Biofiction e rappresentazione del reale: strategie discorsive e limiti epistemologici ne “La Ribelle” di Giorgio Van Straten
Nel 2015 Marco Mongelli introduceva con queste parole una riflessione per certi aspetti dirompente sullo stato della letteratura e, in generale, delle produzioni culturali della contemporaneità:
Negli ultimi anni si sente sempre più spesso parlare, in ambito letterario ma non solo, di opere che si ispirano alla realtà, agli eventi veramente accaduti e ai personaggi improvvisamente famosi. Opere che non inventano niente ma prendono in prestito dalla vita reale per restituire un testo letterario […] una serie di oggetti estetici dall’aria sempre più strana, ricostruzioni di fatti di cronaca (nera, perlopiù), ricostruzioni della vita di personaggi storici, ad dirittura riscritture di un intero periodo storico in una maniera non necessariamente contro-fattuale. Biografie finzionali, romanzi di non-fiction, reportage narrativi, autofinzioni: per quanto spesso siano soltanto etichette confuse, tutte queste definizioni rimandano a un’immagine mentale insolita. Avvertiamo in quanto lettori una perversione delle categorie classiche: un romanzo non può essere anche un resoconto di cronaca, e cosa può avere di finzionale, di inventato, la biografia di una persona veramente esistita?
Marco Mongelli, il reale in finzione. l’ibridazione di fiction e non-fiction nella letteratura contemporanea, pp. 165-166.
In questo senso, negli ultimi dieci anni la situazione si è ulteriormente radicalizzata: le opere di non fiction hanno guadagnato tanto un successo quanto uno statuto paragonabile a quello vissuto dal romanzo per tutti i secoli XIX e XX e l’editoria, dal canto suo, ha tentato di intercettare le esigenze del pubblico dando grande spazio nelle collane e nei cataloghi a questa tipologia di testi – tanto che, con un’esagerazione evidentemente maliziosa, si potrebbe affermare che, se un libro non è di non-fiction, allora non viene neppure preso in considerazione dagli editori.
La trasformazione del campo letterario: ibridazione e crisi dei generi
Naturalmente, al netto delle provocazioni, il campo letterario contemporaneo ha continuato ad essere animato da una massiccia produzione romanzesca alla quale però si è affiancata in maniera sempre più pervasiva una pratica di ibridazione, un dispositivo testuale specifico e riconoscibile con cui gli autori hanno tentato di allontanarsi il più possibile tanto dal romanzo realista (e derivati) che dalle pratiche testuali del postmoderno.
Contemporaneamente, nonostante il dibattito italiano sulle scritture non-finzionali sia decisamente meno ricco rispetto a quello prodotto dagli altri contesti internazionali, è abbastanza evidente come la critica specialistica si sia resa conto della complessità e della ricchezza – ma, forse, un po’ meno della naturale stanchezza – del fenomeno. A questo proposito non può essere un caso se le candidature ai principali premi letterari del nostro paese (dallo Strega al Campiello e persino al Bergamo) abbiano visto le opere di non-fiction fare la voce grossa – anche se, significativamente, non escono praticamente mai vincitrici.
La sensazione, dunque, è che oggi scrivere un’opera di non-fiction non sia soltanto una necessità, come se far parte della modernità significhi dover condividere la sua esigenza di ibridare pratiche discorsive differenti e di decostruire artificialmente il reale, ma anche una tentazione irresistibile e, soprattutto, una garanzia di sicura vendibilità e successo
Il caso esemplare de La Ribelle di Van Straten
A questa tentazione – è evidente – non ha saputo resistere nemmeno Giorgio Van Straten che, per scrivere La ribelle. Vita straordinaria di Nada Parri sembra aver seguito alla lettera il manuale della perfetta non-fiction biografica. Ne La ribelle, in questo senso, c’è tutto ciò che oggi non può mancare in un’opera di non-fiction: un biografato la cui esperienza esistenziale paradigmatica è caduta immeritatamente nell’oblio della storia e che un autore-biografo riporta alla luce grazie a un indagine biografica; un narratore molto presente sulla pagina che gestisce le fonti, il montaggio delle scene e i salti temporali; numerose sezioni metanarrative in cui l’istanza autoriale riflette sul suo progetto di scrittura, sugli obiettivi, sui limiti e sull’esemplarità della vicenda e altre sezioni metabiografiche in cui ad essere ricostruiti sono le fasi dell’indagine, il rapporto con i testimoni, lo scoramento provato dinnanzi alle battute d’arresto e l’entusiasmo nato dalle nuove scoperte; infine, un utilizzo moderato della fiction con cui drammatizzare gli eventi senza mai inventare nulla ma rimanendo fedeli alla verità storica.
