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Stradario aggiornato di tutti i miei baci – Daniela Ranieri – Finalista Premio Strega e Premio Campiello 2022

di Nicola Vavassori

Stradario aggiornato di tutti i miei baci

Ciò che Daniela Ranieri ha realizzato con Stradario aggiornato di tutti i miei baci (edito nel 2021 per “Ponte alle Grazie” e candidato nel 2022 sia nella dozzina finalista del Premio Strega, sia nella cinquina finalista del Premio Campiello), è quello che nella letteratura contemporanea si potrebbe definire un “Super-Libro”. Lungi da me banalizzare un giudizio con prefissi pop e iperbolici, qui il “Super” è scelto per ricalcare il significato latino di “sopra”, che oggi ritroviamo tipicamente in espressioni come “super-partes”. Dunque un “Super-Libro”, da un lato, è un’opera che si pone al di sopra del comune concetto di libro, trascendendo la maggior parte delle leggi non scritte che regolano l’editoria italiana di oggi, dall’altro lato è un prezioso documento che osserva a volo d’aquila la società in cui viviamo e ne traccia una panoramica a 360°.

Un libro che non può annoiare – Temi e Stili dello Stradario

Attraverso una scrittura senza paragoni[1], Daniela Ranieri inventa il personaggio di una “Donna Giovanna” senza nome che, con la scusa di ripercorrere le numerosissime storie d’amore della propria vita, fa calare sul mondo il giudizio del proprio sguardo, impietoso e implacabile, che si espande sui tetti di Roma, si infiltra tra le tegole e penetra nei meandri della realtà. Per questa figura machiavellica che fa delle invettive dantesche il proprio mantra, c’è però un contrappasso: la tendenziale inettitudine in tutto ciò che ha a che fare con l’amore. Gelosia tossica, attrazione erotica per chiunque rappresenti anche solo per sbaglio una sfida sentimentale, tendenze fedifraghe: queste solo alcune delle caratteristiche che portano la protagonista a chiudere quasi 40 relazioni nel corso del libro.

Una penna che ferisce più di una spada, la ricerca instancabile di un amore puro ma irraggiungibile, e prese di posizione nette, polarizzate, ma spesso per questo parziali e soggettive. Insomma, la protagonista creata da Daniela Ranieri è il connubio perfetto tra lo Zeno Cosini di Svevo e il Cirano cantato da Guccini. Il tutto però stavolta è reso dalla prospettiva di una donna, e in particolare di una donna ormai emancipata, che si ritaglia un posto nell’era post-covid descritta come un nuovo decadentismo dall’aria classicheggiante.

Questa visione critica è resa lucida e tagliente grazie alla distanza del tempo, che rende razionale il pensiero e ironica la mano. Infatti, al contrario di quanto accadrebbe per esempio in un diario, in cui chi scrive è immerso, fagocitato, negli eventi e lascia che la propria penna sia guidata ora dal nero del dolore, ora dal fuoco sulle guance, lo Stradario della Ranieri, in quanto a scrittura, è siderale. Ciò non significa che manchi di passione o di sincerità spontanea, bensì che quei sentimenti sono descritti dal pennello di un’artista che ha potuto riflettere a lungo sul miglior modo di esprimerli. Insomma, solo un’autrice estremamente consapevole del potere delle parole e presuntuosamente sicura della propria abilità – ma senza presunzione, poi, dove si va? – avrebbe potuto realizzare un matrimonio eccezionale come quello che si compie in questo libro.

Un linguaggio schietto e sardonico si sposa a quella che è quasi una prosa lirica, con tutte le accezioni e i livelli che questo aggettivo può racchiudere in sé, dal turpiloquio dantesco dell’Inferno alla solennità dei classici latini. Le pagine si riempiono di terminologia specifica e desueta, di metafore acutissime e audaci alla Bajani, le frasi si articolano come interminabili intrecci ciceroniani, eppure il racconto non smette mai di intrattenere. Il risultato è uno stile all’avanguardia, quasi un gioco di scrittura degno del Viaggiatore di Calvino, una prova di abilità che lascia a bocca aperta. In poche parole, lo Stradario è un libro che non può annoiare, ma al massimo può mettere a dura prova i suoi lettori, rappresentando sicuramente un muro non indifferente per i meno esperti.

