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“Spatriati” di Mario Desiati – Vincitore del Premio Strega 2022

Di Giorgia Pizzillo

Mario Desiati, in un luogo del suo romanzo Spatriati scrive che «a volte si leggono romanzi solo per sapere che qualcuno ci è già passato»: da che ho imparato a leggere, per me, avere un libro sul comodino è una necessità impellente, una parte della mia quotidianità, una ritualità che assume forme diverse nei vari periodi dell’anno, e nei vari momenti della mia vita.

Rifletto molto sul rapporto che ho con la lettura, e mi domando spesso cosa ci sia di così forte nel legame che ho instaurato, negli anni, con questa dimensione. Ciò che mi pare di aver capito, tra le varie cose, è che uno dei tanti motivi per cui si legge è quello di ritrovarsi e di riscoprirsi nelle parole altrui.

Leggere è andare alla ricerca dei propri pensieri, delle sfumature che li abitano, delle memorie che corrono nel flusso temporale. Leggere significa suggellare il nostro universo interiore, renderlo una cassa di risonanza vibrante.

E questo, è esattamente ciò che mi è successo mentre leggevo Spatriati perché anch’io, come i protagonisti del romanzo, sono stata partorita nell’arsura della terra pugliese, e sono un’eterna spatriata. In questo romanzo ho scovato e ho compreso pezzi di me che credevo essere sparsi e frammentati, e che invece scopro essere (dis)ordinati in un percorso che per quanto sembri tortuoso e irregolare, sta trovando la sua foce.

Claudio e Francesca, gli spatriati

Spatriètə

agg. Ramingo, senza meta, interrotto, detto del sonno che si interrompe: u sunnə spatriètə. Anche balordo, irrisolto, allontanato, sparpagliato, disperso, incerto. Esempio del dizionario martinese-italiano di Gaetano Marangi: lassə’ apirtə u jaddanèrə e lə jaddinə sə spatrajerənə int’a vəgnə, «lasciò aperto il pollaio e le galline si dispersero nella vigna».

Spatriati è la storia di Claudia e Francesco, due persone opposte, apparentemente inconciliabili ma che nel corso della loro vita si incontrano – e si scontrano – negli incastri delle loro differenze e negli incavi delle loro similitudini. Il punto di partenza della loro storia è la Puglia, in particolare Martina Franca: un paese di provincia incastonato nella bellissima Valle d’Itria.


Vivere in un paese di provincia significa abituarsi ad una vita scandita dal ritmo delle tradizioni, delle morali comuni, dei dogmi e delle gerarchie, e dal mondo che ogni rango sociale, e ogni fascia di età riflette e prospetta dal proprio interno.

Esiste, nei paesi di provincia, un grande attaccamento a quella che viene considerata la “norma”, vale a dire ciò che è normale – o perlomeno, secondo la morale comune dovrebbe esserlo -, e qualsiasi cosa se ne discosti crea scompiglio, crea disordine e caos nell’immaginario che regola il sistema della provincia.

Claudia, uno dei personaggi principali, è proprio questo: una mina vagante, malenvirne, una persona che spacca l’apparente equilibrio in cui si è ritrovata.

Malenvirne

s.m. Persona che rompe gli equilibri, guastafeste, guastamestieri, elemento impazzito all’interno della comunità. Mina vagante. Un pessimo inverno ancora più rigido. (Parte terza, Spatriati)

Capelli rosso fuoco, irriverente, istrionica nella paura e impulsiva, consapevole di quanto sia complicato essere uguali perfino a se stessi, fugge dalla provincia e dai suoi dettami, prima a Londra, poi a Milano, infine a Berlino.

Francesco, dal canto suo, si rifugia proprio nei pilastri portanti della vita di Martina Franca: in lui risiede profonda la predicazione del culto religioso, frequenta la Chiesa di paese e prende parte alle processioni, si fa coinvolgere e si fa ammantare dalle dinamiche martinesi radicate nella terra, nei mattoni, nelle menti forgiate e levigate come le pietre.

Trovare la propria s-patria

Spatriati narra la storia di due evoluzioni che proseguono ognuno per la propria strada, ma che al contempo si sfiorano, si toccano e si intrecciano, e ancora poi seguire ognuna il proprio percorso unico.

La scissione del romanzo in due macro parti opposte, Martina Franca e Berlino, consente di marcare due possibili vie attraverso le quali l’evoluzione individuale può manifestarsi.

Da un lato, esiste un’evoluzione che è più assimilabile al ‘modellamento’ alla convenzione sociale, e al posto che la regola. Un individuo evolve in un determinato luogo, e si adegua alle tappe che le dinamiche tradizionali portano con sé, trasportato, spesso, dal flusso della restanza.

Poi, vi è un’altra modalità evolutiva che ha a che fare con il seguire il fuoco che brucia dentro di sé, e seguire le traiettorie delle fiamme, farsi trasportare dalle scintille, indebolirsi, poi ritornare a splendere con più foga, fino a percorrere una traiettoria irrisoluta, sconnessa, e ricca di contraddizioni, che cambia continuamente direzione.

Spatriarsi significa questo: imparare ad ascoltare la voce interiore che ci chiama, e imparare, pian piano, o tutt’un tratto, a seguirla, e a farsi trasportare attraverso i luoghi irregolari della propria anima.

Essere spatriati, significa sentire la terra che frana da sotto i piedi, ovvero avere il proprio corpo ancora in piedi, ma avere la testa che strepita e che fugge.


Spatriati è un libro che nasce dalle radici forti e dure ben fissate nel terreno della Puglia e dal rumore del mare, dal sapore della salsedine, e che poi cresce, cresce sempre più facendosi anelito.

E’ un invito alla ricerca più profonda di sé e della propria (s)patria, ovvero di quella cartografia dello spirito che ci conduce verso luoghi ignoti e misteriosi, ma al contempo carichi di meraviglia.

E’ un elogio a quella Sehnsucht, la brama ardente e irraggiungibile che fa da colonna portante all’intero romanzo, che incendia i personaggi di questa storia sino a renderli estremamente vivi e presenti, fuoriusciti dall’inchiostro.

E’ un libro che si eleva dalla sua condizione di oggetto inanimato annullando ogni pretesa o volontà categorizzante: disperso nell’irregolarità si erge a preghiera per tutti coloro che celebrano il disordinato culto dell’essere spatrièt.


https://www.arateacultura.com

Desiati Mario, Spatriati, Einaudi, Milano, 2021

(Restanzas. f. 1. In senso proprio e figurato, ciò che resta e permane; anche, ciò che avanza o non si consuma. 2. Negli studi antropologici, con particolare riferimento alla condizione problematica del Sud d’Italia, la posizione di chi decide di restare, rinunciando a recidere il legame con la propria terra e comunità d’origine non per rassegnazione, ma con un atteggiamento propositivo. (da treccani.it)

Giorgia Pizzillo

Redattrice di letteratura