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“Le perfezioni” di Vincenzo Latronico – Premio Strega 2023

Un articolo di Francesca Manzoni

Al termine della lettura de “Le perfezioni”, ultimo lavoro di Vincenzo Latronico (nella dozzina del Premio Strega 2023) non si può far altro oltre che constatare come, di fronte a noi, ci sia uno dei più sinceramente amari ritratti della nostra generazione, capace di descrivere, con una rassegnazione quasi spietata, quella spasmodica ricerca di un posto nel mondo in cui sentirsi, definitivamente, ordinati e pacificati.    

Nel corso di quattro archi temporali (presente, imperfetto, remoto e futuro) seguiamo la vita di Anna e Tom, una giovane coppia di Graphic Designer che emigra dall’Italia verso Berlino, alla conquista di un avanguardistico “paese dei balocchi” in cui emanciparsi e sentirsi parte integrante di un ecosistema solo all’apparenza perfettamente funzionante. Su una prima fase euforica e goliardica, si innesta, per i due giovani protagonisti, l’incubo di una quotidianità da cui fuggire, per paura di rimanerne intrappolati.

Vincenzo Latronico offre il ritratto di un mondo, quello dell’oggi, che grazie all’affabulatore filtro dei social network, propone come unico modello “rispettabile” quello che evita, categoricamente, ogni forma di stasi: è socialmente inaccettabile mostrarsi parte di un’esistenza fatta di semplicità e sobrietà, poiché una vita è interessante solo quando il mondo la reputa tale. Ed è proprio da questa sovraesposizione del singolo al giudizio altrui che nasce quell’inesorabile frustrazione che impedisce, alle ultime generazioni, di concepire ciò che di straordinario c’è nell’ordinario. 

Storia di vittime del tempo

Come la struttura del romanzo ci suggerisce, suddividendo il perpetuarsi della vita dei protagonisti in un “presente”, “imperfetto”, “remoto” e “futuro”, il principale antagonista alla serenità di Tom e Anna risulta essere proprio lo scorrere del tempo. In qualsiasi prospettiva decidiamo di guardare la storia ci rendiamo conto che la spada di Damocle che pende, costantemente, sulle loro teste, è la presa di coscienza di star crescendo, condizione che inevitabilmente li porta a interrogarsi su cosa rimpiangere del passato e cosa prospettarsi per il futuro. Ed è difficile, per chi si trova tra i venti e i trent’anni, non ritrovarsi in quel groviglio di incertezze, paure e difficoltà che entrambi i protagonisti affrontano, sia come coppia, sia come individui. 

Ma questo tempo, che chiamerò per convenzione “tempo corrente” non è l’unico a mettere alla prova l’esistenza dei due giovani protagonisti: su di esso si innesta anche un “tempo storico”, differente dal precedente, ma ugualmente difficile da affrontare. Parliamo, principalmente, di un passato che abbiamo vissuto solo attraverso i libri di storia o i racconti di genitori e nonni: un tempo in cui per essere parte attiva della società non ci si indignava sui social ma “si scendeva in piazza a protestare”, in cui l’idea di trasferirsi in una nuova città per portare avanti un lavoro che si poteva tranquillamente gestire nella città natale risulta assurdo, e in cui il modello di vita di oggi, fatto di incertezze e incognite, risulta dozzinale e inconsistente. 

Il futuro appariva fuori fuoco. Non riuscivano a figurarselo sostanzialmente diverso dalla loro quotidianità – così liscia e curata – e ciò gli conferiva un che di astratto e poco allettante. Erano cresciuti con l’immagine latente delle trasformazioni sociali degli anni ’60 e ’70; i nonni avevano conosciuto la guerra, sballottati dal maremoto di un secolo che adesso pareva concluso del tutto, sfociato in quel presente che era bonaccia a perdita d’occhio. Gli sarebbe piaciuto avere avuto vent’anni nel ’68, o manifestare alla caduta del muro. Per le generazioni passate era stato molto più facile capire chi essere, da che parte stare. I problemi di allora, benché più pressanti, sembravano anche più facili da risolvere in modo chiaro. Oggi le scelte erano troppe e ognuna si dilatava in una selva di biforcazioni che finiva per escludere ogni possibilità di cambiamento drastico. Il futuro più rivoluzionario che erano capaci di figurarsi era la parità di genere nei consigli di amministrazione, le auto elettriche, il vegetarianesimo. Anna e Tom invidiavano non solo chi aveva potuto lottare per un mondo radicalmente diverso, ma persino chi era stato in grado di immaginarlo.”

Il tempo storico non è altro che il peso di tutte quella aspettative che la nostra generazione deve portare con se nel corso del viaggio verso la vita adulta. Latronico però cerca di non addossare responsabilità a terzi, o puntare il dito verso chi può essere la causa di questo fardello: anzi, con un velo di rassegnazione, fornisce ai suoi protagonisti l’occasione di emulare tali gesta, rendendosi parte attiva del cambiamento. Il “gancio” utilizzato risulta essere l’urgenza della crisi migratoria che già dal 2015 popolava le prime pagine delle principali testate giornalistiche internazionali: i social mostrano immagini di “gommoni obliqui nel mare in tempesta” o di centri di accoglienza descritti come “tendopoli o parcheggi di container prefabbricati, schiacciati dal sole e cinti dal filo spinato”. 

