Perché amo Karl Ove Knausgard
Pochi giorni fa, Feltrinelli ha finalmente pubblicato Il Terzo Regno, terza installazione della saga La Stella del Mattino dell’oramai leggendario autore norvegese. Ma cosa ha fatto Karl Ove Knausgard per meritarsi tale appellativo?

La sua battaglia
Nel 2009 Karl Ove pubblica il primo volume de La Mia Battaglia, opera autobiografica sulla sua vita con cui si aggiudica il Premio Brage. Seguiranno altri 5 libri in due anni, nei quali Knausgard ripercorre la sua vita fino alla stessa scrittura de La Mia Battaglia, mettendo su carta tutto quello che ha passato negli anni, dalle sue frustrazioni alle sue gioie, dalle sue difficoltà alle sue delusioni. L’opera lo renderà celebre in patria, con oltre mezzo milione di copie vendute in Norvegia, e gli darà riconoscimento internazionale. Estremamente onesto nella scrittura, Knausgard di contro perderà il supporto di alcuni familiari e amici, sentitisi esposti o attaccati in diversi passaggi di questi sei volumi.

Al netto di guadagni e perdite, Karl Ove Knausgard è riuscito a ottenere ciò che voleva almeno da quando, a diciotto anni, fu il più giovane studente della scuola di scrittura di Jon Fosse a Bergen. E ora, dalla sua nuova casa a Londra, continua a produrre letteratura, mentre io, nella mia vecchia casa di Roma, continuo a leggerla.

La mia battaglia
Sarebbe forse troppo facile paragonare Knausgard e Proust, La Mia Battaglia e Alla Ricerca del Tempo perduto. Entrambi lunghissimi racconti autobiografici di due individui che diventano scrittori: le somiglianze potrebbero anche finire qui. Uno lo si studia a scuola, nell’altro ci si imbatte il terzo anno di università in una libreria qualsiasi. Il primo è probabilmente il testo fondativo della francesità del ‘900, ricco, di classe e perfettamente costruito, noioso abbastanza da stimolare l’intelletto ed elegante a sufficienza da farsi riconoscere come alta letteratura; amato dagli studiosi, tradotto da ogni grande casa editrice, è programma di studio nelle scuole superiori italiane. Il secondo è l’insieme dei fallimenti di un ragazzo, sdraiato sul letto a chiedersi perché sia ancora vergine, e poi di un adulto norvegese, espatriato e depresso a Stoccolma; eterogeneo e spesso meno che brillante nella scrittura, lo si legge fino al terzo volume per poi abbandonarlo dopo essercisi imbattuti per caso nel padiglione Feltrinelli al Salone del Libro. Nella Recherche nasce il mito Marcel, ne La mia battaglia il pasticcio Knausgard. Nella più grande delle opere francesi la vita di Proust si fa romanzo; nell’autobiografia norvegese, invece, Knausgard scrive un romanzo sulla propria vita.
Benché non sia una vera e propria autobiografia, scrivere di sé dopo la Recherche sembrava impossibile. Alcuni testi colgono talmente bene l’intensità di un genere che operano una chiusura nel campo letterario, perlomeno in ciò che vuole essere Letteratura. Così gli scrittori non hanno smesso con le autobiografie, ma hanno avuto bisogno di battere nuove strade per cercare nuovi sentimenti, di mescolare l’elemento autobiografico con della fiction plateale, di calare il sé autoriale in avventure romanzesche o di legare nella prima persona plurale la storia alla Storia. Il romanzo della propria vita era ormai stato fatto, e bisognava trovare un altro modo di connettere i due elementi.
Poi nel 2009, con tutta la sperimentazione del ‘900 alle spalle, Knausgard scrive un’autobiografia classica. Comincia con la morte di suo padre, parla poi della sua adolescenza, del suo secondo matrimonio, del suo desiderio di diventare scrittore. Non c’è universalizzazione né esemplarità: gli amori de La Mia Battaglia non sono immagini dell’Amore, né le disavventure di Karl Ove portano con loro un’essenza di Verità.
Deleuze, verso la fine della sua vita, pensava alla teoria come a una cassetta degli attrezzi, piena di strumenti con cui si possono fare più cose. Ci si può costruire una casa o ci si può rompere una finestra. Ci si può ricatturare un flusso o tracciare una linea di fuga. E lo stesso vale per la vita. La si può trasformare nella Vita che racchiuderà l’opera, o addirittura, se grande abbastanza come quella di Proust, nella Letteratura stessa per come l’abbiamo conosciuta; oppure la si può rendere una vita, che si dissolverà nel testo riaprendo il campo della scrittura. E una volta usciti dalla gabbia del mito, si può tornare finalmente a scrivere.
E allora ecco perché leggiamo anche altri scrittori (qualcuno deve pur farlo), ma amiamo Karl Ove Knausgard.
![]()
Potrebbe anche piacerti
Cartagloria, un perfetto nomen omen per un romanzo sulle messe tridentine
Aprile 24, 2026
Dalla ferita al racconto: Han Kang tra memoria e finzione
Giugno 17, 2025