Cinema,  Oscar

Marty Supreme e la messinscena della vita

Di Pietro Bonadei

Nove nomination per il primo film da “solista” di Josh Safdie, ½ manifesto della separazione con il fratello dietro la macchina da presa. Benny contro Josh, The Smashing Machine (2025) contro Marty Supreme (2025), The Rock/Dwayne Johnson contro Timothée Chalamet. Davide contro Golia, ma solo apparentemente. I due fratelli partono entrambi dalla realtà, ma se Benny vi ritorna ciclicamente con la presenza, nel finale, del vero Mark Kerr, Josh se ne allontana progressivamente, modificando il nome (e quindi l’identità) della sua fonte di ispirazione. Entrambi i film concorrono agli Oscar, ma anche qui sembrano aver preso due direzioni diverse. The Smashing Machine ha infatti ricevuto una sola nomination per il miglior trucco, mentre Marty Supremesi promette di fare incetta di statuette.

Marty nasce Supreme. O meglio, viene creato.

Conosciamo Marty prima del film: lo odiamo, lo ammiriamo. Una creatura plasmata ad hoc per entrare nei meccanismi commerciali e diffondersi in maniera capillare. Siamo stati bombardati da slogan, immagini, gadget che, sfruttando la viralità, ci hanno convinto della reale esistenza di questo personaggio. Creatore e creatura coincidono in un gioco di specchi in cui Timothée Chalamet è Marty Supreme. Un attore immenso, il cui unico limite è quello di spingersi troppo oltre, convinto che per eccellere debba continuamente eccedere. Ambizione, determinazione e sfrontatezza contraddistinguono questo binomio attore-personaggio, realizzando una crasi che vive dentro e fuori loschermo in una performance continua alla ricerca di grandezza.

Come detto in precedenza, la realtà diviene il punto di partenza. Da qui, il regista costruisce gran parte dei suoi personaggi come estensioni esasperate, talvolta parodiche, degli attori che interpretano i ruoli. Giocando con immagini e immaginari, la figura del magnate Rockwell ricalca quella dell’imprenditore Kevin O’ Leary, l’attrice Kay Stone quella di Gwyneth Paltrow, mentre Abel Ferrara richiama, tramite il personaggio di Ezra Miskhin, le atmosfere noir gangster di cui è maestro.

Ciò che circonda il film non diviene, quindi, uno strumento, ma parte integrante dell’opera stessa, la cui portata non si limita a ciò che vediamo in sala. L’epitesto è funzionale alla fruizione, per citare (e scomodare) Gérard Genette e le sue Soglie. Il motto dream big diventa così il leitmotiv della promozione e della produzione del film. Da spettatori lodiamo e invidiamo il carismadi Marty-Chalamet. Ci appare di fronte agli occhi come un soggetto integro e sicuro di sé, capace di perseguire i propri obiettivi e sogni di gloria. Assume così i tratti di una figura cristologica e non è un caso che il film sia stato distribuito nelle sale americane il 25 dicembre.

Ma tutto questo castello di carte è destinato a crollare.

Marty Supreme, infatti, non esiste se non come maschera di Marty Mauser, il protagonista in carne ed ossa del film. Un topo (Mauser richiama l’inglese mouse) che gioca a fare il gatto. Sentendosi grandioso e speciale, vive l’illusione di una formastabile di esperienza di sé. Marty Supreme è quindi la proiezione idealistica di un sé che non trova riscontro effettivo nella realtà.

Ad alimentare questa maschera mitica sono tutti gli oggetti di cui fa incetta, necessari per trasformare il personaggio in icona, in un brand. Le centinaia di palline arancioni, con inciso il nome Marty Supreme, servono a simboleggiare, allo stesso tempo, la smania egoistica e la frammentazione di un’unicità solida. Vivendo immerso in un delirio narcisistico, si ritrova così assorbito da fantasie di successo e potere. Si mostra privo di una qualsiasi forma di empatia, vedendo l’altro come qualcuno (o qualcosa) da superare e sfruttare. Le relazioni interpersonali, sia affettive che elettive, vengono così orientate all’unico scopo di ottenere vantaggi personali in una totale glorificazione dell’io attraverso l’annichilimento dell’altro.

Ma come già detto, si tratta di un attore che finge, prima di un agonista che gioca. Tutto è finzione.

Di fronte alla pretesa di dominare tutto e tutti, naufraga il suo agire. Le conseguenze delle sue azioni piombano, infatti, in maniera impetuosa e imprevedibile, come una vasca da bagno che rompe il pavimento e sprofonda al piano di sotto. Ogni movimento a danno degli altri finisce per rivoltarsi contro sé stesso, creando un loop incessante di autolesionismo. Marty prova a correre e a scappare, ma si ritrova continuamente paralizzato. Ciò che lo motiva non è un senso di rivalsa, ma una ricerca di ammirazione che non contempla l’offesa. 

Accecato dalla hybris, rincorre un desiderio di onnipotenza e di infinito.

Ma ad un certo punto qualcosa si rompe. Accetta l’umiliazione pubblica inflittagli dal vampiresco Rockwell che si configura come apice di un processo di pathei mathos. L’ “apprendimento attraverso la sofferenza” necessario a placare i suoi deliri di illimitatezza, ridimensionandolo nella sua natura umana e nella sua finitezza. Piegato e schiaffeggiato con una racchetta, quello stesso strumento che l’avrebbe consacrato nell’albo degli eroi, assapora il dolore di una scelta. Un momento paideutico che sancisce, definitivamente, il tramonto di Marty Supreme.

Il duello finale, sebbene agli occhi del pubblico abbia il peso diuna partita amichevole, si configura cruciale per la storia personale del protagonista. Vince il match e si lascia vincere dalle emozioni, gettandosi a terra in un pianto catartico. Il sogno di gloria si è trasformato nel trionfo privato.

Marty Supreme diventa quindi un biopic che dura il tempo di una gravidanza, un’attesa che deve culminare con una (ri)nascita. Una fuga continua dalla responsabilità e dalla maternità che cessa nel momento in cui Marty Mauser diventa padre e, allo stesso tempo, padrone della propria vita. Un percorso speculare a quello del regista che abbandona il destino tragico riservato ai protagonistidei suoi film precedenti (Connie in Good Time e Howard in UncutGems) per abbracciare la possibilità di un riscatto.

Il viaggio è concluso: il personaggio è diventato persona, il bambino è cresciuto e diventato uomo.


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