Arte,  Filosofia,  Storia e Società

“Ma come ti vesti?!” Piccola incursione nella filosofia della moda

Di Lorenzo Santini

Qual è il senso della vita? Cos’è la giustizia? Esiste un Dio? Ma soprattutto, com’è che le Birkenstock sono all’improvviso diventate hype? E ancora, le Air force vengono indossate dalla gente cool perché sono belle, o sono belle perché le mette la gente cool? E perché una ragazza può presentarsi tranquillamente davanti a una commissione di laurea vestita di rosa, mentre se lo facesse un ragazzo rischierebbe, quanto meno, il linciaggio?

Se non si fosse capito, in questo articolo ci si interroga sulla moda e sull’abbigliamento, senza la pretesa di dare alcuna risposta, ma cercando di togliere un po’ di polvere da questioni che troppo spesso si ritengono non degne di una conversazione di alto livello perché troppo “mondane”. Ciò che invece qui si vuole fare è mettere per un attimo da parte i manuali di metafisica e di etica per affrontare un breve e claudicante percorso in una delle capitali della mondanità, poiché questa può interrogare ed essere interrogata molto più profondamente di quanto normalmente si creda.

Moda, mode, abbigliamento: una precisazione

Per iniziare questo excursus è necessario definire il raggio d’azione in cui ci si muoverà, al fine di evitare fraintendimenti. Questo perché con il termine “moda” si possono evocare orizzonti concettuali molti diversi tra loro, alcuni che non hanno assolutamente nulla a che fare con l’abbigliamento. Se si afferma, ad esempio, che il social network BeReal è la moda del momento, si utilizza il termine con un’accezione completamente diversa rispetto a quella che assume nella frase “stasera assisterò a una sfilata di alta moda”. Per identificare meglio la questione risulta utile prendere per un attimo in prestito il vocabolario inglese, con buona pace degli amici letterati, e considerare la differenza che sussiste tra la parola trend e la parola fashion: il primo lemma è applicabile al primo esempio citato ed è traducibile tanto con “moda” quanto con “tendenza”; mentre il secondo, sempre traducibile con “moda”, rimanda esplicitamente al mondo dell’abbigliamento. In questa sede si considererà la seconda accezione del termine, lasciando stare, per quanto possibile, l’enorme, e interessantissimo, spazio concettuale che la prima porta con sé. Va da sé, tuttavia, che il fashion è a pieno titolo una forma di trend, e che il primo microcosmo è di fatto un sottoinsieme del secondo macrocosmo; eppure, questo non impedisce di intraprendere una riflessione autonoma sul tema del vestiario in tal senso. Già da questa precisazione preliminare di tipo squisitamente lessicale, si ha un utile indizio per avviare un percorso, ovvero il carattere intrinsecamente sociale che le forme dell’abbigliamento portano con sé.

Uno per tutti, ognuno per sé

È proprio sul piano sociologico che si muove Georg Simmel nel suo piccolo, ma densissimo, saggio “La Moda”[1]. In questo testo del 1910, il filosofo e sociologo tedesco compie un’analisi approfondita, ma sintetica, di alcuni aspetti fondanti del tema. In particolare, Simmel è interessato alle origini del fenomeno che la moda rappresenta, chiedendosi da dove nasce la necessità che sta dietro alla moda e il motivo di questa. Nell’analisi simmeliana, due sono le forze motrici del fashion: l’imitazione e la differenziazione, per cui la moda “appaga il bisogno di appoggio sociale”[2] mentre insieme “appaga il bisogno di diversità”[3]. Queste due tendenze antitetiche si manifestano nel tessuto sociale in cui si muove il singolo, il quale sente la necessità di sentirsi parte di qualcosa, ma allo stesso modo sente la spinta a separarsi dalla massa, a emergere, a spiccare nella marea che lo circonda. Questa differenziazione, prosegue Simmel, è possibile grazie al movimento continuo dei contenuti propri della moda[4], per cui di anno in anno, ma con le dinamiche odierne del mercato anche di stagione in stagione, ciò che è di tendenza segue un ciclo vitale completo. Il discorso simmeliano, influenzato ampiamente anche dalla dottrina marxista, prosegue identificando la ragione dell’efficacia di questa realtà nel fatto che “le mode sono sempre mode di classe”[5]: la doppia tendenza a unire e a dividere prima enunciata assume maggior forza in quanto interessa gruppi sociali ben definiti e si ascrive nelle dinamiche di classe, per cui, per Simmel, la moda dei ricchi serve porre una linea precisa fin dalla prima apparenza dai poveri. Quando questi cominceranno ad avere accesso ai prodotti fino a quel momento propri solo delle classi più elevate, ecco che allora sarà necessario cambiare rotta e introdurre nuovi trends all’interno del mercato dell’abbigliamento.

