Cinema

L’arca di Giorgio Caporali: lo struggente affresco di una generazione invisibile (ma stupenda)

di Luca Gritti

L’Arca di Giorgio Caporali è una delle grandi sorprese- a giudizio di chi scrive- del cinema italiano del 2025. Un’opera prima di un regista emergente, che fino ad oggi aveva fatto solo lo sceneggiatore e il regista di cortometraggi; un trittico di attori (Malich Cissè, Francesco Venerando, Sabrina Martina) a loro volta emergenti e giovanissimi e ancora molto poco noti per il loro talento; una storia semplice ma affilata come una lama- che ti scuote, ti fruga dentro, ti ferisce, ti urta per i suoi colpi di scena dolorosi e inaspettati, struggenti.

La storia- ambientata nel suburbio romano dei nostri tempi-ha come protagonisti tre giovani ragazzi, di estrazioni sociali diversissime: Martin è un ragazzo che viene da una famiglia del ceto medio, ma che, per ragioni misteriose che si chiariscono nel corso del film, si atteggia da dandy, da pirata, immergendosi nell’arte e vivendo con insofferenza le aspettative della società di costruirsi una vita borghese; Ryan è un immigrato di prima generazione che vuole tornare in Africa con una barca a vela (l’arca, da cui appunto il titolo del film), e chiede a Martin, suo amico, di aiutarlo a realizzare questo suo velleitario proposito. Beatrice è invece una giovane di famiglia molto benestante, che si è adeguata alle aspettative dei genitori di studiare economia, è fidanzata con un ragazzo a sua volta ricco ma superficiale, e sembra intenzionata, all’inizio del film, a trasferirsi a Londra per completare gli studi in qualche prestigiosa università. Almeno finché non si imbatte negli altri due ragazzi, e trova nella loro eccentricità, nel loro essere così sfacciatamente liberi, improbabili e stravaganti, una vitalità e un’autenticità che mancano nella sua vita, apparentemente perfetta, ultra-agiata, ma in fondo opprimente.

Le interazioni tra i ragazzi nel corso del film si evolvono in modo diverso rispetto a quanto si potrebbe supporre all’inizio- ma il proposito, sempre più concreto, di attrezzare una barca a vela per la partenza di Ryan unisce i tre in maniera profonda, viscerale. Si instaura tra di loro un’amicizia autentica, che fa brillare di splendore le loro vite, infonde a ciascuno di loro una vitalità nuova. L’evoluzione di questa amicizia permea tutto il film e tocca tutti i gradi dell’emotività: il gioco, la festa, la trasgressione, la spensieratezza, la dedizione, il sacrificio, il tradimento, la rabbia, il dolore; infine, soltanto una grande, bruciante, commozione per quell’impresa che alla fine aveva reso tutti e tre migliori, e aveva dato alle loro vite un significato diverso, una direzione che i tre non avrebbero più potuto dimenticare.

Al di là della storia, è interessantissimo il linguaggio del regista. La caratterizzazione dei personaggi è solida e credibile, e si avvale di un immaginario ora più letterario e autoriale (Sulla strada di Kerouac, forse qualcosa di Hermann Hesse, Noam Chomsky, Quei bravi ragazzi…), ora più pop (Pirati dei Caraibi, 2 Pac…); i giovani italiani vengono descritti da uno sguardo finalmente interno, da un regista e da degli attori giovani, e quindi- senza cadere nel paternalismo o nel cliché con cui certo cinema adulto racconta i giovani di oggi- vengono finalmente ritratti in modo realistico: negli atteggiamenti, nelle aspirazioni e speranze, nel rapporto difficile con la generazione dei padri, nell’anelito di libertà che si scontra sempre con le tante pressioni sociali e famigliari, nell’integrazione quasi naturale e spontanea delle altre etnie e culture, nel linguaggio che fa coesistere bene slang e stile medio con citazioni di intellettuali e di film, nella necessità di abbracciare i marginali e gli esclusi per levarsi di dosso ogni soffocante ansia di normalità. In un certo senso, quello di Caporali è un film di formazione: sono tre ragazzi che, nella loro amicizia, trovano una missione e un modo di guardare le cose che dà loro la forza di riscattare le ingiustizie sociali che subiscono, la meschinità e le piccinerie del loro ambiente culturale, il dolore e la sofferenza che comunque sempre la vita riserva.

