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DIRITTO ALL’ABORTO ABOLITO NEGLI STATI UNITI – Rischi e conseguenze di un dibattito politico polarizzato

di Chiara Girotto e Nicola Vavassori

Ieri la Corte Suprema degli USA ha annullato la sentenza che garantiva il diritto federale di abortire, affidando a ciascuno Stato l’autonomia legislativa a riguardo. La revoca della sentenza Roe v. Wade  del 1973 costituisce un enorme balzo indietro per i diritti delle donne in America. In 26 stati scatteranno subito leggi restrittive sull’aborto, mentre in tredici di questi il divieto dovrebbe entrare in vigore entro trenta giorni.

Aborto

Il successo di questo ennesimo tentativo di controllo istituzionale sul corpo delle donne riflette una spaccatura ideologica profonda a livello nazionale. Per ogni persona disposta a battersi per quello che è un diritto fondamentale – o quantomeno dovrebbe esserlo in uno Stato civile –  ne esiste un’altra che difende la sacralità della vita, sacralità che, nel frattempo, viene costantemente messa a repentaglio dalle sparatorie di massa nei luoghi pubblici.

La stessa presenza dell’aggettivo “sacro” all’interno del dibattito politico è in completa contraddizione con il primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America, che dovrebbe garantire la terzietà della legge rispetto alla religione, vale a dire la separazione, l’indipendenza dei due ambiti. Un testo sacro come la Bibbia, insomma, non può e non deve influenzare le decisioni politiche, perché dal macroscopico di una Corte Suprema radicalizzata la legge sull’aborto si riflette immediatamente nel microscopico di milioni di vite che, al contrario, mettono la civiltà davanti alla religione.

Con la radicalizzazione del dibattito politico, anche una libertà considerata da molti inalienabile come quella di abortire, può evaporare. Stranisce pensare che, al di fuori dalla bolla progressista, negli Stati Uniti esistono migliaia di persone che preferiscono salvaguardare la vita di un feto rispetto all’incolumità fisica e psichica di chi, semplicemente, non vuole o non può essere madre.

Questo avvenimento mette a nudo una profonda ignoranza da ambo le parti. Gli estremisti di destra che hanno votato alla Corte Costituzionale sembrano ignari di vivere nel 2022, completamente ingenui davanti alle questioni attualmente al centro del dibattito sociale, incapaci di prevedere la reazione di mezzo mondo che in poche ore si è scagliato contro l’America tacciandola di un crimine contro l’umanità. Dall’altro lato, però, i liberali tanto ottimisticamente lanciati verso il progresso si sono scoperti ciechi a una fetta consistente della popolazione che sostiene opinioni opposte alle loro, ridicolmente attoniti nel realizzare che al governo non stanno solo le persone che li rappresentano, ma anche una forte opposizione.

È dal 1973, infatti, che politici e attivisti repubblicani si oppongono alla sentenza Roe v. Wade, frapponendo tra la donna e l’accesso all’aborto numerosi ostacoli di tipo pratico-burocratico o economico. In moltissimi Stati americani le strutture mediche che praticano l’aborto sono quasi inesistenti, in 6 Stati ad oggi ne è presente soltanto una. A maggio 2019 l’Alabama aveva già emanato una legge (poi fortunatamente bloccata in ottobre, a pochi giorni dall’entrata in vigore) che abolisse l’aborto in tutte le sue forme e condannasse all’ergastolo i medici che lo praticassero. Arriva da lontano, dunque, questa corrente politica che oggi tanto ci stupisce.

Di fronte alla decisione della Corte Suprema, infatti, molti americani si sono dichiarati sbalorditi: questo stupore è indicativo di un fenomeno sociale che va al di là delle divisioni in merito all’aborto. È l’ennesima dimostrazione del fatto che siamo immersi in un mondo fortemente polarizzato, dove il divario culturale, religioso e politico tra le parti diventa sempre più difficile da colmare con il dialogo. Di fronte a un fallimento giuridico di questa portata non si può fare a meno di interrogarsi sull’efficacia dell’attivismo, che nella maggior parte dei casi sembra non penetrare oltre la cortina di ferro conservatrice.

Obama abortion

“Se la Corte Suprema può revocare la sentenza Roe, può revocare tutto”, scrive Mary Ziegler sul The Atlantic, e forse ha ragione. In una realtà che sotto certi aspetti diviene fortunatamente sempre più aperta e progressista, non dobbiamo dimenticare che esiste ancora chi si rifiuta di farne parte, e che molto spesso sono proprio questi individui a detenere il potere e a decidere per tutti quanti. Al di fuori delle nostre echo chamber esiste chi non solo mette in dubbio, ma confuta e si oppone a ciò che per noi è scontato. L’annullamento della sentenza Roe significa che negli USA non si tratta di uno sparuto gruppo estremista, ma di una massa critica che pensa e vota provvedimenti di cui poi chiunque può cadere vittima.

Inutile aggiungere che non esistono soluzioni facili o immediate a questa problematica. Sicuramente i social possono costituire un’occasione di confronto, nella speranza che il dibattito civile ci salvi da ulteriori derive giudiziarie future. Eppure mai come stavolta il potere dei social si rivela limitato. Miliardi di teste che annuiscono dietro uno schermo leggendo un articolo che sottolinea l’importanze del diritto all’aborto, o che ridono di fronte a un meme sulla destra conservatrice, o che si indignano guardando video di chi protesta in piazza o al telegiornale, sono poco utili se osserviamo la bigger picture.

Che cosa possiamo fare, dunque, per evitare altre situazioni come questa? Il dialogo è senza dubbio il primo passo. Ciascuna fazione propaganda le proprie opinioni alla massa che già le sostiene e si scaglia contro le fazioni opposte con provocazioni e ingiurie passivo-aggressive. I leader politici si crogiolano in folle di applausi credendo di aver convertito l’intero Stato, ma contemporaneamente vengono derisi nella loro autocelebrazione da tutti gli altri. Le manifestazioni riuniscono e fortificano gli appartenenti ad un gruppo, ma non sempre operano e si organizzano in un’ottica costruttiva e attivamente educativa di chi a quel gruppo non appartiene. C’è dell’umanità sincera nel comprendere le differenze tra le parti e nel trovare compromessi con solidarietà. Finché non lo faremo, nulla potrà mai cambiare.

Tanto più che in casi come questo il “compromesso” dovrebbe essere già insito nel diritto dell’individuo alla libera scelta. In linea teorica non ci dovrebbe essere scontro tra una madre che vuole abortire e un’altra che vuole tenere il bambino. Entrambi i diritti dovrebbero essere garantiti, entrambe le possibilità aperte. Al contrario, imporre la propria scelta personale come legge significa limitare la libertà altrui, conferire la propria impronta ideologica a uno Stato pieno di individui non solo contrari, ma anche danneggiati gravemente da ciò.

Resta dunque fondamentale continuare a combattere per i propri valori, in modo che chi ci governa li rispecchi auspicabilmente in larga parte; in modo che in futuro nessuno debba più restare basito di fronte a una violazione dei diritti umani.

https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2022/06/24/corte-suprema-usa-abolisce-sentenza-sul-diritto-allaborto_3aecdc99-f5d6-4d3e-ad69-f07122f0b5fa.html#:~:text=(ANSA)%20%2D%20WASHINGTON%2C%2024,le%20loro%20leggi%20in%20materia.