Questo è solo uno dei temi che emerge nello scritto del filosofo tedesco, ma permette di gettare luce sul motivo per cui una consistente percentuale della popolazione occidentale dedica tanta attenzione all’abbigliamento e alla moda. Lo stesso discorso che Simmel applica alle dinamiche di classe può anche interessare il mondo adolescenziale e giovanile, in cui ciò che il singolo indossa lo definisce nettamente, ad esempio, dal suo compagno di banco, sia per ciò che è, sia, e forse soprattutto, per ciò che non è. 

Indossare o essere indossati?

Quanto detto fin qui può aiutare a guardare la moda con un atteggiamento più distaccato: una volta messo in luce uno dei meccanismi originari del fenomeno, assumendo che Simmel abbia ragione, è possibile elevarsi leggermente dal livello su cui esso si pone per guardare dall’alto chi insegue le tendenze, un po’ come lo spettatore lucreziano, dalla sicurezza della sua roccia, osserva il naufragio di una nave. Tuttavia, il tema sollevato sposta solo una goccia d’acqua dall’oceano che ricopre il cuore del problema, soprattutto dal momento che finora si è guardato solo l’istinto originario di un universo a dir poco complesso. Basta porre un’altra domanda per capire che in realtà ci si è spostati davvero di poco dal punto di partenza: ammesso che la gente si vesta “bene”, qualsiasi cosa ciò voglia dire, per distinguersi e uniformarsi, che rapporto c’è tra il singolo e i vestiti che indossa? Questa domanda nasce dal fatto che, per quanto si possa parlare in astratto di moda e di gruppi sociali, o classi, come in precedenza, nei fatti ci si riferisce sempre a persone singole che davanti allo specchio si infilano diversi capi di abbigliamento su varie parti del corpo, guardano la totalità del loro outfit, esprimono un giudizio estetico e o applicano delle modifiche o meno. È quindi in questo percorso che il singolo svestito giunge al singolo vestito che si deve guardare per evitare di perdere una parte enorme del discorso.

Considerando quanto detto in precedenza sulle dinamiche sociali della moda, sembrerebbe quasi che non si indossino gli abiti, ma che nel flusso, o meglio, nei flussi, del fashion si “venga indossati” da oggetti che traggono valore al di fuori di chi li porta e che al massimo concedono loro una parte di esso. Il singolo sarebbe come un manichino che nel suo contesto sociale si fa definire da ciò che veste, ricevendo passivamente da fuori i canoni relativi a quello che deve o non deve portare. D’altra parte, tuttavia, si può approcciare la questione in modo più individualistico, per cui non esisterebbe una sovrastruttura che possiamo chiamare “moda”, ma semplicemente tante persone che si vestono ogni giorno e che vanno a formare una sensibilità, un’estetica, che si deposita poi nelle istituzioni che alimentano questo mondo. Per cui sta al singolo scegliere da che parte del processo stare, se guardare, imitare e “farsi indossare”, o se guardare, imitare, distinguersi e poi indossare.

Moda no

Nella tradizione del pensiero occidentale la lista dei nomi illustri che si è pronunciata contro l’interesse nei confronti della moda è lunga: da Seneca a Kant, passando per Platone e Rousseau, è davvero difficile trovare una voce che non abbia espresso il suo disappunto nei confronti di chi dedica parte del suo tempo nella cura dell’abbigliamento e dell’apparenza. Il motivo legato a questo rifiuto, che sopravvive ampiamente ancora oggi, è che la moda è sempre stata vista come l’ancella della superficialità, della mancanza di profondità e quindi del conformismo indiscusso. Curare il proprio apparire al posto della propria interiorità è un’inutile e nociva perdita di tempo, non degna di chi si propone di preoccuparsi dei massimi sistemi. A oggi, le posizioni sono forse ancora più polarizzate, considerando che il fashion è diventato un fenomeno di massa, per cui se da un lato vengono spese quantità abnormi di denaro in vestiti che sembrano assumere tutto il loro valore da un piccolo logo, oppure che costano pochi euro perché di marchi di fast fashion, dall’altro la frangia più intellettualoide della società continua a guardare con una punta di disgusto chi segue le dinamiche della moda.