La cosa più interessante del film forse è la capacità di tenere insieme alto e basso, il viaggio iniziatico e i riferimenti pop, la telemachia e la potenza evocativa della suggestione del viaggio in mare e la familiarità trash di una cena in un fast-food, i momenti di grande tensione drammatica e altri davvero esilaranti. In questo senso, per esemplificare la capacità di questa pellicola di toccare registri differenti, citiamo solo due momenti del film che trattano lo stesso argomento- la difficoltà dell’incontro tra generazioni, che rasenta quasi l’incomunicabilità. Ecco, questa incomunicabilità generazionale- che risalta soprattutto con il padre di Beatrice, cinico e insofferente alle nuove frequentazioni della figlia- viene mostrata in due scene in cui il linguaggio filmico- in un caso divertente, spassoso, ma con sfumature di grottesco; nell’altro serissimo e drammatico- raggiunge davvero un livello alto, colpisce allo stomaco come un pugno.

Nel primo caso, Martin e Ryan sono invitati a cena dal padre di Beatrice, che ha scritto loro fingendosi la figlia. I due ragazzi, aspettandosi di trovare l’amica, mangiano dei dolci alla marijuana prima dell’incontro. Il padre, dal canto suo, vuole chiarire a questi due- che ai suoi occhi sono solo degli sbandati che stanno cercando di traviare la figlia- come secondo lui dovrebbero vivere la vita; che anche lui, come loro, era nato ai margini della società, ma che, lavorando a lavorando, era riuscito a costruirsi la posizione che aveva adesso…I ragazzi ascoltano queste paternali in stato alterato, e quindi non fanno che prendere cose dalla tavola, giocare con le posate, stupirsi meravigliati della forma dei cibi…Come si diceva, è una scena che a prima battuta fa molto ridere (i due ragazzi strafatti davanti al trombone che racconta loro che ce l’ha fatta nella vita), ma, ad una lettura più profonda, il grottesco della scena suscita un riso amaro: i due ragazzi vorrebbero uno sguardo che capisse e riuscisse a vedere la bellezza che si cela nei loro comportamenti eccentrici, sopra le righe: la loro sete di libertà, la loro grande sensibilità per l’arte, la loro propensione a prendersi cura gli uni degli altri…Dall’altra parte invece c’è solo chi offre loro un’esistenza fatta tutta di cose, di arrivismo, di accumulo di ricchezze, ma che è segretamente risentito della vita di cui si è privato e vuole imporre loro la stessa frustrazione, in un rapporto che per forza di cose diventa asfittico, ricattatorio. D’altra parte, la giocosità naive dei ragazzi è l’unica reazione possibile per scardinare, scandalizzare questa seriosità grigia, plumbea, questo culto tetro del sacrificio e dei soldi, questo feticcio della carriera e dell’ascesa sociale. Si tratta di una scena che racconta i rapporti tra generazioni con un’irriverenza quasi sessantottina, e personalmente ci ha ricordato un po’ l’incontro tra i due omonimi Lebowski all’inizio del film dei fratelli Cohen.

