Zen Bang Love – tra intermittenza e confine: vivere le relazioni
«Un solo incontro, una sola volta. Ogni volta non è che un incontro».«Un solo incontro, una sola volta. Ogni volta non è che un incontro».
È la traduzione di una massima – ichi go ichi e – nata nella tradizione della cerimonia del tè. Il suo significato appare tanto semplice quanto difficile da interiorizzare realmente: ogni incontro accade una sola volta, anche quando ritorna, perché non torna mai uguale. In Zen Bang Love, l’ultimo romanzo di Fabio Guarnaccia (Mondadori, 2026) è questa la chiave di lettura, l’ottica in cui i rapporti si costruiscono e, soprattutto, si sottraggono a qualsiasi forma stabile.
Attilio vive in un piccolo bilocale, spoglio quanto la vita che si è ritrovato addosso dopo il divorzio da Alice. Con il figlio Pietro, di sei anni, passa del tempo intermittente, cercando di orientarsi in un rapporto che gli appare già incrinato, forse irrimediabilmente. Non avrebbe mai pensato di intrecciare il proprio cammino con quello di un monastero buddista, né di essere incaricato dal Maestro di realizzare un documentario sulla vita della comunità. È lì che incontra Sandra.
Proprio a partire da questo incontro, diventa evidente come quella chiave non apra a una dimensione spirituale in senso stretto. L’elemento zen attraversa il romanzo, certo, ma non lo esaurisce. Quello che dovrebbe essere un luogo di ricomposizione si rivela, per Attilio, lo spazio in cui tutto si complica. Il rapporto con Sandra si dà esattamente secondo quella logica – intermittente, mai fissato in uno schema, continuamente spostato – e ogni volta che lui crede di averla incontrata davvero, qualcosa è già cambiato.
Sandra sembra un personaggio senza passato e senza futuro, che esiste solo nel qui e ora. Non ha una casa, vive dove le capita, eppure mantiene una capacità di stupore che la rende insieme presente e imprendibile. Non è semplicemente sfuggente, è irriducibile. Può essere vicina, persino concreta – per esempio nel modo in cui prova ad avvicinarsi a Pietro, facendosi leggere gli stessi libri di Roald Dahl per rimanere al suo passo pur non avendolo mai incontrato – e subito dopo scomparire, eccedere, rompere ogni possibilità di equilibrio. Non si lascia trattenere, nemmeno quando sembra esserci. Ogni tentativo di definirla arriva sempre un attimo dopo, quando è già altrove.
In questa dinamica, Sandra sembra una sorta di passante baudelairiana: una presenza che si dà nell’intensità dell’apparizione ed è, insieme, irriducibile nel suo scomparire, nella sua inafferrabilità. Su questo sfondo, il romanzo rischia a tratti di appoggiarsi a una dinamica riconoscibile: quella del protagonista maschiale che incontra una forma di spiritualità, in questo caso orientale, e una figura femminile sfuggente e trasformativa. Da questo punto di vista si potrebbe obiettare che Sandra, pur nella sua forza, resta in bilico tra personaggio e funzione, tra presenza concreata e figura che sembra esistere soprattutto in relazione allo sguardo di Attilio.
È su questo scarto, su questa inafferrabilità, che insiste il romanzo:
«Le persone sono un mistero. Te le prendi così, finché ce n’è. Basta capirle un po’. Essere niente, persino niente. Forse vuol dire questo? Bisogna sempre vivere nel buio e nel vuoto e cogliere l’illuminazione quando se ne presenta il caso, poi tornare nel buio e nel vuoto, aspettare un’altra illuminazione, e così via. Una dopo l’altra si capisce qualcosa, intanto giù nel buio e nel vuoto, senza forzare le cose che tanto non serve a nulla».
(Fabio Guarnaccia, Zen Bang Love, p. 156)
Non si tratta di arrivare a comprendere davvero l’altro, sarebbe impossibile. Piuttosto, si tratta di sostare in questa alternanza: tra momenti in cui qualcosa si illumina e altri in cui torna a sfuggire. Accettarne l’intermittenza, il continuo slittamento. È una posizione scomoda, in cui non si è abituati a pensarsi perché implica di rinunciare a una forma stabile, a una definizione che tenga, e di accettare che ciò che si coglie è sempre parziale, provvisorio.
