Critica di Prosa,  Letteratura

“Non scrivere di me” di Veronica Raimo: ossessione e violenza spiegate facili.

di Sveva Borla

Non scrivere di me, l’ultimo romanzo di Veronica Raimo, racconta la storia di un’ossessione lunga dieci anni, alimentata da una presenza che è insieme reale e fantasmatica. Un tormento fomentato da una domanda pulsante e necessaria, perché bisognosa di comprendere una violenza subita, che non troverà mai risposta.

S., la protagonista, ha trentacinque anni, vive a Roma e fa la cameriera in un bar. Studiava lettere e scriveva poesie; poi s’infila (o rimane incastrata) in una quotidianità che le va stretta, pur avendo gli strumenti per immaginarsi altrove. La troviamo intrappolata in una vita che percepisce come più piccola delle sue possibilità e che alimenta in lei una rabbia opaca, un rancore che non riusciamo a spiegarci subito. Sulle prime, questa protagonista sembra avere solo una voce dura e comportamenti respingenti ed è dalla sua prospettiva sulle cose che l’autrice ci posiziona per riviverne il trauma.

Al centro del racconto di S. c’è Dennis May: attore, regista e musicista, una figura sfuggente, bella e dannata, che percepiamo solo attraverso lo sguardo della protagonista che lo modella su un maschile inquieto, collerico, fragile e stropicciato, un uomo che l’affascina per il suo essere (o sembrare) radicale, libero, antisistemico. Tutto ciò che S. sente di non riuscire ad essere.

Sembra che all’origine dell’opera di Raimo ci sia soprattutto lui e che, per riuscire a descrivere il tipo di mascolinità incarnata da Dennis May, s’inventi poi S., una diversamente-vittima.

I due hanno una storia, chiaramente niente di serio – o niente di vero, per dirla alla Raimo. Lui la cerca pochissimo, non le palesa mai del bene: semplicemente, Dennis getta degli ami e poi lascia spazio. Così, indisturbata, l’ossessione di S. cresce nell’assenza e si alimenta di parole e dialoghi immaginati, possibilità mai realizzate, frutto di una proiezione nutrita non tanto dai vuoti che Dennis riempie nella vita di S. bensì da quelli che lascia, che crea.

Una scena centrale, spacca il romanzo in due: arriva la violenza, preannunciata da un accumulo non si sa bene quanto percettibile di segnali, scarti, omissioni. Raimo s’insinua nella stanza di albergo in cui Dennis ha convocato finalmente S. e dove lei entra senza titubanze e con emozione. È in grado di raccontare la scena senza inquinarla con alcun tipo di commento, ambiguità, senza enfasi, non lasciando spazio al dubbio ma nemmeno offrendo al lettore una facile via emotiva. Lo fa usando una lingua quasi neutra, piana, eppure tanto dolorosa quanto l’atto descritto in sé, quanto l’ineluttabilità di qualcosa che è chiaro che potrebbe essere schivato, eppure è altrettanto evidente che non sia possibile farlo, per S.

In un paio di pagine Veronica Raimo mette in scena la questione del consenso spiegata facile. S. è innamorata, vuole essere lì, non dice no, eppure è chiaro che non stia dicendo sì. Il suo romanzo mostra con precisione quanto questo scarto sia difficile da individuare e nominare, specie quando la violenza avviene nell’ambito di un rapporto carico di sentimento, desiderio e aspettativa.

S. non denuncia Dennis, non racconta niente dell’accaduto; più che rivendicare giustizia, trova giustificazioni per lui. E comincia a cercarlo, a chiamarlo – l’ossessione -, tenta di parlare con lui come a pretendere una spiegazione, esigere un senso, come se solo Dennis potesse restituirle un significato per l’accaduto. Così facendo, la donna resta bloccata in una forma di attesa che congela il resto della sua vita, progetti, relazioni, perfino il tempo, e che diventa il vero dispositivo del romanzo.

Il romanzo si apre con la donna che, mentre è al lavoro al bar, apprende da una notizia della morte di Dennis. Pare che la storia non potrebbe prendere le mosse se non da questa sorta di liberazione dall’ossessione. Dennis, il giovane artista inquieto, irregolare, apparentemente libero, attraversato da una fragilità che si confonde con la collera, un uomo che non si lascia afferrare, e che proprio per questo diventa irresistibile, l’uomo della sua devozione e del suo tormento, è morto.

S. non può più cercarlo, aspettarlo e attendere da lui una risposta, vivendo così un evento che libera e allo stesso tempo lacera. L’irreversibilità della morte riesce a spezzare l’incantesimo dell’ossessione e smettere di aspettare diventa lentamente per la protagonista la condizione per immaginare un futuro, cosa che parrebbe essere confermata dal un finale sufficientemente aperto.

Non scrivere di me è l’ultima cosa che Dennis intima a S., poi non s’incontreranno mai più. L’ossessione inizia a sfumare nel momento in cui S. comprende che è invece legittimata a raccontare, ma quello che ha da scrivere non debba essere per Dennis, bensì per se stessa.

S. vive sospesa, rinviando ogni possibilità di futuro a un confronto che non avverrà mai e, in questo senso, Non scrivere di me è anche un romanzo sul silenzio e sulla solitudine, non solo subiti, ma in parte scelti e custoditi. La donna protegge il ricordo della violenza come qualcosa di incandescente e intoccabile; intorno a lei ci sono relazioni, affetti, persino strumenti culturali che potrebbero aiutarla (il linguaggio del femminismo, l’idea di sorellanza), ma nulla riesce davvero a raggiungerla, niente può far breccia nel suo trauma e aderire alla sua esperienza concreta.

Accanto alla tensione narrativa, restano le incursioni ironiche tipiche dell’autrice, specie legate al mondo del bar e dei suoi avventori, che rimandano a un microcosmo umano e sociale in grado di creare un interessante contrappunto al resto della materia dolorosa, un luogo figurato di decompressione.

Con Non scrivere di me, Veronica Raimo torna efficacemente alla fiction (dopo Niente di vero del 2022) con la priorità di raccontare una storia di violenza che non punta all’esemplarità, ma alla verità emotiva anche quando scomoda, contraddittoria e difficile da accettare. In questo spazio di disagio il romanzo trova la sua vera forza, rifiutando di offrire risposte facili e proponendo al lettore di restare a esplorare l’ambivalenza, un luogo molto comune in cui amore e violenza non si escludono automaticamente, dove il bisogno di senso può trasformarsi in una trappola e il silenzio diventare una scelta.


https://www.arateacultura.com

https://it.wikipedia.org/wiki/Veronica_Raimo

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Sveva Borla

Redattrice di Letteratura

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