“Al fin della licenza io non perdono e tocco” – Un titolo fuorviante per un romanzo-saggio

Uno stile del genere a tratti ricorda l’eleganza dei testi del già citato Francesco Guccini, che non a caso dà il titolo a questo paragrafo. In particolare la figura di Cirano è quasi il corrispettivo maschile della protagonista di questo libro, che non sopporta più i “signori imbellettati”, i “poeti sgangherati”, “gli orpelli e l’arrivismo”, ma nemmeno “la gente che non sogna”. Così la Ranieri sfodera una spada d’inchiostro e “tocca” ora la corruzione della politica, ora l’imbarazzante disorganizzazione della scuola italiana, ora la tracotanza professionale di medici e dottori, ora la generale decadenza del Bel Paese che trova il suo fulcro e la sua rappresentazione in miniatura proprio in una Roma velenosa, da Grande Bellezza, in cui si svolgono le vicende di questo libro.

In particolare la critica alla religione compie una vera e propria parabola nel corso del libro, esordendo con la richiesta da parte dell’autrice di essere scomunicata e compiendosi con l’innamoramento per il frate Emanuele in uno dei capitoli più belli dell’opera. Con la religione si accompagna anche una riflessione approfondita sul tema dell’esistenza umana, del lutto, della morte, dell’identità e dell’io, che impregnano le pagine del libro di un valore che va ben oltre il semplice elenco di storie d’amore. Si arriva addirittura a capitoli di letteratura comparata, come quello intitolato “Il Diavolo”, che paragona la figura di Satana presente nei Fratelli Karamazof di Dostoevskij con quella raccontata da Mann nel Doktor Faustus.

In questo modo si va a configurare un romanzo saggio, costituito da nuclei tematici intrecciati a formare labirinti degni di Piranesi. È proprio qui che avviene il “superamento” di cui si parlava all’inizio: nel tracciare un percorso “ad alta definizione” (come scrive la casa editrice) che attraversa con grande intelligenza diversi aspetti della nostra realtà, scegliendo l’amore come pretesto per affrontare tutto il resto. In questo ricorda molto David Foster Wallace, autore di altre opere che definirei “Super-Libri”, come A Supposedly Fun Thing I’ll Never Do Again e soprattutto Infinite Jest, che forse di questi ne è l’archetipo.

Ma allora, perché scegliere questo titolo? Stradario aggiornato di tutti i miei baci. [2]

Ho potuto constatare in modo empirico che chi incontra per la prima volta il titolo di quest’opera lo associa istintivamente a un frivolo romanzo rosa, una variazione già vista sul mono-tema dell’amore. Nulla di più lontano da ciò che è in realtà.

Il che produce un duplice effetto negativo. Da una parte avvicina i lettori di storie d’amore disimpegnate, che si aspettano una sviolinata da Tre metri sopra il cielo e si ritrovano ad affrontare un testo estremamente complesso, che trasuda riferimenti culturali coltissimi e affronta tematiche impegnative. Dall’altra parte allontana il pubblico che potrebbe apprezzare maggiormente quest’opera, vale a dire i lettori di opere più critiche e riflessive (oggi rarissimi), per non parlare dei lettori di saggistica, ormai in via di estinzione.

Certo, l’abito non fa il monaco e un libro non si giudica dalla copertina. E in questo caso basterebbe capovolgerla, quella copertina, per leggere sul retro i giudizi eccezionali di nomi del calibro di Alessandro Barbero, Maurizio Crosetti e Vito Mancuso, che smentiscono ogni dubbio. Eppure un titolo alternativo avrebbe forse evitato che mia madre, iniziando a leggerlo entusiasta, finisse poi per sentenziare “Eh però è difficile, non capisco bene”; e che un collega, vedendomelo sfogliare in pausa pranzo, ironizzasse: “Cos’è? Il sequel di Twilight?”.

