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LA VOLONTÀ DI CAMBIARE DI BELL HOOKS: COSTRUIRE SPAZI DI AMORE OLTRE AL PATRIARCATO

Miriam Ballerini

Parlare di femminismo, per anni, ha significato parlare della questione femminile. La critica al patriarcato sembrava essere un discorso al plurale ma, al contempo, a una voce, all’interno della quale lo spazio di relazione con l’altro maschile si rimpiccioliva e si negava nello spazio di lotta. Questa dinamica appariva inevitabile. La nascita di una coscienza comune, la formazione di comunità oltre la solitudine dettata da ruoli preimposti definivano la necessità di uno spazio in cui riconoscersi, in cui la donna potesse esistere oltre lo sguardo maschile. A Roma, nel 1970, Carla Lonzi, Carla Accardi ed Elvira Banotti pubblicavano il manifesto della loro rivista Rivolta femminile, il quale si concludeva con le parole: “Dialoghiamo solo con donne”. Nasceva uno dei primi gruppi separatisti di donne femministe italiane, all’interno del quale l’esclusione dell’esperienza femminile nella relazione con l’altro veniva istituzionalizzata e riconosciuta come mezzo per sottrarsi all’oppressione. Tale sintesi rimanda al quadro a cui fa riferimento il libro della femminista e scrittrice bell hooks, dal titolo La volontà di cambiare. Mascolinità e amore

La semantica del patriarcato

Pubblicato nel 2004, in Italia nel 2022 dalla casa editrice Il Saggiatore, il libro si costruisce su ciò che manca. L’autrice, infatti, scrive alla luce della necessità di ciò che è stato tolto, o meglio, escluso. L’operazione è, in questa prospettiva, prima di tutto semantica: 

Il patriarcato è un sistema politico-sociale secondo il quale gli uomini sono per loro natura dominanti, superiori a tutti quelli che ritengono deboli, in particolare le donne, e hanno diritto di guidarli e governarli e di mantenere quel predominio attraverso varie forme di terrorismo e violenza psicologica.” 

Secondo hooks, gli uomini dovrebbero essere inclusi all’interno del femminismo e, alla base dell’analisi di questa prospettiva, ridefinisce i confini di significato della parola patriarcato. Tale passaggio diviene fondamentale. Se il femminismo separatista nasceva, difatti, da una prospettiva che riconosceva il patriarcato come l’oppressione sistematica attuata dagli uomini, ora i termini dell’operazione traslano fino ad invertirsi. Il patriarcato, infatti, non è la semplice messa in atto dell’oppressione quanto, piuttosto, un sistema di oppressione all’interno del quale gli uomini sono indicati come naturali oppressori. Riconoscere tale distinzione appare importante. Esaurire il maschile in colui che è fautore dell’oppressione significa, infatti, riconoscergli uno stato di pieno controllo su di essa; diversamente, l’esercizio di un ruolo all’interno di un sistema definisce una condizione tale per cui il sistema è anche subito. Detto in altri termini: l’operazione compiuta da hooks riporta il maschile all’interno di un sistema da cui, per anni, era stato inteso come esterno, in quanto fautore dello stesso. Ciò permette di passare dalla singolarità alla collettività. Non è più, infatti, la singola scelta di oppressione, in sintonia con altre, a determinare il patriarcato in sé, quanto, piuttosto, la complessità di una dimensione definita non da una semplice somma di soprusi ma da un complesso substrato storico che, nel corso del tempo, si è determinato. Da queste premesse si configurano due aspetti essenziali alla sua analisi. Il primo, fondamentale, ammette la possibilità di una ferita inferta dal patriarcato agli uomini. Il secondo, invece, non esclude che una donna, in quanto tale, possa essere non solo vittima, ma anche, a volte, connivente con il patriarcato. 

Una ferità inferta

Per comprendere al meglio il pensiero di hooks è necessario attuare un secondo passaggio d’analisi non compiuto dall’autrice, partendo dall’etimologia. Il termine patriarcato, infatti, significa letteralmente “legge del padre”; deriva dal greco πατριάρχης (patriárkhēs), ossia “padre di una stirpe” o “capo di una discendenza”. È formato da πατριά (patriá), “stirpe, lignaggio” (dal sostantivo πατήρ patḗr, “padre”), e dal verbo ἄρχω (arkhō), “comandare, esercitare autorità”. Non è quindi semplicemente la legge dell’uomo, ma la legge del “padre”, la legge del più forte. Porre in evidenza ciò permette di riconoscere come anche la donna che compie sopraffazione stia, in realtà, giocando secondo le regole del gioco. Al contempo, però, gli uomini sono stati storicamente patriarchi. Tale ruolo è stato loro indicato come naturale e, per questo, anche come la loro unica possibilità di stare al mondo. Ecco, quindi, la ferita inferta: agli uomini è stato per secoli raccontato che l’esercizio del loro essere passa attraverso il dominio; ma, come hooks ripete più volte, nel dominio non c’è l’amore. 