Se leggendo queste caratteristiche – tutte rigorosamente parte della struttura tematica, formale e stilistica del testo di Van Straten – vengono in mente moltissime opere della contemporaneità è facilmente comprensibile cosa si intende quando si afferma che la non-fiction è diventata una forma testuale pervasiva all’interno della modernità. Naturalmente, non si vuole qui sostenere che la non-fiction – soprattutto in virtù della sua straordinaria eterogeneità – sia diventata una sorta di super-genere sotto la cui ala etichettare la maggioranza delle opere che ricorrono all’ibridazione tra fact e fiction, andando così a sminuire la fondamentale forza trasformativa insita in ciascun atto creativo singolare che è in grado di dare vita a opere senz’altro originali. Allo stesso modo, però, è innegabile come la non-fiction sia diventata, in certi casi, una modalità con cui approcciare la scrittura di opere letterarie, un paradigma da cui trarre strategie discorsive e dispositivi retorico-formali.
Attenzione però, non fraintendiamo: con quanto scritto sopra non intendo affatto sostenere che Van Straten abbia mutuato dalle opere di non-fiction di maggiore successo una serie di procedimenti con cui costruire il suo libro e dotarlo, in questo modo, di una facile vendibilità e di un immediato interesse critico. Al contrario La ribelle è un testo che – seppur poco originale nell’utilizzo degli strumenti dell’ibridazione non finzionale e forse rappresentante idealtipico di un certo reflusso della non-fiction – è dotato di una sua rilevanza estetica.
A questo proposito, dunque, rifletteremo sulle specificità del testo a partire da tre criteri principali che sono, in fin dei conti, quelli di maggiore utilità nell’analisi di qualsiasi non-fiction biografica della contemporaneità: lo statuto del biografato, il ruolo del narratore e il rapporto epistemologico con il lettore.
Il ruolo del biografato: Nada Parri e la tendenza alla Biofiction
Protagonista del racconto di Van Straten è Nada Parri, adolescente negli anni Trenta e partigiana negli ultimi anni della Seconda Guerra Mondiale. Nada, infatti, dopo aver incontrato in un parco pubblico il sottoufficiale tedesco Hermann Wilkens ed essersene innamorata, decide di salire sulle montagne insieme all’uomo, che nel frattempo ha disertato, e di intraprendere la lotta di liberazione.
Anche in questo caso, nella scelta del suo biografato van Straten sembra attenersi piuttosto fedelmente ad una delle principali tendenze della biofiction contemporanea, ossia l’interesse per quelli che la tradizione ha sempre definito “individui senza biografia”. La biofiction, infatti, sovverte le categorie generiche tradizionali e, spinta da un massiccio interesse per le vite degli altri, non racconta più necessariamente le vicende di personaggi illustri ma, piuttosto, di uomini e donne eccentriche, spesso minuscole e ingiustamente dimenticate dalla storia.
Van Straten dunque sceglie di raccontare la vicenda di Nada Parri per la sua straordinarietà e, contemporaneamente, perché vede in essa una qualche esemplarità (ci torneremo a breve).
Per raggiungere il suo scopo costruisce un’istanza testuale ben definita e che vuole essere riconosciuta come coincidente con l’autore reale, che gestisce esplicitamente la messa in intreccio del materiale biografico e che, soprattutto, indugia volentieri in lunghe sezioni metabiografiche ambientate nel 2023 e in cui vengono raccontate le fasi della ricerca, gli intoppi e le nuove ripartenze. In queste fasi, inoltre, ha un ruolo molto significativo il racconto degli incontri che l’autore ha avuto con le figlie di Nada poiché queste ultime, avendogli fornito molti materiali documentari, rappresentano anche uno strumento di immediata verificabilità di quanto affermato nel testo.
