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Sentimental Value: la ricerca del calore

Di Joaldo N’kombo

Era il 2021 quando a Cannes il regista Joachim Trier si presentava con The Worst Person In The World. Il film aveva per protagonista Julie, una giovane donna che, nonostante si stesse affacciando ai trent’anni, non solo non sapeva cosa volesse dalla vita, ma non aveva idea che tipo di persona diventare. Vagava, sballottata dalle proprie indecisioni, cambiando costantemente, studi, lavori, identità.

Renate Reinsve, attrice norvegese classe ‘87, con quel ruolo aveva ricevuto lodi unanime che l’hanno proiettata in poco tempo nello stardom del cinema europeo tanto che, in quell’edizione di Cannes, a vincere il premio per miglior attrice protagonista è stata proprio lei: le sono bastati 120 minuti per svoltare la propria carriera.

Per questo c’era tanta attesa attorno a Sentimental Value, per vedere che altro l’accoppiata Trier-Reinsve avesse in serbo per il pubblico. Ed ecco allora la storia di un dramma famigliare, quello delle due sorelle, Nora (Renate Reinsve) e Agnes Borg (Inga Ibsdotter Lilleaas), e del rapporto che esse hanno con il loro – assente – padre, il regista cinematografico Gustav Borg (Stellan Skarsgård) che, in occasione del funerale della madre delle ragazze, torna nelle loro vite cogliendo l’opportunità per proporre a Nora di recitare nel suo prossimo film. 

A sorprendere, per la loro manifattura e importanza simbolica, sono le prime due scene. Nella prima Trier pone subito l’accento sull’importanza di un luogo-simbolo: la casa. Questa viene iconizzata e resa a tutti gli effetti un personaggio vivo, pulsante, con un suo vissuto e le proprie cicatrici. Lo fa con un bel montaggio in cui si mischiano corpi, storie, rumori ed esperienze della famiglia Borg, riuscendo, in maniera fine e precisa, ad edificare le pareti dell’intero soggetto, a restituirne la valenza intima.

Nella seconda scena la protagonista è Nora: essa, talentuosa attrice teatrale, prima di fare la sua apparizione sul palco di uno spettacolo in cui sta recitando, inizia a soffrire di una violenta ansia da prestazione, andando a creare scompiglio nel dietro le quinte. La vicenda finisce però nel migliore dei modi: Nora entra in scena ed eventualmente, a fine rappresentazione, riceve i fragorosi applausi del pubblico. È però chiaro come nella persona di Nora ci sia una crepa mascherata – almeno nel momento della sua introduzione – da capriccio artistico, la stessa crepa presente nel muro della casa di famiglia, mostrata nella scena precedente. Il film, attorno a questa incrinatura, ci lavora sopra, la analizza tentando di fornirne una fenomenologia, scoprendo come nella sua dimensione irrisoria e quasi impercettibile, essa possa essere l’equivalente di una voragine.

La domanda è cosa affligge Nora? Di che natura è il suo trauma? Da questi interrogativi emerge una costellazione che dipinge il quadro genealogico di una famiglia che deve metabolizzare problemi e questioni mai veramente affrontate.

L’incomunicabilità è uno dei più classici temi attorno il dramma famigliare: da Autumn Sonata di Bergman a The Celebration di Vinterberg, da East of Eden di Kazan a Cat on a hot thin roof di Brooks. Quasi sempre a essere problematizzato è il rapporto conflittuale tra genitore e figlio, come quest’ultimo soffra in qualche modo la presenza (o assenza) del primo e debba, per riuscire a formarsi come individuo, superarlo, ucciderlo metaforicamente: Sentimental Value tematizza questo assioma nel rapporto tra Nora e suo padre Gustav.