Per Anna e Tom è arrivato il momento di sentirsi parte attiva del cambiamento, di partecipare concretamente alla storia: le immagini condivise dai social network avevano scosso le coscienze e avevano portato alla costruzione di un centro di accoglienza a Berlino. Per non tradire le aspettative poste su di loro dal “tempo storico” si accingono all’azione, ma la loro mobilitazione, fatta di aiuto nell’ordinaria amministrazione e lunghi turni alla mensa non fa altro che mettere in luce quanta fatica facessero a sentirsi, nel mondo reale, veramente a proprio agio e utili. Ed è così che, ancora una volta, l’aspettativa e l’ideale glorioso cade, drammaticamente, sotto il peso di una realtà in cui da soli, come siamo abituati a stare, è molto difficile fare la differenza. Con la scusa di poter essere utili solo ed esclusivamente nel loro ambito di interesse, mollano la presa, convincendosi che quell’impegno (così poco “instagrammabile”) sarebbe stato vano e inconcludente.

Però quei mesi di sforzi sfumati senza risultato tangibile né conclusione li avevano lasciati stanchi, frustrati. Avevano percepito – in sé, intorno a sé – un’inconcludenza e una vacuità che non riuscivano a smettere di vedere. Erano inquieti.”

Dopo l’esperienza fallace nel confrontarsi con il “tempo storico”, ritorna implacabile il “tempo corrente” che porta con se l’inquietudine di guardarsi attorno e vedere che, per i propri coetanei, sta scorrendo in maniera totalmente diversa. I loro amici di Berlino lasciano la città, tornano in patria per sposarsi ed avere figli, con la promessa di tornare, un giorno, in quel luogo tanto amato nell’età della giovinezza. La paura di diventare statici, di non essere più invidiabili (all’apparenza) per il loro coraggio e la loro sfrontatezza, porta alla crisi più radicale, quella della non-accettazione. Ed è così che dal presente ci spostiamo nell’imperfetto, quello della ricerca di nuovi stimoli e di un tempo perduto, prima a Lisbona e poi in Sicilia. Proprio quando il sogno si tramuta in realtà, iniziano a formarsi le prime crepe, lasciando spazio solo ad un’insoddisfazione da nascondere, come la polvere sotto il tappeto, al resto del mondo. 

Tom e Anna guardandosi attorno non trovano più nulla che rispecchi ciò che un tempo erano stati: l’età adulta e la stasi sono condizioni da cui non possono prescindere ma che, fortunatamente, riescono a nascondere al mondo, mostrandosi sorridenti e impavidi di fronte allo specchio della società. Gli anni passano, con la stessa velocità di un fiume in piena, trasportando il lettore nel futuro: anche qui Latronico, a differenza dei suoi contemporanei, decide di non cede alle melliflue dimostrazioni di un “e vissero felici e contenti” ma ci regala un ritratto chiaroscurale di quel senso di non-accettazione che i due protagonisti provano, una volta costretti a interfacciarsi con lo scorrere del tempo.

Quanto a lungo potranno andare avanti così ? In teoria per sempre.”  

Nella gabbia delle reti sociali

Era come attraversare il mercato di strada più caotico del mondo sotto cocaina. Era come fare zapping su una parete intera di televisori sintonizzati su canali diversi. Era come entrare in comunione telepatica coi pensieri di uno stadio gremito di gente. Non era come nient’altro, in realtà, perché era qualcosa di nuovo. Anche gli stati d’animo che attraversavano erano nuovi, e per questo mancavano di un nome condiviso. Per definirli si prendevano a prestito termini riferiti ad altri tipi di esperienze a cui parevano in qualche modo associabili, che però non calzavano del tutto a un paesaggio interiore dissestato da vent’anni di internet.”

All’attenzione dello spettatore non viene sottoposto solo il tedio dello scorrere del tempo, ma emerge anche un “elefante nella stanza” da cui è impossibile prescindere. Lo sguardo dell’autore sul modo in cui i social condizionano l’uomo nel lungo termine di un’intera vita è senza alcun dubbio interessante, e ci permette di sovrapporre il suo pensiero al rapporto di “interdipendenza social” che noi, come giovani lettori, ci troviamo ad abitare. 

Anna e Tom rappresentano il prototipo di due “millenial” fortemente indipendenti e in grado di vivere una vita invidiabile: nel pieno di una grande storia d’amore, grazie ad un lavoro gestibile esclusivamente da remoto, possono viaggiare, lasciare l’Italia per entrare a far parte dell’underground berlinese, creandosi reti di amici con cui sperimentare locali sempre nuovi e rimanendo incantati, giorno dopo giorno, da nuovi paesaggi mozzafiato. Questo è quello che penseremmo se, scorrendo il feed di Instagram, ci imbattessimo nei loro profili: forse un po’ li invidieremmo, arrivando a chiederci cosa è andato storto nella nostra vita per essere così tristemente statici, senza un lavoro remunerativo, senza la possibilità di innamorarci e partire per mete sconosciute. 

