che abita a Casalecchio di Reno.[4]
Se questo vale per i romanzi, figuriamoci per la poesia. Il modo migliore per raccontare un poeta atipico come Raffaello Baldini è quello di mostrare l’influenza che i suoi versi hanno avuto su uno scrittore atipico come Paolo Nori. Ma lasciando dei vuoti, delle aperture, così da incoraggiare il lettore «a proseguire in autonomia il cammino tracciato»[6]. La letteratura, sembra dire Nori, educa alla vita, è parte viva della vita: non esiste un Baldini noumeno astratto da ogni cosa. Esiste Baldini per me.
Forse dipende anche da questo il successo di Nori come personaggio pubblico e presentissimo sui social. L’autore si rifà apertamente alla tradizione della linea emiliana, di cui fa parte lo stesso Baldini, caratterizzata da uno stile ironico, aneddotico e incline all’oralità ben da prima della diffusione dei social. Ma dopotutto cosa c’è di diverso tra questo modo di raccontare e le narrazioni che oggi spopolano su Instagram, sempre più egoriferite e narcisistiche, piene di aneddoti di vita privata, che puntano a creare un rapporto confidenziale con i propri “followers”? Quando in un libro di Nori si incontra lo stesso episodio già raccontato in libri precedenti non si prova la noia della ripetizione, ma il piacere del riconoscimento, quasi un’agnizione: è come se si creasse un rapporto di fidelizzazione tra l’autore e il lettore.
Lo stile della scrittura di Nori non è da meno: le divagazioni a mo’ di flusso di coscienza, gli anacoluti, le frasi ipotattiche interminabili che mimano chi divaga e perde il filo del discorso, sono strutture tipiche del parlato colloquiale. Insomma, i capitoli di Nori, sempre brevissimi, lapidari e frammentati, sembrano scritti apposta per essere recitati in un reel. Non è un caso che i libri più famosi dell’autore siano stati adattati su Audible in audiolibri letti e interpretati da Nori stesso, come se fossero podcast a puntate.
E così, in una selva di influencer che diventano scrittori con risultati da pelle d’oca, Paolo Nori è il primo scrittore ad essere diventato “social” con successo – perché forse nei suoi libri lo è sempre stato –, senza perdere credibilità né come personaggio pubblico, né nella qualità della sua scrittura.
Chiudo la porta e urlo è un libro quintessenziale: intelligente nella sua decostruzione del genere biografico, acuto nell’osservazione della banalità umana, e capace di toccare corde emotive con la sua apparente semplicità. Insoddisfacente per chi vi cerca Baldini. Formidabile per chi cerca Paolo Nori.
[1] G. Simonetti, La letteratura circostante, cit., p. 97.
[2] G. Simonetti, La letteratura circostante, cit., p. 97.
[3] P. Nori, Sanguina ancora, cit. p.155.
[4] Ivi, p.156.
[6] Lo scriveva Chiara Girotto nella sua recensione di Chiudo la porta e urlo pubblicata su «Aratea». La trovate qui.
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