Infatti, la giovane donna, nonostante il teatro le faccia vivere una carriera attoriale soddisfacente, arranca in tutto il resto, scontrandosi con un malessere che in molte situazioni prende la forma di un acceso risentimento nei confronti di una figura paterna sfuggente, egoriferita, devota più alla sua arte che alla famiglia. Gustav è un personaggio carismatico, che rappresenta quel regista autoriale i cui film sembrano aver scritto pagine importanti della storia del cinema: in lui c’è sarcasmo, sagacia, intelligenza, estro, ma fatica a emergere calore, empatia.

Trier, questo conflitto, decide però di non affrontarlo a gamba tesa (come si farebbe ad esempio a teatro) ma prende invece la strada larga, quella più ariosa che gli permette di buttare nel calderone immagini, prospettive e paralleli molteplici. Sentimental Value è infatti anche una galleria di specchi, in cui questo trauma fondativo – la crepa iniziale – rimbalza da riflesso in riflesso. E non è un caso che grande tema di questo film sia l’arte, quella cosa che la realtà la imita e che, imitandola nella verosimiglianza, riesce a capirla.

È a questo punto che nell’equazione entra, per esempio, il personaggio di Elle Fanning, Rachel Kemp, attrice che Gustav sceglie per interpretare il ruolo protagonista del suo film, offerto precedentemente a Nora, in una storia che sembrerebbe avere radici nel vissuto personale del regista stesso e che dovrebbe parlare di una figura assimilabile sia alla propria madre che alla propria figlia. 

È un intreccio che non grida mai, un valzer – quello in cui danzano i personaggi – che non cerca di essere appariscente o teso ma, piuttosto, cheto e pacato, mantenendo allo stesso tempo una certa articolarità e delicatezza che lo rendono difficile da eseguire. E tutto ciò riesce ad andare in porto in gran parte anche per merito degli interpreti. Sebbene infatti il soggetto e la sceneggiatura risultino essere di gran livello, a rendere il tutto ancora più importante sono le performance degli attori.

Su tutti proprio il trio composto da Reinsve, Skarsgård e Lilleaas riesce a esibire una maestria attoriale, una sinergia e chimica che raramente si vede su schermo. La Nora di Renate è struggente nei suoi silenzi, nel suo smarrimento, nelle sue espressioni; la Agnes della Lilleaas, il personaggio più equilibrato e stabile, impone nuovi standard su come si debbano recitare dolcezza e compassione al cinema, mentre Stellan Skarsgård, con il suo Gustav, è semplicemente il protagonista assoluto del film, che, proprio come il personaggio che interpreta, trasuda carisma e autorità in ogni momento in cui la telecamera poggia sul suo viso. La stessa Elle Fanning, come la sua Rachel, in questo ecosistema fatto da giganti della recitazione europea, si intromette alla perfezione tramite la sua americanità aliena.

Per il resto, il film di Joachim Trier, nella forma è sicuramente costruito magistralmente. L’immagine del regista norvegese è elegante e moderna, con un focus che spesso punta sui volti dei suoi attori valorizzandone le espressioni, le lacrime, i sorrisi o le smorfie. Il montaggio offre diversi spunti interessanti mentre la fotografia è fredda al punto giusto, quel tanto che basta per suggerirne il paradossale calore. Perché al nocciolo della questione c’è proprio quello: il calore, inteso anche come affetto umano. 

Sentimental Value è più di ogni altra cosa un film sulla necessità di essere visti, capiti e, in ultima analisi salvati. Ma come? Come può un padre negligente, così dal nulla salvare la propria figlia, dialogare con essa quando un dialogo non c’è stato mai? Dove si può trovare il calore per comunicare e il calore per perdonare? Sarà l’arte a salvare ogni cosa, a parlare per l’uomo che non sa conversare?

In conclusione, proprio come la casa dei suoi protagonisti, Sentimental Value è un film da abitare: per goderselo a pieno lo si deve esplorare con calma, scoprendo così quanto ci sia di ognuno di noi nelle crepe di una famiglia norvegese.


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