In questo senso, infatti, il narratore-biografo utilizza una mole significativa di documenti che entrano nel testo in due modalità differenti: attraverso la mediazione della voce autoriale che li riassume o riprodotti direttamente sulla pagina senza alcuna mediazione (è il caso soprattutto delle lettere di Hermann).
L’equilibrio tra verità documentaria e finzione narrativa
L’intento epistemologico che anima la ricerca di Van Straten, dunque, è quello di ricostruire con la massima accuratezza la vicenda reale di Nada e di illuminarne i punti rimasti oscuri. Allo stesso tempo, però, il narratore – seguendo l’imperativo di ogni narrazione non-finzionale – ricorre ad alcuni procedimenti tipicamente romanzeschi come la messa in intreccio delle vicende e, soprattutto, la riproduzione sulla pagina degli stati mentali di Nada.
Anche questo procedimento, a dire la verità, avviene sia tramite la mediazione della voce narrante – che ricorre a numerose formule dubitative con cui esplicitare la natura congetturale di quanto affermato – sia direttamente senza mediazione. Da un punto di vista pragmatico, però, i luoghi in cui l’interiorità di Nada è espressa senza mediazione – e che, dunque, sarebbero quelli più problematici – sono giustificati dall’impianto pragmatico costruito dalla narrazione. Ribadendo più volta l’accuratezza delle sue ricerche e la lettura attenta delle lettere e dell’autobiografia di Nada, il narratore può entrare abbastanza agevolmente nella mente del suo biografato senza che questo causi nel lettore particolari problemi di interpretazione poiché il lettore stesso è portato a concludere che quelle intrusioni nell’introspezione siano a loro volta motivate dall’impianto documentario esibito.
Allo stesso tempo, esibire le fasi di una ricerca biografica spesso faticosa e ricorrere all’invenzione romanzesca per restituire la psiche di Nada sono due procedimenti che modulano abbastanza esplicitamente l’intento paradigmatico del testo. La vita di Nada non merita di essere riscoperta soltanto perché affascinante nella sua eccentricità ma soprattutto perché esempio ingiustamente dimenticato di un determinato contesto storico e sociale.
I limiti del testo. Vocazione didattica confusa e ordinario travestito da straordinario
In questo, emerge il primo problema de la Ribelle, ossia la confusione che sembra animare gli intenti di Van Straten. Il testo, infatti, non si limita ad essere il racconto della vita di Nada ma, con un’ambizione che definirei didattica, desidera ricostruire gli ultimi due anni della resistenza toscana. Per raggiungere questo obiettivo, l’autore emerge esplicitamente sulla pagina cercando di presentarsi tanto come termine medio tra il lettore e l’esperienza straordinaria di Nada quanto come fulcro di un costante rapporto informativo con il lettore. Il problema, però, è che questa vena didattica risulta a tratti confusa e costantemente sullo sfondo, come se fosse conseguenza di un debito necessario da pagare senza troppa convinzione al genere non-finzionale.
Leggendo le sezioni storiche e autoreferenziali, infatti, non può non venire in mente un implicito paragone con una biofiction che, per importanza e riuscita estetica, è in un certo senso paradigmatica delle modalità con cui si “deve” scrivere una biografia finzionale nella contemporaneità: Limonov di Carrere.
In Limonov, infatti, Carrere emerge sulla pagina per spiegare al lettore un buon numero di concetti di ambito storico e sociale e utilizza la sua esperienza di uomo comune per offrire al lettore un termine di paragone cognitivamente familiare al lettore per interpretare la vita assolutamente romanzesca di Limonov.
La principale differenza con Carrere – e, dunque, il secondo e più grande problema del libro – è che la vicenda di Nada non è così straordinaria o, almeno non al punto da aver bisogno dell’emersione dell’autore che si ponga come termine di paragone e che sia familiare per il lettore. Al contrario, il narratore deve spesso sottolineare come determinati gesti che per noi oggi non sono affatto straordinari in realtà lo siano se parametrati al tempo in cui Nada è vissuta.
