Critica di Prosa,  Premi Letterari

Gli schiaffi e le carezze

Di Filippo Arnaboldi

«Poteva andare peggio» è il primo pensiero che accompagna la chiusura di Addio, bella crudeltà, romanzo d’esordio di Riccardo Meozzi: classe ’94, originario di Città di Castello (in provincia di Perugia) e milanese d’adozione. Al di là di ciò che si può dire o pensare sul libro e sulla sua (non) originalità, questo è – nonostante tutto – il titolo più solido tra quelli selezionati nella cinquina finale del Premio POP 2026. Questa recensione cerca di spiegare il perché.

Addio, bella crudeltà di Riccardo Meozzi

Tralasciando i refusi1 e una cura editoriale che complessivamente non può dirsi impeccabile da parte di edizioni e/o – per essere chiari, tra i finalisti ci sono prodotti meglio rifiniti come Festa con casuario di Leonardo San Pietro (Sellerio Editore) – Addio, bella crudeltà è senza ombra di dubbio il romanzo più maturo e completo in concorso al Premio POP. Non c’è da sorprendersi, d’altra parte, Meozzi è uno scrittore rodato in confronto agli altri membri della cinquina: ha già pubblicato alcuni racconti usciti su rivista, una novella illustrata per Moscabianca Edizioni nel 2022 e sono quasi 4 anni che lavora a progetti Netflix in qualità di supervisore dello sviluppo editoriale.

C’è poco da fare: Meozzi è già un professionista dell’industria e si vede a occhio nudo lo scarto con le altre proposte in gara. A questo punto, però, qualcuno potrebbe obiettare che il suo profilo non sia esattamente in linea con lo spirito del premio, in quanto Meozzi non rispecchia la fotografia ingenua e sorridente dell’esordio letterario di belle speranze. Per lui, semmai, la partecipazione al POP è un salto di qualità. Se spogliato di questa cornice, Addio, bella crudeltà rischierebbe allora di apparire per quello che è: un romanzo costruito con mestiere – pensato per funzionare e, proprio per questo, difficile da non apprezzare –, ma pur sempre un romanzo comodo, forse troppo comodo, sotto il profilo artistico-letterario.

È qui che si rivela il paradosso che – a voler essere intellettualmente onesti – disorienta di fronte al caso di Addio, bella crudeltà: un romanzo consapevole, ben scritto, eppure perfettamente a suo agio nello scaffale alto dell’«angolo piantino» della BookBubble Feltrinelli in corso Buenos Aires. Meozzi dimostra così di saper muovere con credibilità le leve del romanzo sentimentale e di quello erotico, generi tuttora snobbati dalla critica per via di una storica diffidenza. Si racconta che Carolina Invernizio (1851-1916) – all’epoca la regina italiana del romanzo d’appendice «strappa mutande» – interrogata sul valore letterario dei suoi libri, rispondesse con ironia: «Io ho dei critici una allegra vendetta. Ché le mie appassionate lettrici e amiche sono appunto le loro mogli, le loro sorelle». Forse varrebbe la pena ripartire da qui per riaprire una riflessione e superare, una volta per tutte, il pregiudizio che ancora pesa sul romanzo passionale. Se Addio, bella crudeltà mancasse la vittoria del POP, è probabile che parte della responsabilità ricada su questo stereotipo.

Il romanzo d’esordio di Riccardo Meozzi è caratterizzato dall’alternanza tra uno stile trasparente e una posa più riflessiva. Da un lato, il tentativo di silenziare la voce autoriale per lasciare spazio all’esperienza diretta dei personaggi – favorendo l’immedesimazione del lettore –, dall’altro, un narratore in terza persona che mantiene una vigile postura d’ascolto, a segnalare una fine sensibilità letteraria. Il lessico è quotidiano, sostenuto da una sintassi immediata, semplice e paratattica: in una parola, efficace. Nel complesso, il tono della narrazione resta delicato, evitando cadute di stile perfino nei passaggi più scoperti.