Perché l’esclusione dalla finale dello Strega?

Caustica e – c’è da dirlo – “Avvelenata”, la Ranieri nelle sue invettive non risparmia nemmeno il Premio Strega e, in una conversazione con un amante autore-mitomane, lancia un’invettiva profetica di questo tipo:

«Secondo te, perché non mi hanno dato lo Strega?»
Rispondevo sinceramente: «I premi letterari li danno solo a chi ritengono inferiore. Bravino, ma inferiore. Non riconoscerebbero mai un premio a qualcuno che sanno superiore a loro. Ammesso che lo capiscano. Sarebbe come segnalarlo agli occhi dei loro ammiratori, e loro vogliono che resti semi-sconosciuto.»
«Sì, è vero», mi dava ragione, «Una pletora di mediocri dà premi a una massa di sotto-mediocri selezionati per non insidiarli. Mi convince.»

da “Lo scrittore” in Stradario aggiornato di tutti i miei baci – Daniela Ranieri

L’8 giugno, durante una disorganizzata cerimonia di premiazione trasmessa in streaming quasi senza audio, sono stati scelti 7 finalisti tra i 12 candidati al Premio Strega 2022. Sorvolando sul fatto che i finalisti sarebbero dovuti essere 5, ma che per clausole ridicole e sotterfugi degni di un complotto sono aumentati a  7, l’assenza dell’opera della Ranieri tra il pull selezionato spiazza e lascia l’amaro in bocca.

Come mai? Le ragioni, a mio dire, si sprecano e non sono tutte dalla parte della Ranieri.

A detta della protagonista dello Stradario – che ricordiamo essere un personaggio fittizio e proprio per questo capace di osare azzardi di tal genere senza rispecchiare affatto la prospettiva completa dell’autrice – è colpa della troppa bravura della Ranieri: i premi vanno dati ai mediocri, non ai geni. Questa posizione, ovviamente provocatoria, è presto smentita (per fortuna) anche solo dando un’occhiata ai vincitori degli anni precedenti, come Emanuele Trevi con Due Vite o Sandro Veronesi con Il colibrì, entrambi capolavori che spiccavano come fuochi nella notte tra gli altri candidati. Che dire, aspettiamo il 7 luglio per ricrederci su quest’anno.

Sulla medesima scia si colloca un altro fattore molto umano e poco verosimile: l’invidia dei giornalisti presenti tra la giuria. Dopotutto è lo stesso Barbero, sul retro della copertina, a sottolineare: “Una volta c’erano in Italia giornalisti che erano anche scrittori, avevano qualcosa da dire e sapevano dirlo. Oggi ne sono rimasti ben pochi: fra di loro c’è Daniela Ranieri.” Fra di loro, aggiungiamo allora, non ci sono moltissimi altri giornalisti che si vendono ogni giorno a una comunicazione spicciola per accaparrarsi più views che possono, e che si roderebbero il fegato prima di riconoscere che una collega del “Fatto Quotidiano” è stata in grado di tradursi nella narrativa con tanta efficacia.

Ma la vera motivazione è forse la lunghezza eccessiva del libro. Infatti lo Stradario, tanto complesso e articolato come lo abbiamo descritto, conta quasi 700 pagine. Non è un caso che il medesimo destino sia toccato anche a Storia Aperta di Davide Orecchio, altro capolavoro di 700 pagine tra i 12 candidati dello Strega 2022, non nominato tra i 7 finalisti. Fingiamo di ignorare le malelingue che sostengono che i votanti “non l’hanno neanche letto, altrimenti lo avrebbero premiato.” Resta dunque da domandarci quanto la lunghezza dello Stradario sia effettivamente giustificabile, e quanto invece abbia compromesso l’opera.