Il racconto dell’ancella

“Si scosta, mi guarda di nuovo con quel sorriso impacciato, senza malizia. ‘Non così’, dice. ‘Come se lo desiderassi davvero’.
Era molto triste.
Anche questa è una ricostruzione.” 

Nel romanzo Il racconto dell’ancella la scrittrice Margaret Atwood si immagina un futuro distopico in cui gli Stati Uniti, divenuti un regime totalitario: la repubblica di Gilead, rispondano al crollo della natalità garantendo all’oligarchia dominante (i comandanti) il controllo del corpo delle donne ancora fertili, le quali, se non unite in nozze considerate legittime, sono costrette a divenire “ancelle” subendo stupri cerimoniali per poter dare figli ai comandanti e alle loro mogli. Al capitolo ventitré si racconta di un incontro clandestino tra la protagonista del romanzo, Offred, e il suo Comandante. La richiesta di quest’ultimo, davanti all’ancella attonita, non è un rapporto sessuale, ma di poter giocare a scarabeo. Il gioco diviene così, tra i due, la possibilità di un rapporto oltre i rigidi ruoli imposti dalla Repubblica di Gilead. Riprende spazio la dimensione di relazione e, con ciò, la vulnerabilità nel poter chiedere un bacio all’ancella, ma “come se lo desiderasse davvero”, come se ci fosse amore. In tale scena vi è la rappresentazione romanzata dell’analisi che sarà proposta poi da hooks, per cui Atwood ha avuto parole di ammirazione. Secondo hooks, agli uomini è stata tolta la possibilità di essere “psicologicamente integri”. Cresciuti imparando la cultura del “più forte”, è stato loro chiesto di rinnegare ogni sentimento, ogni emozione, ogni richiesta di amore. Hanno imparato un ruolo in cui l’introspezione cedeva il passo a un violento rivolgersi al mondo esterno, per poter ottenere il proprio riconoscimento attraverso il controllo, laddove questa appariva come l’unica possibilità di rapportarsi agli altri. Se, infatti, l’amore, in qualsiasi sua accezione, per compiersi richiede la presenza della complessità dell’altro sé, il patriarcato nega, secondo hooks, la possibilità di presentarsi a questo appuntamento poiché porta a negare il proprio sé. Si definisce così pienamente la colpa del patriarcato nei confronti della mascolinità: colpita e ferita a morte nel suo essere fin dal principio.

Un intervento quasi riuscito

Tra le pagine del suo libro hooks ci fa toccare con mano la ferita sanguinante, proponendone un’analisi che si declina in alcuni ambiti fondamentali della vita umana, come il sesso e il lavoro. Il lettore è guidato nell’operazione di diagnosi del morbo ma, improvvisamente, si ritrova senza sapere bene dove mettere il bisturi. La precisione chirurgica con cui, infatti, si analizza la dimensione sociale della mascolinità sembra vacillare nella definizione di un orizzonte possibile. Questo non certo per mancanza di urgenza o di assenza di prospettive. Paradossalmente, quest’ultima possibilità si porrebbe come maggiormente comprensibile, poiché la volontà di denunciare un problema non deve mai comportare l’obbligo di uno sforzo individuale nel trovare una soluzione univoca. Piuttosto è l’assenza di precisi confini che spaventa e che pone il lettore in una condizione di disorientamento. Al centro viene infatti riposta la necessità di una relazione nuova con il maschile che, partendo dal femminismo, dia spazio all’amore eppure, nel fare ciò, le responsabilità si confondono. L’autrice critica le femministe che affermavano di non volersi impegnare nel cambiamento maschile, sostenendo che questo sia possibile solo laddove gli uomini possano sperimentare l’amore. Riconosce che il cambiamento non può essere imposto e che deve essere fatto un enorme lavoro maschile ma, tuttavia, una linea non viene tracciata: l’ultimo incoraggiamento è dato alle donne perché amando gli uomini ne permettano il cambiamento. Ed è qui che l’operazione fallisce. L’amore e la relazione possono, infatti, essere spazio di cambiamento ma al contempo richiedono pluralità. All’interno dell’amore è nell’incontro dell’altro che avviene la trasformazione, la quale è, quindi, possibile solo se vi è la volontà maschile di presentarsi. Non è infatti possibile chiedere al femminismo e alle donne, soprattutto se vittime di violenza, di amare il maschile, senza che prima vi sia un tentativo espresso di cambiamento. Diversamente nulla si realizza e “l’amore” si consuma contro la gabbia del ruolo dell’altro. Per il femminismo è possibile, piuttosto, continuare a chiedere che si pratichino spazi di cura e amore dove il maschile possa, nel momento in cui ci sia volontà, trovare spazio di cambiamento. 

Perché non possiamo chiedere a Offred di fingere che le piaccia il bacio, ma possiamo creare spazi in cui anche il Comandante possa non essere più solo. 

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Miriam Ballerini

Redattrice in Storia e Società