Di conseguenza, la vicenda di Nada non riesce a essere realmente paradigmatica (o, come vedremo a breve, lo è in una maniera diversa dalle aspettative) e la scrittura di Van Straten sembra ripiegarsi su sé stessa, configurandosi come un’enorme operazione autoreferenziale. In altre parole, l’impressione che si ha leggendo il testo è che l’autore reale, appassionato di storia partigiana, si sia imbattuto nella vicenda di Nada, sia rimasto affascinato dal personaggio e dalla sua travolgente storia d’amore con Hermann, ne abbia per questo approfondito gli episodi cruciali e abbia tentato di dotarli – senza riuscirci – di una qualche componente esemplare con cui provare a giustificare tutta la ricerca biografica stessa.
Conclusione: una vicenda emblematica o una storia d’amore?
Van Straten insegue Nada tra gli archivi e nelle pieghe della storia per un interesse privato per informare i suoi lettori, per perseguire l’intento assolutamente nobile di riportare alla luce una vicenda immeritatamente dimenticata e per evidenziare la straordinarietà, l’anticonformismo e il coraggio di Nada, oltre che per raccontarne il grande amore che ha animato la sua vita. Se ciascuno di questi intenti, preso di per sé, non ha nulla di male, è il loro intrecciarsi che rende confuso il senso da attribuire all’opera.
A conti fatti, l’emersione di Van Straten sulla pagina finisce infatti per fallire nel suo tentativo di essere termine medio tra Nada e i lettori perché risulta tanto caotico quanto eccessivamente didascalico nel mostrare i suoi procedimenti. Allo stesso tempo, il grande amore che avrebbe spinto l’autore alla sua inchiesta emerge troppo poco e, a lettura terminata, rimane in secondo piano rispetto ad un senso diffuso di disillusione, di sconfitta, di amarezza.
In questo, più che nell’esistenza straordinaria di Nada, ritroviamo l’aspetto esteticamente più riuscito del testo. La vita di Nada, infatti non risulta interessante perché esempio illustre della partecipazione spesso dimenticata o minimizzata delle donne durante la lotta partigiana o perché immagine ideale di un amore straordinario in grado di superare le barriere della convenzione e della morale, ma perché manifestazione di come le speranze e le aspettative di una generazione in armi siano state puntualmente disilluse dall’andamento fattuale della storia.
In questo senso, però, seppur Van Straten espliciti questo – ennesimo – intento all’interno del penultimo capitolo, intitolato programmaticamente proprio “perché ti interessa questa storia (2)”, il testo mostra una coazione a finire piuttosto impacciata dal momento che si chiude con una sezione pienamente romanzesca in cui l’autore immagina e racconta l’ultimo momento in cui Nada sembra essere stata felice, ossia quando ha rivelato ad Hermann di aspettare da lui un figlio.
Se questa conclusione dal forte sapore elegiaco, da un lato, conferma l’idea che tutto il testo sia una riflessione sull’amarezza di una vita vissuta all’insegna della lotta e della disillusione, dall’altro lato è lo stesso autore a smentire questa lettura della sua opera quando afferma
In ogni caso, per quel che mi riguarda, non accetto che questa storia si concluda così, con queste pagine di un diario abortito, con Nada che si sente battuta, con l’impressione che la sua vita straordinaria si chiuda in tono minore.
Ma certo non posso inventare un finale diverso: non solo perché si tratta di una strada sbagliata […] ma soprattutto per un motivo che è alla base del percorso che ho fatto sin qui sulle tracce di Nada: nel mio racconto ho sempre cercato di restituire la realtà dei fatti, e se qualche volta non ci sono riuscito, com’è naturale quando si ha a che fare con la memoria e i documenti, non è stato per mia volontà. Non ho mai falsificato niente sin qui, non lo farò nelle ultime pagine.
Giorgio Van Straten, La ribelle. Vita straordinaria di Nada Parri.
La conclusione, dunque, suggerisce esplicitamente al lettore una strada interpretativa più semplice ma che, come abbiamo visto, appare piuttosto pretestuosa, ossia che la vita di Nada vada riletta alla luce del suo grande amore e che la sua vita amara e l’esigenza che la ha spinta a scrivere la sua biografia si spieghino proprio in virtù di questo rapporto e del vuoto che ha lasciato in lei.
https://it.wikipedia.org/wiki/Giorgio_van_Straten
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