Moda sì

Chi scrive queste righe pensa, tuttavia, che ci sia un modo sano e utile con cui si possa guardare e vivere l’abbigliamento. Nel suo Tedx la personal stylist Molly Bingaman parla di come la personalità di ognuno e il suo stile personale possa e debba emergere attraverso ciò che si indossa[6]. Quello che Bingaman fa nel suo lavoro è proprio questo, cercare di aiutare i clienti a far emergere il loro stile personale attraverso l’abbigliamento, permettendo così una maggiore connessione con la propria immagine. La moda e l’abbigliamento, in questo senso, sono un potentissimo strumento di espressione del sé, permettendo di giocare con la propria immagine fino a trovare uno spazio personale in cui sentirsi a proprio agio. Le mode, al plurale, aiutano in tale ricerca a trovare l’ispirazione, il punto di partenza, le suggestioni necessarie per aprire il proprio armadio e individuare una dimensione dell’apparenza che risuoni con chi si è. Questo non vuol dire che chiunque debba tassativamente dedicare larga parte del proprio tempo, e dei propri soldi, alla propria collezione di vestiti, ma che farlo non implica tassativamente l’essere superficiali o vacui. Oggi, inoltre, i moderni mezzi di comunicazione e di produzione permettono di avere un panorama vestiario molto variegato, per cui attorno a uno stile più adottato di altri, si possono riscontrare numerose “mode” che convivono assieme, garantendo a chiunque una grande possibilità di scelta.

Per tirare le somme

In questa breve dissertazione, l’obiettivo principale era quello di mostrare come si possa approcciare il mondo dell’abbigliamento in modi molto diversi tra loro, arrivando a conclusioni estremamente divergenti. I riferimenti teorici a riguardo sarebbero innumerevoli, soprattutto legati alla sociologia del secolo scorso, ma si è preferito mantenere il discorso in senso più preliminare, per mostrare come anche la moda, spesso ignorata in toto da chi fa cultura, qualsiasi cosa ciò voglia dire, e da chi fa filosofia, sia un tema interessantissimo da studiare e che può dirci molto sulla nostra società. È ovvio che il mondo del fashion porti con sé dei problemi di fatto oggettivi, legati soprattutto alla sostenibilità ecologica e sociale, e dei coni d’ombra difficili da interpretare, in particolare riguardo a quanto detto in precedenza sul conformismo e sulla disparità. Tuttavia, è possibile riscontrare molta ipocrisia in chi, per qualsiasi motivo, afferma di non curarsi assolutamente della moda, i quali molto spesso affermano ciò con delle All Star o delle Vans ai piedi. Accettare di non essere completamenti indifferenti alla propria apparenza, come quasi nessuno è, non solo non ha nulla di sbagliato, ma può aprire le porte verso una nuova consapevolezza di sé che si esplica in come si decide di mostrarsi. Curare il guardaroba non vuol dire per forza essere superficiali, ma avere a cuore la superficialità. Tra le due cose c’è grande differenza.


Bibliografia

  • G. Simmel, La Moda, Mimesis Edizioni, Milano-Udine, 2015.

Sitografia


[1] G. Simmel, La Moda, Mimesis Edizioni, Milano-Udine, 2015.

[2] Ivi, pag 19

[3] Ibidem

[4] Ibidem

[5] Ibidem

[6] “The Link Between Personal Style and Identity | Molly Bingaman | TEDxUMKC”

Aratea Cultura

“Dio, patria e famiglia”: storia e strumentalizzazione di un modello – Aratea (arateacultura.com)

(939) Fashion in the Post-Trend Generation | Violante Nessi | TEDxLUISS – YouTube

Lorenzo Santini

Redattore di cinema, filosofia e narrativa