Certo, se torniamo alla definizione di “Super-Libro” il numero di pagine diventa quasi una sfida coraggiosa all’editoria. L’autrice ha voluto prescindere dalle logiche del mercato odierno, che viaggiano alla velocità della luce e premiano la battuta epigrammatica, il meme, i 60 secondi di reel, come se si trattasse di un ritorno al Futurismo. Se si ha qualcosa da dire e lo si sa dire bene, sembra gridare al contrario la Ranieri, non importa quante parole ci vogliono. Nell’era della Velocità, scrivere un libro lungo è un vero e proprio atto di rivoluzione.

Dall’altro lato, però, si sprecano le pagine che nel contesto generale dello Stradario c’entrano poco o nulla, oppure che ripetono allo sfinimento concetti già ben delineati. Un esempio sono gli oltre 10 capitoli dedicati a descrizioni di profumi di ogni tipo, con il pathos che Pablo Neruda usava nelle sue odi al cibo. Piuttosto che i 6 capitoli di “invettiva clinica” contro ogni categoria di medico dai veterinari ai chirurgi. Capitoli notevoli, ma comunque superflui e che rendono faticosa la fruizione dell’opera e ostacolano la sua leggibilità.

Basta questo a giustificare l’esclusione dallo Strega? Probabilmente no. Speriamo dunque nel Premio Campiello.

Tutti i maschi sono uguali – Una visione parziale dell’amore

Su questo palcoscenico, costruito pericolosamente sull’orlo della distopia, la protagonista dello Stradario osserva la platea degli uomini del suo tempo come Woland, il diavolo di Bulgakov, osserva i moscoviti radunatisi per lui a teatro, per constatare delusə che con il tempo sono solo peggiorati. Feticisti, traditori, approfittatori, stalker: difficile trovare una categoria del marciume umano-maschile che non viene indagata e criticata in questo libro. Soltanto un uomo si salva tra il marasma degradato, un siciliano incontrato per caso o per destino, indicato soltanto con l’iniziale del nome, la lettera A.

Nettissima è la dicotomia tra i molteplici capitoli che narrano la storia d’amore della protagonista con A e quelli che invece percorrono lo Stradario di tutti gli altri baci. A, infatti, appare come l’uomo perfetto (laddove perfetto significa semplicemente privo di tutte le dinamiche tossiche che caratterizzano le relazioni sentimentali, il che è già molto). Pacato, risoluto, sicuro, trasparente, A ama la protagonista con semplicità e naturalezza, a tal punto da mettere in discussione tutte le sue convinzioni precedenti. Lei, da sempre abituata a vivere una storia d’amore pensando già alla successiva, non riesce a comprendere come sia possibile amarsi sperando nel “per sempre”, e cerca in tutti i modi di dimostrare a se stessa che nemmeno A è diverso dagli altri, ma invano. A, dal canto suo, risponde con pazienza alle paranoie della protagonista, svelandole tutti i meccanismi contorti che la portano a mentire a se stessa e a indossare continuamente la maschera di una persona che non è.

Dunque, se nella relazione con A, Lui sembra privo di difetti e Lei appare continuamente instabile e insicura, nel resto dello Stradario gli altri uomini sembrano la causa di tutti i mali e la protagonista si pone nei loro confronti come una vittima sfortunata in amore, senza colpa alcuna, giudicante ma mai giudicata, in pieno stile Zeno Cosini. Fanno eccezione soltanto un paio di capitoli in cui si raggiunge un equilibrio meraviglioso e realistico tra le responsabilità della coppia. Per il resto del libro, invece, la prospettiva sulle storie d’amore – che ricordiamo essere circa 40 – resta spesso sfalsata, parziale, concentrata soltanto sul 50% della coppia, come a mimare l’incomunicabilità delle relazioni sentimentali.