Se, in Addio, bella crudeltà, la trama – per non parlare dell’ambientazione spazio-temporale – non solo risulta prevedibile, ma è proprio satura di cliché afferenti a un immaginario Indie-adolescenziale ormai consunto, lo stesso non si può dire dei due protagonisti: Lidia e Giovanni. È infatti la loro caratterizzazione a rianimare un arco narrativo che, altrimenti, rischierebbe di abbandonarsi a un obitorio emotivo al servizio della lacrima.

Neanche si troverebbe in quella casa, se non fosse per lui. Prima aveva niente, ora tutto; ma adesso, sola e senza nessuno a guardarla, le sfugge il senso di quel tutto. È per poco, si dice, È temporaneo, ma non riesce ad alzarsi da quel letto. Eppure lo vorrebbe.2

Addio, bella crudeltà si articola su tre piani temporali distinti: un dopo, il 1994, un prima, il 1990, e un segmento intermedio calato nel 1991. La narrazione si apre proprio da quel dopo, mostrando una Lidia ormai sola, impegnata a ritrovare faticosamente una collocazione nel mondo quando ha già perso suo marito, la sua ossessione: Giovanni. «Lidia si domanda se sa che non lo sta facendo per lui, ma per sé. Spera, un giorno, di non notare più la sua bontà, la sua presenza, di non metterla più a confronto con quella di Giovanni».3 Questo è un nodo centrale: prima ancora che un romanzo sentimentale, Addio, bella crudeltà racconta il dolore della perdita e la fatica che si porta con sé il superamento di un lutto. È sul terreno della dipendenza affettiva e della malattia che la penna di Meozzi risulta più convincente.

Lidia e Giovanni si conoscono a scuola, dove sono gli unici a frequentare il retro del cortile: lei per rifugiarsi dall’ansia quando tornano a bussare i ricordi degli anni di bullismo nell’istituto precedente, lui per trovare la quiete necessaria a far passare le emicranie improvvise. Dalle prime conversazioni nasce un’infatuazione incontrollabile, di quelle che solo a 18 anni si vivono con tanta spontaneità. Nel giro di un anno i due scelgono di sposarsi, come fuga dalla loro quotidianità famigliare piccolo-borghese. E in effetti Lidia e Giovanni attraversano momenti di grande passione e di turbolenta serenità, finché un imprevisto stravolge il loro equilibrio di coppia.

Visto? Non c’ho più manco mezzo riccio. Ora come minimo non ti piaccio più.4

A seguito del rientro dal viaggio di nozze e dell’approdo nella nuova casa, a Giovanni viene diagnosticato un glioma cerebellare. Le sue emicranie – da sempre ricorrenti – nascondevano un segreto oscuro: il tumore aggressivo destinato a ucciderlo da lì a poco tempo. Così, già dopo le prime 50 pagine, l’intreccio subisce una virata netta e getta nuove ombre sui protagonisti, che acquistano complessità abbandonando i loro ruoli prevedibili: lui «bad boy» – che poco ci manca entri in scena con un verdoniano «O famo strano?!» – e lei «crocerossina» ingenua. Da qui in avanti, la relazione si complica irreversibilmente e i loro rapporti di forza ne escono ribaltati. Se prima era Giovanni a tiranneggiare, ora dipende in tutto e per tutto dalle cure di Lidia e lei può farne ciò che vuole, indisturbata.

Sei la cantina chiusa,

dal battuto di terra,

dov’è entrato una volta

ch’era scalzo il bambino, e ci ripensa sempre.5

«L’ossessione amorosa è una pianta rampicante che sopravvive al proprio albero».6 In questo – spiega Walter Siti – è più complessa della perversione, perché l’ossessione amorosa è anzitutto una narrazione lacunosa la cui dimensione tragica deriva dall’impossibilità di consumarsi fino in fondo. Questo sentimento accecante nasce dalla ricerca di possesso di un qualcosa la cui natura essenziale sfugge. Perciò non esiste ossessione senza umiliazione di sé, senza la perdita della propria dignità. E Giovanni, per Lidia, non è che è il protagonista del suo racconto segreto, il suo «angelo nero».