Il legame tra Attilio e Sandra si costruisce esattamente su questa instabilità, tra momenti di estrema vicinanza e altri di distanza incolmabile. Più Attilio prova a darle una forma, più quella forma si dissolve o si ricompone altrove; allo stesso modo, ogni volta che Sandra tenta di entrare nella sua vita – fino al desiderio di conoscere il figlio – lui si sottrae.
L’intero romanzo regge dunque sul personaggio di Sandra, non perché sia indecifrabile in senso piscologico, o costruita come figura misteriosa, ma perché non coincide mai con ciò che appare. È una presenza che sfugge per eccedenza: ogni volta sembra esserci di più rispetto a ciò che si riesce a cogliere.
Il suo corpo stesso mette in scena questa contraddizione. Viene spesso descritta nella sua leggerezza – i «pantaloncini sfrangiati di jeans e i sandali», la passione per le storie che le raccontava il nonno, il suo modo quasi fiabesco di stare al mondo – ma allo stesso tempo attraversata da segni che si sottraggono a qualsiasi interpretazione: le sue fughe e le cicatrici, di cui non si conosce la storia, che introducono una zona opaca rendendola lontana anche quando non lo è.
Non si può tacere, però, una certa tendenza del romanzo a organizzarsi per polarità piuttosto evidenti: Milano e il monastero, il rumore e la sospensione, la nevrosi e la quiete. Una costruzione che, in alcuni passaggi, tende a schematizzare la parabola narrativa, affidandola a topos riconoscibili.Se da un lato il testo sembra voler mettere in discussione queste opposizioni dall’altro non riesce a sottrarsi del tutto alla loro logica che finisce per orientare la lettura in modo prevedibile.
Tra il tentativo di sfuggire alla polarizzazione e la difficoltà di farlo fino in fondo si apre una tensione.
A partire da questo divario il romanzo può essere letto come una riflessione sul limite stesso dei rapporti, su ciò che inevitabilmente ne resta fuori. In molti punti, infatti, l’autore insiste sul concetto di confine, che tra Attilio e Sandra non si stabilizza mai: «ci sono dei confini da rispettare, e tu neanche li vedi».
Ma il confine non riguarda solo la relazione. Percorre l’esperienza stessa, mantenendola in una zona ambigua in cui le cose si confondono senza coincidere davvero. È lo stesso movimento che si ritrova nei paesaggi attraversati del romanzo: un vero e proprio on the road lungo il Po, tra sabbia e acqua, in una terra che non è mai del tutto terra. Un paesaggio dunque che rispecchia la condizione dei personaggi, fatto di margini instabili più che di approdi.
«Accogliere e lasciare andare, accogliere e lasciare. Tutto quello che è richiesto a un buon confine».
(Fabio Guarnaccia, Zen Beng Love, p. 200)
La scrittura di Guarnaccia si muove sulla stessa linea. Lo stile è scorrevole, capace di restituire con immediatezza situazioni e gesti, mentre la scelta della terza persona costruisce uno sguardo vicino ma mai del tutto aderente ai personaggi. Se da un lato questo evita un eccesso di enfasi emotiva, dall’altro, in alcuni passaggi, rende più faticosa l’immedesimazione, lasciando la dimensione interiore leggermente filtrata. Anche l’uso di immagini e lessico legati alla tradizione zen contribuisce a definire l’atmosfera del romanzo, ma talvolta resta sul piano della suggestione, risultando meno accessibile a un lettore non familiare con quel contesto.
Una continua oscillazione tra prossimità e distanza che si ritrova allora anche all’interno delle relazioni. In una società che culturalmente spinge verso la definizione, la chiarezza, la stabilità dei rapporti, Zen Bang Love lavora in direzione opposta. Non offre strumenti per capire davvero l’altro, né suggerisce come trattenere ciò che si incontra. Semplicemente perché non si può decidere cosa trattenere, cosa ci colpisce e cosa ci lascia indifferenti, chi resta e chi se ne va.
Quello che Guarnaccia mette a fuoco è una difficoltà più radicale: stare dentro relazioni che si muovono e cambiano foma anche quando sembrano restare uguali, perché «ogni volta è un incontro». È una posizione scomoda, poco rassicurante, ma proprio per questo necessaria: imparare a fare spazio anche al rifiuto, accettare che qualcosa resti sempre fuori dalla nostra portata, che non tutto si lasci dire, che ogni incontro porti con se una quota di perdita.
Sono queste intermittenze che il romanzo mette in scena, ed è proprio in quello spazio instabile che chiede al lettore di restare.
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