L’altra scena è sempre con il padre di Beatrice, ma stavolta accanto a lui c’è proprio la figlia. La scena è ripresa dall’automobile di lui. Il film è quasi giunto alla fine: la ragazza, grazie al rapporto con i suoi due amici, ha conosciuto una felicità e una libertà che non aveva mai sperimentato in famiglia. Vorrebbe camminare nel solco della loro traccia, vivere una vita decisa da lei, e non chiusa sotto la cappa di aspettative dei suoi genitori, dei loro aridi calcoli. Anche in questa scena, il padre attacca le sue paternali sull’università prestigiosa che le farà frequentare, e ad un certo punto la litania delle sue parole diventa distante, sempre più distante. L’inquadratura si stringe sul volto della figlia, che è talmente amareggiata e delusa dal padre da chiudersi in un’espressione di impassibilità assoluta, di totale afasia, di fissità quasi spettrale. Le parole del padre sono ora accompagnate da un fischio, che accentua ancora di più il loro carattere inopportuno, urticante. Anche questa scena ci ha evocato momenti di grandissimo cinema: una scena di Into the Wild, quando il giovane protagonista litiga con il padre che per la sua laurea gli voleva comprare una macchina- l’ennesima cosa…-; ma soprattutto la scena iniziale de Il Laureato, quando Dustin Hoffman viene accolto dal parentado dopo la sua laurea- sulle note di The Sound of Silence di Simon and Gurfanker- e anche qui le note della musica e la banalità superficiale dei commenti dei famigliari scavano tra lui e tutti gli altri una distanza siderale, palpabile.

Il fatto che ci abbia evocato Il Laureato ci riporta al carattere un po’ “sessantottino” di questo film, che in realtà, come detto, ci sembra anche uno dei primi a raccontare con uno sguardo finalmente onesto e veritiero le giovani generazioni. Oltre a quelli già citati, ci sono tanti aspetti che Caporali coglie con grande lucidità e delicatezza. In mezzo a tanti ragazzi che si fanno condizionare e si adeguano agli standard imposti dai media e dai suoi modelli (vittime di una pasoliniana mutazione antropologica)- che sono ben rappresentati dalla vecchia compagnia di Beatrice, e dal suo vecchio fidanzato, ma anche dai giovani neofascisti e razzisti da cui Ryan e Martin vengono scherniti in un locale- c’è tutta una parte della nostra generazione che vuole liberarsi dall’ossessione dei soldi, del sesso possessivo e compulsivo, del successo e che, senza che il mondo degli adulti se ne accorga, sta trovando nuovi modi di stare insieme e di dare un senso alla vita, e sa mostrare, come in questo film, fulgidi esempi di integrità, di tenerezza, di libertà, di bellezza.

Il film di Caporali è forse il primo film fatto da un trentenne sui venti/ trentenni italiani che racconta una ribellione alla generazione e ai valori degli adulti che rappresenta un distacco, una crescita, una formazione. Certo, la nostra non è la generazione del Sessantotto, che era maggioranza: il fatto di essere minoranza in una società gerontocratica rende spesso questa generazione invisibile in senso politico e marginale in senso culturale. Lo stesso film di Caporali, che pure ha avuto buoni riscontri di pubblico e di critica, in altre epoche avrebbe forse suscitato un dibattito molto maggiore su giornali e media. Ma forse è proprio questa consapevolezza di essere minoranza che rende questo racconto di ribellione meno rabbioso, meno risentito- e conserva invece al film (che pure, come detto, in certi momenti sa anche essere corrosivo) un tono in generale poetico, struggente, di grande tenerezza e delicatezza. Un po’ come se dicesse: la rivoluzione di questa generazione non sarà rumorosa, fragorosa; sarà fatta di tanti di questi silenziosi miracoli che si vedono nel film, con buona pace di un certo mondo degli adulti che non se ne accorge o non se ne fa scalfire. Almeno in attesa che questa voce di protesta trovi davvero un esito collettivo, corale, generazionale.


https://www.arateacultura.com

https://it.wikipedia.org/wiki/L%27arca_(film_2025)

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Luca Gritti

Laureato in filosofia, appassionato di letteratura, in cerca di classici contemporanei. Vivo e lavoro a Bergamo. Le mie prime poesie sono state selezionate nell'ambito del "Premio Letterario Internazionale Città di Melegnano 2024"- XXIX edizione. https://www.clubautori.it/antologia.melegnano.2024/libro#gritti