“Lascia che accada” – Troppo risplendere di Andrea De Spirt
La necessità del cammino
«Dicono che per trovarlo bisogna essere pazzi, così ho deciso di provarci». Così Andrea De Spirt torna sulla scena letteraria con un nuovo romanzo, dopo l’esordio di successo di appena quattro anni fa, Ogni creatura è un’isola (il Saggiatore, 2022), opera che gli è valsa la vittoria del premio Bagutta Opera Prima. Un incipit diretto, incisivo, quasi spiazzante, volto a mettere in chiaro sin da subito quale sarà la portata del nuovo viaggio raccontato dall’autore all’interno dell’intricato labirinto del sentire umano: un’inevitabile tensione verso la pazzia. Troppo risplendere (il Saggiatore, 2026) vuole coraggiosamente mettersi in cammino, nel tentativo antico e sempre nuovo di scorgere il fine ultimo del vivere, il senso dell’universo, la tanto attesa luce. In altre parole, la verità: agognata, bramata, da sempre anche inconsciamente voluta. Tuttavia, ricorda Johann Ull, l’alpinista-regista con cui il protagonista si scambia numerosi botta e risposta nel corso di tutta la narrazione, anche nel caso dell’io narrante, adatto a vestire la pelle di ciascun lettore, il rischio è quello di perdersi sul sentiero di qualcun altro, nel tentativo di assicurarne la salvezza; di confondersi nella nebbia della verità del prossimo, dimenticando la necessità di scorgere la propria. Solo così H, «amatissima compagna», sarà finalmente salva e il viaggio dell’io potrà concludersi, finalmente in grado di abbandonarsi alla bonaccia della propria meravigliosa e terribile essenza.

Il racconto: il viaggio
In un arco di tempo compreso tra il 23 novembre e il 15 maggio, il protagonista racconta del proprio viaggio alla ricerca del grande salvatore: il Guaritore. Ad averlo convinto a mettersi in cammino è Johann Ull, il cui nome – ricorda lo stesso De Spirt – nasce dalla volontà di rendere un tributo ai personaggi del romanzo La salita, di Ludwig Hohl, opera dagli echi simili a quelli di Troppo risplendere: una fiaba al confine tra il filosofico e il paradossale, una scalata alla ricerca di certezze cristalline come il bianco della neve alpina.
Tuttavia, mette subito in chiaro Johann Ull, l’unico modo per raggiungere il Guaritore è impazzire: «Uscire fuori di testa. Devi uscire dalla tua testa […]. E non smettere di camminare». L’Io narrante si dice subito disposto a tentare di fare ciò che dice il regista: qualsiasi cosa pur di raggiungere il Guaritore e salvare H. Non sa ancora che il problema è proprio questo, ossia il fatto che finché avrà come unico obiettivo quello di farsi redentore di H, non riuscirà a vedere che è proprio lui il primo ad aver bisogno di essere salvato. Ma questa è una verità che gli si rivelerà solamente durante il viaggio, quando sarà pronto a vederla e, infine, finalmente, a impazzire.
La decisione di abbracciare la missione di farsi salvatore di questa persona misteriosa nasce dopo l’arrivo di una lettera, recapitata al protagonista un martedì pomeriggio qualunque: H, donna amata in un passato lontano e indefinito, si è improvvisamente addormentata, gli racconta la figlia di lei, «Senza alcun motivo.» Solo, diceva che avrebbe dovuto raggiungere un posto. La figlia giustifica il fatto di averlo cercato sostenendo di aver trovato una sua foto nel portafoglio della madre, unico ritratto degno, per qualche ignoto motivo, di essere tenuto sempre a portata di mano. Lo prega anche di non andare a trovarla in ospedale, però: il trambusto è già troppo. In altre parole, lo invita a rimanere nella dorata e nebulosa dimensione del passato, così tentatrice nel suo essere finita ma mai davvero compiuta e risolta, come rivela la necessità del protagonista di salvare la sua antica amata. E così, senza pensarci due volte, l’io si mette in viaggio, senza di fatto sospettarlo, alla ricerca di sé stesso. A questo punto inizia la narrazione vera e propria, basata sull’intrecciarsi di varie dimensioni: i dialoghi con Johann Ull, lapidari nella loro brutale e ineluttabile onestà; i pensieri rivolti ad H, quasi dei bollettini di aggiornamento sullo stato del procedere, che sanno di verità intraviste, scorte, ma non ancora davvero raggiunte; i richiami al passato: ricordi brevi, il più delle volte legati a momenti apparentemente insignificanti, come quello che vede le ombre degli amanti intente a osservare il volo di due deltaplani o stralci di assonnati viaggi in auto, mentre si parla distratti cercando insieme di capire un po’ di più la vita; infine, i coraggiosi tentativi di fare il punto su sé stessi, i così definiti «autoritratti», imperiose autoconfessioni di odio e amore incise nere su bianco. Il vaso di Pandora è stato aperto e, come testimonia il fluire copioso e inarrestabile di pensieri e sensazioni raccontate in modo confuso, ma autentico, richiuderlo è ormai impossibile. Bisogna continuare a camminare.
