Critica di Prosa,  Premio Strega

“La Signora Meraviglia”: migrazione e memoria familiare nel romanzo di Saba Anglana

Un articolo di Roberta della Martora

C’è un filo invisibile che lega memoria, appartenenza ed identità. Ed è proprio questo filo a percorrere il romanzo d’esordio di Saba Anglana, la Signora Meraviglia (Sellerio, 2024), in cui racconta la storia della sua famiglia, segnata dalla migrazione e dalla ricerca di un’identità. Lo stile del romanzo riflette questa complessità: una scrittura capace di attraversare delicatamente i ricordi più intimi e le ferite profonde. Il testo è arricchito da un linguaggio plurilingue – italiano, somalo e amarico – che dà voce a questa realtà stratificata e all’identità ibrida dell’autrice e delle protagoniste del romanzo.


La narrazione si basa su due piani temporali, presente e passato: in un capitolo ci troviamo a seguire le vicende che si svolgono a Mogadiscio, con protagonista la nonna Abebech, in quello successivo, invece, veniamo catapultati nel presente della protagonista, una donna che vive a Ostia (Roma) con sua madre e sua zia.

In questo continuo alternarsi tra passato e presente, Saba Anglana ci offre interessanti e necessari spunti di riflessione su questioni legate al colonialismo, al razzismo, all’Italia coloniale e quella attuale, scenario di lotte amministrative e burocratiche. In particolare il romanzo si configura come un invito a riflettere sulle difficoltà legate all’abbandono del proprio Paese e sul tentativo di costruirsi un’identità in una nuova terra che non vuole riconoscerti come parte di sé.

Tra passato e presente: le donne di Saba

Il romanzo si apre con la storia di nonna Abebech, giovane donna etiope rapita da un ascaro somalo durante il secondo conflitto mondiale e costretta a vivere in una terra a lei sconosciuta, la Somalia. La donna da quel rapimento avrà due figli, Maryam e Omar, ma quest’ultimo morirà neonato. Abebech è una donna forte: risponde a quella violenza con silenziosa resilienza, anche quando verrà abbandonata dallo stesso uomo che l’aveva rapita. Smarrita nella sua identità, vorrebbe solo tornare alla sua terra d’origine, l’Etiopia.

Eppure, Abebech non si lascia travolgere dal senso di vuoto che porta dentro di sé. Il destino la conduce a Mogadiscio con la piccola Maryam, dove incontra un vecchio indovino somalo che, tramite delle conchiglie, le predice il futuro: vivrà la sua vita a Mogadiscio e avrà dei figli dall’incontro con un altro uomo. Effettivamente, è proprio ciò che accade: Abebech si innamora di Worku, un uomo più grande di lei, e dalla loro unione nasceranno otto figli.

Tra un capitolo e l’altro dedicato alla storia di nonna Abebech, si inseriscono le scene del presente, raccontate dalla voce autoriale. Saba vive a Ostia con sua madre Nina e la zia Dighei, una donna che risiede in Italia da circa quarant’anni ma non ha mai ottenuto la cittadinanza. Di fronte a un clima politico sempre più ostile nei confronti dei migranti – in cui, nonostante i lunghi anni dipermanenza si rischia di perdere il permesso di soggiorno – Saba decide di aiutare sua zia ad ottenere il riconoscimento giuridico che le spetta.

Saba e la zia si affidano ad un avvocato, ma il percorso è tutt’altro che semplice: tra documenti da recuperare, testimonianze da fornire e test linguistici da superare, il cammino verso la cittadinanza è lungo e ostico. Per sbloccare del tutto la procedura, Saba dovrà affrontare un viaggio in Etiopia per recuperare un ultimo documento che possa legittimare, agli occhi dello Stato italiano, la cittadinanza della zia.

Chi è “La Signora Meraviglia”?

“Meraviglia? Senta, non è che la cittadinanza è una signora da corteggiare. Noi vorremmo semplicemente far valere i nostri diritti”. 