Dopotutto, «senza sacralità l’ossessione sarebbe solo collezionismo un po’ squallido»7 e così andrebbe letto il costante umiliarsi di Lidia, specialmente nella prima parte. La sua ossessione amorosa non è che il sogno di padronanza di uno schiavo, motivo per cui l’ossessivo – piuttosto che qualcuno incapace di considerarsi pienamente libero – è un soggetto in rapporto di doppia schiavitù con se stesso e l’altro. Sarebbe quindi pigro derubricare a un semplice rapporto «tossico» gli sforzi della ragazza di compiacere a ogni costo l’amato. È questo il tratto in cui i due più si differenziano: la passione predatoria e volubile di Giovanni e l’ossessione manipolatrice e passiva di Lidia.

R. Meozzi intervistato da ELLE Italia nel 2025

In Addio, bella crudeltà, la relazione tra Lidia e Giovanni è il campo di tensione attraverso cui emergono le paure e le fragilità dei due giovani. L’amore non organizza il racconto, bensì lo destabilizza. Il patto emotivo col lettore ruota intorno al trauma della perdita: il lutto sentimentale e il dolore per la morte di Giovanni sono espressi in modo ambiguo. Lidia è sconvolta nel dover tornare alla vita senza avere più accanto colui che la sovrastava, ma che l’aveva messa al mondo come donna. La sua duplicità senza soluzione si manifesta quando, sul termine della malattia di Giovanni, Lidia gongola al pensiero delle sue labbra che non si sarebbero più incontrate con quelle di un’altra donna. Per un attimo, la morte la illude che essere l’ultima – nella fatalità di quelle circostanze – equivalga a proclamarsi l’unica.

Lidia se lo cucca, trasognante, dopo aver temuto per anni di perderlo con l’arrivo di una pretendente più bella e più intelligente di lei. E invece no, in quell’attimo realizza che sarà tutto suo, per sempre. È l’avveramento della promessa nuziale: «finché morte non vi separi». Per Giovanni, sì, andrà davvero in questo modo. Lidia, invece, scoprirà di aver bisogno di altre labbra, ma non sarà la stessa cosa, e la ricerca di quella soddisfazione non pareggerà mai l’amore perduto.

Lidia gli scosta la testa dalle gambe e si alza. È giusto che anche gli altri soffrano, ma non vuole assistere al loro dolore. Fino a quel pomeriggio hanno vissuto come se non fosse cosa loro, rimandando il momento in cui l’avrebbero provato, e ora se lo ritrovano tutto intero da affrontare. Lei no. Lei l’ha dilazionato nel tempo, l’ha sorbito nella quotidianità e in casa.8

Complessivamente, Addio, bella crudeltà  è il romanzo meno ambizioso tra quelli finalisti. Eppure è anche il più «vero», o per meglio dire, il più concreto della cinquina. In poche parole, Meozzi racconta di un amore imperfetto, ma travolgente, animato da due protagonisti che ne incarnano tutta l’ordinaria irrequietezza. D’altra parte, chi è che non è mai stato la spalla su cui una Lidia qualunque si è asciugata il viso struccato dalle sue stesse lacrime? E chi può dire di non aver mai incontrato, nella propria vita sentimentale, un «malessere» un po’ bamboccesco del calibro di Giovanni? Ben fatto, queste sono le ragioni che spiegano la forza del primo romanzo di Riccardo Meozzi: la sua riconoscibilità e la sua capacità di aderire lucidamente all’esperienza emotiva. E sono queste, in fondo, le ragioni del suo auspicabile successo.


  1. Per avere un’idea, si rimanda a p. 19 e p. 60 dell’edizione. ↩︎
  2. R. Meozzi, Addio, bella crudeltà, edizioni e/o, Roma 2025, p. 55. ↩︎
  3. Ivi., p. 19. ↩︎
  4. Ivi., p. 75. ↩︎
  5. C. Pavese, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi [1951], Einaudi, Torino 1997, p. 8. ↩︎
  6. W. Siti, https://www.youtube.com/watch?v=ggrycQGo3TE ↩︎
  7. Ibidem. ↩︎
  8. R. Meozzi, Addio, bella crudeltà, p. 188. ↩︎

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