Vincenzo Latronico in questo romanzo decide, furbamente, di presentare al lettore l’altro lato della medaglia, quello di chi apparentemente, sulla carta, o meglio sulla homepage di Instagram, sembra aver vinto alla lotteria della vita. Ma non si limita a fare questo, decide anche di mostrarci, con un perfetto connubio di delicatezza e nichilismo, tutti quegli scheletri nell’armadio, che la fotocamera non può mostrare. Anche coloro che possono sembrare, basandoci razionalmente su ciò che vediamo, i vincenti, in realtà subiscono il confronto e cercano di mantenere un immagine che corrisponde, sempre meno, alla realtà.

Il senso di frustrazione che pervade i due giovani protagonisti non viene palesato solo nelle ultime pagine del romanzo, ma lo percepiamo fin dal principio della storia. L’autore non si pone ai nostri occhi come un deus ex machina che vuole, a tutti i costi, impartire un’importante morale sull’abuso dei social nella nostra generazione, ma più semplicemente ci viene consegnato un ritratto dolce-amaro del modo in cui spesso (ma non sempre) ci costringiamo a esporci al giudizio altrui. Ne vediamo una prova tangibile nella descrizione di quella rete di affetti costruita a Berlino: la perfetta mondanità che abita le loro serate ci viene mostrata sotto il velo di rapporti superflui e inconsistenti, condizione che non viene marchiata come “sbagliata” ma di cui si mette in luce la profonda tristezza. 

Sulla medesima falsariga si muove tutta la narrazione, fino ad approdare al capitolo finale: qui, pur non mutando lo schema generale, cambia l’approccio con cui i Anna e Tom vivono la falsa spensieratezza proposta dai social. Il futuro si configura, in questo senso, come una totale presa di coscienza della falsità che abitano: nonostante ciò, questo non riesce a cambiare il loro rapporto con la piattaforma. La loro è una reazione alla realtà dei fatti totalmente passiva, che si ostina a perpetuare sorrisi forzati e romantici tramonti, arginando tutta la frustrazione e la tristezza al di fuori dei margini dello schermo. La loro immagine, giorno dopo giorno, si distacca sempre di più da quella proposta “al pubblico”: la consapevolezza che, in un tempo molto lontano, essa corrispondeva alla realtà, non fa altro che acuire quel senso di sconfitta che segna, inesorabile, le ultime pagine del romanzo. 

Eppure qualcosa nello spirito era cambiato. Un tempo, guardando immagini come quelle con la consapevolezza di quanto fossero frustrate e infelici le persone che le avevano scattate, si sarebbero sentiti manchevoli, in colpa: come se la realtà delle foto dovesse avere la meglio sui loro sentimenti, e l’incapacità di godersi una vita tanto desiderabile rivelasse una qualche carenza nel loro carattere. Questa insicurezza era passata. Ora quelle immagini gli sembravano una truffa.”

Le nostre (in)perfezioni

Arrivati a questo punto, forse riusciamo a cogliere l’ironia, a mio parere volutamente tagliente e provocatoria, che veicola la scelta di un titolo come “Le perfezioni”: quello di Vincenzo Latronico è un romanzo che vuole portare alla luce tutto ciò che nella vita di oggi è reale, e dunque, profondamente imperfetto. Al termine della lettura di perfetto rimane ben poco, se non un ritratto, tra i più tristemente accurati, della nostra generazione.

Da Anna e Tom abbiamo gran poco da imparare, perché il loro approccio alla vita non è lontano da ciò che ci circonda ogni giorno, ma sulla loro storia c’è molto su cui riflettere. Questa tendenza ad apparire perfetti, può sicuramente ingannare chi ci guarda, ma fino a che punto possiamo ingannare noi stessi ? Quando lo scorrere del tempo ci metterà di fronte alle nostre imperfezioni, saremo capaci di togliere il velo di maya e accettarle come propriamente nostre ? Oppure vivremo tutta una vita senza mai fermarci, combattendo contro la monotonia, alla ricerca di un esistenza invidiabile ? 

Latronico non vuole, o forse non può, dare una risposta al grande dilemma dei nostri tempi, e neanche io, mentre recensisco questo libro, riesco a fornire una soluzione degna di essere scritta. Ciò che rimane è dunque un romanzo che, non solo merita, senza alcun dubbio, di concorrere alla vittoria del Premio Strega, ma che riesce a intrappolare il lettore nell’introspezione, creando in lui moltissimi dubbi e innumerevoli domande, condizione che, ai nostri tempi, è più che apprezzata. 


https://www.arateacultura.com

https://www.bompiani.it/catalogo/le-perfezioni-9788830105690

Francesca Manzoni

Redattrice di Cinema e Letteratura