Questa scelta narrativa, senza dubbio originale, a mio parere spreca le potenzialità dell’opera. Tutti i maschi sono uguali, sembrano sentenziare le pagine dello Stradario, tutti i maschi sono uguali nel male. Tutti tranne uno, almeno, o tranne pochi, rari angeli, che comunque riveleranno altre ragioni di incompatibilità. Anche se premeditata, questa impressione fa storcere il naso. La proporzione di 39 storie di uomini pieni di difetti contro 1 che invece fa emergere anche i difetti della figura femminile, è irrealistica e lancia come una provocazione al genere maschile. Pochissimo spazio è invece lasciato ai pregi, per ambo le parti.

Il risultato è un’opera immensa che procede con un’ottica prevalentemente distruttiva, non solo nei confronti dell’amore, ma anche della società, della religione e dell’esistenza tutta. Ma forse è proprio nella radicalità di questa scelta che risiede il genio di un “Super-Libro”. Forse è proprio nell’assumersi il rischio di non piacere, scrivendo un libro lungo, criticando in modo polarizzato un genere, punzecchiando tutti i temi più scottanti della contemporaneità senza timore di esserne travolti, che nasce un’opera destinata a rimanere. Ed è così che si configura lo Stradario aggiornato di tutti i miei baci: come un ritratto o una scultura dell’epoca in cui viviamo, una satira colta che cerca di “toccare” nel vivo anche i suoi stessi lettori, la cartina geografica e la guida turistica per sopravvivere nell’Italia in cui ci tocca vivere… oppure per raderla al suolo.


[1] Mi viene giustamente fatto notare da un lettore (che ringrazio): “Invece le pietre di paragone si possono facilmente riscontrare, e a “rivendicarle” è la stessa Ranieri: in primis, fra i romanzieri italiani, Giuseppe Berto, Italo Svevo, Carlo Emilio Gadda. Numerose anche le “pietre” d’oltralpe, basterebbe ricordare Bernhard, Handke o, andando alquanto indietro, il picaresco Rabelais.” L’unicità della scrittura Ranieri, in questo caso, sta proprio nella commistione elegante tra questi modelli, senza stonare.

[2] E’ la stessa Daniela Ranieri, donna gentilissima ed estremamente colta, a spiegarmi di persona il significato del titolo quando la incontro ad Asiago, citando le Lettere a Milena del suo amato Kafka: “I baci scritti non arrivano a destinazione, ma vengono bevuti dai fantasmi del passato lungo la strada.” Così l’autrice ha deciso di tracciare lo Stradario di questi baci, affinché non si perdessero e, al contrario, diventassero una guida per se stessa per gli altri. Mi inchino a questa spiegazione che ancora oggi mi fa vibrare di pelle d’oca, ma non modifico quanto ho scritto nell’articolo, convinto che quella prima impressione resti un parere prezioso e condivisibile.

Un commento

  • Michael

    Nell’insieme, sono giudizi critici che condivido, specie a riguardo della monotonia del tema radical-femminista e della superfluità di molti capitoli (quelli sui profumi, dopo un po’, ho finito per saltarli a pie’ pari). Eccepisco però a questo giudizio: “una scrittura senza paragone”. Invece le pietre di paragone si possono facilmente riscontrare, e a “rivendicarle” è la stessa Ranieri: in primis, fra i romanzieri italiani, Giuseppe Berto, Italo Svevo, Carlo Emilio Gadda. Numerose anche le “pietre” d’oltralpe, basterebbe ricordare Bernhard, Handke o, andando alquanto indietro, il picaresco Rabelais.

    Per me, il libro (non credo sia un romanzo, sensu stricto) e’ risultato estremamente affascinante sopratutto sul piano stilistico: per la incalzante varietà dei toni, ritmi, riferimenti, umori; per le innumerevoli impennate concettual-lessicali (“l’anamorfosi”!). In ogni caso, sulla questione dello stile di scrittura, mi piace molto l’osservazione-consiglio della stessa Ranieri: uno scrittore fa bene a leggere con attenzione (!!) moltissimi altri scrittori e ad utilizzarne di ognuno qualcosa, per non identificarsi, alfine, con alcuno di essi in particolare.