La signora Meraviglia è il modo in cui Saba chiama la cittadinanza italiana, come se fosse una figura quasi mitica: una donna sfuggente, difficile da conquistare. La protagonista è disposta a tutto pur di far ottenere la signora Meraviglia a sua zia. 

La vicenda della zia è complicata, e quel senso di smarrimento che divorava nonna Abebech, in realtà, rivive oggi in Dighei: una donna senza identità, sospesa tra più luoghi e nessuno contemporaneamente, lei stessa dichiara di sentirsi niente. Non è etiope, anche se figlia di etiopi, ma non è neanche somala, poiché il suo atto di nascita è stato bruciato durante la guerra civile a Mogadiscio; infine non è nemmeno italiana. La Somalia è la terra dei ricordi d’infanzia, l’Italia è il Paese in cui Dighei vive la sua quotidianità: ci lavora, ne parla la lingua, ne conosce le abitudini, ha costruito la sua casa; eppure, ogni giorno, le viene ricordato che quella casa non è davvero sua. Le manca solo un pezzo di carta, ma senza di esso, tutto ciò che ha vissuto sembra non contare. 

Scusi se insisto… ma perché allora non si considera somala? Non è nata a Mogadiscio?”, incalza l’avvocato.
“Sì, ma la cittadinanza somala non me l’hanno mai data perché sono nata da etiopi”, ribatte la zia mostrando i denti e indicando l’incisivo d’oro. […]
“E allora perché non etiope?”
“In Etiopia non ho vissuto neanche un giorno della mia vita…” risponde la zia ricacciandosi l’oro in bocca.
“Italiana, allora, dal momento che è qui da quarant’anni?”
“Non ha la cittadinanza italiana, per questo siamo qui” taglio corto.
 

La signora Meraviglia, in realtà, rappresenta anche altro: è la traduzione letterale di Wezero Dinkinesh, una maga etiope che ha il ruolo di liberare nonna Abebech da un wukabi, una sorta di spirito che la perseguita e le provoca grandi disagi. In amarico, wukabi indica infatti gli spiriti della famiglia, fanno parte dell’eredità familiare. Il disagio vissuto da nonna Abebech, il suo wukabi, è quindi presente in forme diverse in tutti i suoi discendenti, quindi anche in Saba. Possiamo dire che il wukabi incarna il trauma della nonna, una memoria dolorosa che non è mai stata elaborata e che da allora convive con tutta la famiglia di Saba. È il dolore di non sentirsi mai davvero parte di un luogo, di una storia, un dolore che non muore con chi lo ha vissuto ma si trasmette alle generazioni successive. La nipote capisce che quel wukabi non è solo della nonna Abebech o di zia Dighei, ma è anche suo: è una trasmissione intergenerazionale del trauma coloniale, è il disagio psicologico sperimentato da tutta la sua famiglia. 

Una voce dentro al pozzo del mio esofago. Mi piego, il pozzo straripa, mi escono le lacrime. È la mia bestia che grugnisce. Un nome glielo devo pur dare. Non vorrei chiamarlo Wukabi. Per me è una bestia, se proprio devo immaginarla. […] Non posso ucciderlo, ci ho provato in tutti questi anni da quando mio padre è morto. La bestia non muore, ci devo convivere”.

La signora Meraviglia: la cura del riconoscimento 

Le due signore Meraviglie si incontrano: la maga etiope che cerca di scacciare il wukabi da nonna Abebech, e la cittadinanza italiana, che libera zia Dighei dall’invisibilità burocratica, condividono così lo stesso potere: quello di riconoscere e guarire. È proprio Saba a cucire quei fili spezzati, passato e presente, con la forza della narrazione. La signora Meraviglia, quindi, non è solo un atto burocratico: è un gesto riparativo, un incontro che rompe la catena del silenzio. È la signora che accoglie Dighei, che le permette finalmente di sentirsi parte di qualcosa, parte di una storia. 



https://www.sellerio.it/it/catalogo/Signora-Meraviglia/Anglana/15463

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