Acqua sporca: nel sangue rimescolato
di Carola Crippa
Se è vero che viviamo un eterno ritorno delle tendenze, allora quella che ha predominato nel panorama letterario contemporaneo in Italia è il romanzo familiare. Inizia impeccabilmente con la tetralogia di Elena Ferrante L’amica geniale, saga corale e best seller in grado di conquistare anche il (difficile) mercato anglofono. Tra copie, adattamenti e variazioni sul tema, il genere perde la sua forza e quella che era una ventata d’aria fresca diventa una passività stantia, che forse non ha più nulla da dire.
Non è così per Acqua sporca di Nadeesha Uyangoda (Einaudi, 2025), esordio letterario dell’autrice selezionato nella dozzina del Premio Strega 2026, capace di intessere una pluralità di voci femminili intrecciate a postcolonialismo, razzismo e critica alla nostra società tardo-capitalista. Il romanzo è veicolo per raccontare la storia di una famiglia, ma si accende e brilla proprio perché la variatio del genere ha molto da dire su di noi e sul modo in cui accogliamo le marginalità.
Come donna bianca, parlare di prodotti culturali che portano con sé implicazioni postcoloniali significa misurarmi con una comprensione che non mi sarà mai completamente accessibile. La mia non è una storia di scissione né di violenza e il ruolo che (giustamente) posso ricoprire è quello di ascoltatrice e, talvolta, di tramite. E questo scarto, tra ciò che posso comprendere e ciò che non potrò mai esperire, pone difficoltà metodologiche nella critica, difficili da eludere a causa del filtro che il mio sguardo bianco e dominante porta con sé.
Un «affresco familiare», così Vincenzo Latronico definisce Acqua Sporca sulla quarta di copertina. E certamente lo è, ma è anche molto di più. Lo snodo da cui parte il romanzo è l’intenzione di tornare in Sri Lanka di Neela, donna sessantenne trasferitasi in Italia per lavoro. Dopo anni passati a fare da domestica e badante, ha aperto un centro estetico: si può dire, con un luogo comune, che ha fatto fortuna. Una fortuna basata sul lavoro manuale, certo, perché «in questo Paese sarebbe stata meno che un corpo intero, solo un paio di braccia, meno che una persona – una risorsa» (Acqua Sporca, Nadeesha Uyangoda, p. 260).
Neela non vuole più vivere in Italia, la sua esistenza nel Paese le è indifferente, così come il perseguimento del suo capitale economico costi quel che costi. La donna non ha alcuna intenzione di invecchiare e morire in un luogo in cui il colore della sua pelle e le sue origini hanno dettato la sua storia lavorativa e personale, in cui il sacrificio è l’unico metro di misura per la virtuosità di chi spera in una vita migliore.
Il ritorno a casa, però, sconvolge la vita delle sorelle che sono rimaste sull’isola e della figlia Ayesha, che vive una costante scissione culturale, economica e sociale. Ayesha, infatti, è la protagonista “ombra” di Acqua Sporca: non è un caso che i suoi siano gli unici capitoli narrati in prima persona (quelli che seguono le esistenze di Neela e delle sorelle sono in terza), funzionali a interpellare direttamente il lettore per metterlo di fronte alle sue ipocrisie.
Quella di Ayesha sembra una saggistica esperienziale, che mischia storia personale e teoria sociologica, il focus della sua narrazione è votato a farci capire cosa non va nel nostro ordinamento culturale: vivere in un Paese conservatore e di destra non è che la punta dell’iceberg, il problema è sistemico e intreccia imperialismo, capitalismo e razzismo. L’ipocrisia borghese vuole che solo le seconde generazioni siano in grado di riscattarsi, a seguito delle sofferenze e dei sacrifici dei genitori che si dedicano al lavoro manuale. E così la ragazza viene cresciuta da Gino e Rosanna, coppia brianzola di architetti per cui lavora Neela. La iniziano a un capitale culturale fatto di arte, di musei e di letture; Ayesha vive il privilegio in seconda battuta, come riflesso del lavoro della madre. Il prezzo da pagare è un rimescolamento del sangue, la percezione che i nostri genitori siano quelli che contribuiscono di più alla nostra crescita personale, non coloro che faticano a tenere il passo con una società che li esclude.
La penna di Uyangoda come giornalista e autrice di non fiction (L’unica persona nera nella stanza, 2021 e Corpi che contano, 2024 entrambi editi da 66thand2nd) si fa strada in una prosa a metà tra la saggistica e la narrativa senza che il cambio di registro infastidisca il lettore. Il risultato è una scrittura pulita e senza orpelli in cui viene sapientemente racchiusa tutta la difficoltà di chi che eredita un senso di colpa che si stratifica su diseguaglianze sociali e bias razzisti. Ayesha è costantemente divisa tra un sentimento di non appartenenza e una volontà di uniformarsi alla società occidentale che non le si addice pienamente, proprio perché nessuno in una società colonizzata può evitare completamente gli effetti delle influenze neocoloniali.