Verso l’accettazione
Così procede il viaggio dell’io narrante, il quale, man mano che le pagine scorrono sotto le nostre dita, ci ricorda essere estremamente simile a ognuno di noi. Le sue battaglie sono le nostre, così come il suo sentire; la sua necessità di aggrapparsi anche solo a un fioco barlume di certezza si rivela in tutta la sua essenza bruta, primitiva, estremamente forte e al contempo fragile: umana. Camminiamo al suo fianco, e insieme a lui riscopriamo valori antichi che sanno però di verità appena svelate, come nel caso del coraggio, che è «morire a tutto quello che è radicato in te». L’obiettivo è perdere di vista l’obiettivo, accettare il senso nell’assenza di ricerca di senso, come ricorda Johann: «invece di camminare e basta, sei subito ossessionato da come dovresti camminare. Lo vedi? Camminare, nel suo atto più nobile, non ha scopi, è un movimento senza direzioni. Ma tu cerchi di manipolarlo, di dargli una direzione per ricavarne qualche cosa che desideri. Ma questo non è il modo di procedere».
Il problema, dice Ull, è l’ostinazione a voler vedere nel cammino una metafora dello sbloccare una versione migliore di sé stessi, passo dopo passo, un piede avanti all’altro. Ma che significa essere migliori di prima? Secondo il sentire comune, vuol dire essere in grado di aprirsi ad accogliere nobili modi di essere: più buoni, più gentili, più onesti. A tutti i costi, eliminare il buio e, con esso, il dolore. Tuttavia, come sostiene il regista con semplicità spiazzante, incalzato dalle numerose domande del protagonista, «volersi liberare dal dolore è dolore. […] Se tu speri che quel dolore se ne vada, quel dolore resterà». Ecco la prima luce, la prima intravista rivelazione, timidamente confidata ad H: «la verità è che ho vissuto alla ricerca dell’equilibrio», ma forse ho sbagliato. Forse abbiamo tutti sbagliato, come il nostro protagonista, sempre più «amatissimo compagno». Con una metafora dagli echi herrigeliani, viene ricordato all’io narrante e al lettore che «dovete» – con questo plurale che sa di imperativo – diventare come una freccia appena scoccata, «libera di colpire o di non colpire», in grado di «accettare la sua direzione senza riserve». Ecco quindi che inizia il vero tentativo di muoversi in questa direzione, senza che all’io venga detto come fare, dopo che ha passato tutta la vita a cercare di costruire paletti e trovare sentieri per muoversi all’interno di essi, con l’obiettivo di capire, di dare un nome anche all’indefinibile sentire. E invece no: proprio nel momento in cui si sta avvicinando a salutare il mondo, gli viene detto che l’unico modo per ritrovarsi è accettare di sapersi perdere.
«Mia H, allora ho chiesto a quell’uomo come uscire dal dolore, dal senso di colpa. L’uomo mi ha risposto non puoi. Non puoi farci niente. Non puoi scappare da tutto questo. Diventa solo te stesso. Se sei completamente fedele a te stesso non può esserci più dolore.»
Ecco che quindi, finalmente, iniziano le visioni di Onement: sempre più nitide, buie, terrificanti. Eppure liberatrici, nel loro essere così inevitabilmente autentiche. «Devi morire. Se vuoi arrivare a Onement e trovare il Guaritore. Tu devi morire.» Finalmente, l’io è pronto a farlo. Finalmente è pronto a impazzire. E noi con lui.
Andrea De Spirt torna con un’opera forte, cinica e al contempo impregnata di speranza, pronta a catalizzare l’attenzione del lettore e lasciarlo sospeso nel meraviglioso abisso del sentire, lo sguardo teso all’orizzonte in cerca di già scoperte verità. Lo stile diretto e conciso, ma delicato, crea un filo di empatia; il ritmo incalza, le pagine scorrono sotto l’apnea di un unico respiro, mentre ci si trova di fronte nero su bianco a segreti creduti solo nostri, ma che si rivelano non esserlo. De Spirt ci prende per mano e ci invita a raggiungerlo nello spazio senza tempo dell’introspezione, in un modo crudo, dinamico, insieme schiaffo e carezza. Ci si augura che sia la promessa di un ritorno.
https://www.repubblica.it/topics/news/andrea_de_spirt-86764774
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