Ma Ayesha, in ultima istanza, non è una traditrice imperialista. La sua prospettiva è complessa perché lei stessa comprende e disprezza le dinamiche coloniali che hanno regolato la vita di sua madre e delle sue zie, ma percepisce la sua ipocrisia quando manifesta desideri dettati dal neoliberalismo: una relazione stabile, una casa, un lavoro fisso.
«Nella proprietà privata fiorisce la borghesia, che dà allo spazio, specialmente se domestico, il senso estetico ed etico che rifiuta alle persone, che restano invece capitale umano. Conoscevo la teoria, non sono mai riuscita ad applicarla. Quando cresci senza una casa, la sua proprietà è tutto ciò che desideri, e quella cosa che tutti ti dicono […], cioè che lo spazio non è costituito dalle cose ma dalle persone, pare una gran fregatura»
(Nadeesha Uyangoda, Acqua Sporca, p. 245).
E quindi, anche la pretesa che il mondo occidentale si aspetti dalle persone razzializzate un tipo di arte che rifletta la loro smarginatura è stridente, e non fa altro che stabilire confini e spaccature che sottolineano quanto le politiche di diversità e inclusione siano per le persone bianche un modo per lavarsi la coscienza e trarre profitto da questo stesso sentimento di scissione. Ma non sempre il desiderio di fare arte coincide con la lettura sociopolitica delle tanto mistificate “origini”:
«È più o meno in quel periodo che iniziai a comprendere la mercificazione della razzializzazione. Quel che gallerie, curatori e riviste volevano non era tanto aprire le porte a opportunità e risorse a cui gli artisti marginalizzati non avrebbero avuto accesso, quanto sfruttare la portata culturale che si aspettavano da loro, per renderla merce. Il problema era che io facevo da corriere al capitale sbagliato: mi appassionava la cosa più occidentale e più bianca e più borghese che si potesse immaginare – la luce»
(Nadeesha Uyangoda, Acqua Sporca, p. 119).
Uyangoda traccia parallelamente la vita di chi è rimasto in Sri Lanka, le tre sorelle di Neela, le cui esistenze sono state provate da ulteriori (sebbene diverse e in egual modo crudeli) conseguenze dell’imperialismo. Le guerre civili sono la parziale conseguenza della politica coloniale europea, che ha depredato e prosciugato le risorse dei Paesi, per poi lasciarli in uno stato di instabilità. Il fantasma del colonialismo è uno spettro, un po’ come lo sono gli yakshaya, tipici del folklore singalese:
«Gli yakshaya non erano leggende popolari, erano fatti, come il sole che sorgeva ogni mattina e tramontava ogni sera. Creature tanto primordiali e maligne, quando non rispettate, andavano quantomeno temute»
(Nadeesha Uyangoda, Acqua Sporca, p. 88).
Ci si allontana o si rimane, ma lo schema delle stratificazioni culturali che regolano le esistenze delle persone ai margini rimane una persecuzione difficile da scacciare. Dividere il personale dal politico è un privilegio che il lato del globo bianco e occidentale dà per scontato. Al contrario, si pone una grande aspettativa su pochi individui del Sud Globale per un racconto caricato di riflessione politica, inserendoli nello schema neoliberale di coloro che ce l’hanno fatta.
Acqua sporca è il sangue diluito e rimescolato: la cifra delle parentele che si infrangono o che si allontanano a favore di quelle che ci sembrano più reali. La famiglia esiste in uno spazio altamente istituzionalizzato e cristallizzato in regole che ne sanciscono l’ereditarietà materiale e culturale. I legami di sangue talvolta sono deboli, altre volte sono ineludibili: cosa comporta aver vissuto vite a migliaia di chilometri di distanza per coloro che sono legati proprio dal loro dna? E cosa succede quando ci si crede figlie di persone che ci amano sotto il filtro del white saviorism? Uyangoda arricchisce la letteratura nostrana con un punto di vista complesso che non offre risposte, ma che riesce a porre il lettore bianco in una posizione di dubbio e di autoanalisi. La decostruzione è un atto quotidiano che viene veicolato anche dall’ascolto di voci ai margini, che non hanno il dovere di educarci ma semplicemente il diritto di far emergere la loro prospettiva.
Perché se il romanzo familiare è diventato lo specchio di un racconto borghese fatto di successi imprenditoriali (ormai non si contano più le saghe basate sulle storie industriali italiane), la cui essenza si è snaturata fino a farne poi un racconto sentimentale di gossip e retroscena del passato, in Acqua sporca torna alla sua essenza primigenia, quella di raccontare la fallacia inestirpabile del nucleo su cui si costruisce la nostra società, la famiglia. E lo fa con uno scarto che riesce a decentralizzare la lettura del presente.
https://en.wikipedia.org/wiki/Nadeesha_Uyangoda
![]()
Potrebbe anche piacerti
Dove non mi hai portata, di Maria Grazia Calandrone
Maggio 4, 2023
La Provincia cannibale di “White people rape dogs”: il romanzo che ha stregato il Premio Calvino
Giugno 4, 2025