«SEMBRA QUALCOSA DI BELLO MA ANCHE QUALCOSA DI BRUTTO» – LINA E IL SASSO DI MAURO COVACICH
Sed fieri sentio, et excrucior
«“L’amore è una cosa divina, se entra in un cuore umano lo spezza.” […] Sembra qualcosa di bello ma anche qualcosa di brutto. Cioè, in teoria incontrare l’amore dovrebbe essere bello. Eppure se ti entra nel cuore te lo spezza.”» Il fortunato lettore che si troverà a scoprire le pagine di Lina e il sasso (La Nave di Teseo, 2026), romanzo di Mauro Covacich attualmente candidato al Premio Strega 2026, forse non sarà d’accordo nel vedere come incipit di questo articolo un estratto del libro riguardante il tema dell’amore. Eppure, credo che proprio di questo tratti l’opera: l’amore nelle sue forme più umane, istintive, inquietanti e, infine, marce. Come la mela Stark addentata da Elena, la mamma di Lina, apparentemente «intatta e splendente», succosa anche se un po’ farinosa, che però nasconde un gusto «screziato di muffa e fanghiglia e chiodi di garofano», così il tanfo della depravazione si insidia tra le righe di questo romanzo, fiutabile solo appena anche dal più attento lettore. Ma fiutabile, esattamente come l’autore (secondo classificato allo Strega 2015 con La sposa) avrebbe sapientemente voluto, nascondendo indizi disseminati qui e là: apparentemente innocui, di fatto fondamentali. Alla fine, nello snodarsi di una narrazione che sembra ripetersi praticamente identica a sé stessa, con una ciclicità, parrebbe, volutamente costruita per abituare il lettore a prevedere cosa lo aspetta, ecco che il ciclo viene interrotto, la catena spezzata, e il lettore viene costretto a considerare una chiave di lettura nuova, mai considerata eppure sempre offerta.
Innocenza e marciume
Come suggerisce il titolo, tutto ruota intorno a Lina. Lina è una bambina apparentemente come le altre, a cui piacciono gli animali e le favole, soprattutto quella del sasso. La favola della zuppa di sasso. La bambina l’ha sentita cento volte, raccontata dal – non sempre – paziente Max, il «lui» della storia, diametralmente opposto a «Papino» nella scala di concezione della realtà di Lina: due linee parallele, entrambe destinatarie d’amore, ma fisiologicamente impossibilitate a sovrapporsi, e quindi confondersi. Come nel caso dell’amore, anche Lina è narrata in modo da essere scoperta piano piano: solo alla fine, infatti, dopo numerose e a tratti esplicite allusioni che, in questo caso, lasciano poco spazio ai fraintendimenti, viene svelata la sua condizione, il suo essere speciale: una principessa venuta dalle lontane terre della Mongolia, carica di fascino e magia, papabile protagonista di una di quelle favole che la bimba ascolterebbe sognante, con la sua inconfondibile «lingua a polpetta», chiaro indizio di concentrazione estrema.
Lina è il centro perché è la destinazione ultima dell’amore; il luogo dell’innocenza intoccata, così pura agli occhi di chi invece, come si scopre alla fine, l’ha ormai irrimediabilmente persa. Lina pulisce il bagno di Pizza & Cucina semplicemente perché è sporco, raccoglie i cocci di vetro sparsi accanto a un cassonetto «perché cagnolini non ha scarpe e possono farsi male», gesto a cui Max, solitario portavoce dell’adulta esasperazione, risponde con un definitivo e spiazzante «hai rotto il cazzo». Lina non capisce, come potrebbe? Lei risponde alla gentilezza, principio fondamentale attraverso cui interpreta l’esistenza, mentre per gli adulti rappresenta ormai solamente un ricordo di ingenuità perduta. Lo fa volontariamente, ma senza rendersene davvero conto.
Se Lina è un estremo, a quello opposto ci sono tutti gli Altri, i grandi. La putrefazione della vita adulta, verso la quale, sembra voler dire Covacich, siamo tutti ineluttabilmente tesi, si incarna nelle forme più disparate: il vomito di Elena, le deiezioni del misterioso Anonimo, la vecchiezza della Madre, la scurrilità sessuale di Carlotta, i segreti di Max, la violenza di Papino; sono tutti moniti, crude ammissioni di una realtà accettata solamente attraverso la grigia e sbiadita lente del cinismo, caratteristica fondamentale per accedere al mondo della vita vera, non più fanciulla.
Il romanzo si snoda in un’alternanza di voci che accadono parallelamente, contemporanee eppure di fatto sconosciute, diverse e distanti eppure riflessi l’una dell’altra, brandelli di specchi rotti, prismi di rifrazioni che si impongono alla vista dello sfortunato che vi si trova di fronte, costretto a vedere non una, ma infinite volte il riflesso di sé stesso che – non prova nemmeno più a nasconderselo – odia. Non c’è possibilità di redenzione, perché non c’è possibilità di perdono.
L’unica boccata d’aria, l’agognato sospiro di sollievo è da ricercarsi fuori. È Lina. Conosciuta perché diversa, portatrice di un’essenzialità spiazzante nel suo essere così innocente, cruda e bella. Il lettore abbraccia questa chiave di significati, che ha il calore di una coperta ma la violenza di un tuffo di testa, volontariamente ma senza rendersene davvero conto: proiettato in ripetitivi scenari di quotidianità familiare, riesce a farsi partecipe della vicenda, a dire la sua senza farlo davvero, in silenzio, come una piccola mosca immobile presente nella stanza, invisibile eppure presente. La promessa della sicurezza è predisposta e infine consolidata dalla dimensione famiglia, annunciata dal filo dell’amore che unisce i suoi membri, infine consolidata dalle scomodità, dai litigi che sanno di normalità inevitabile, e quindi incrollabile.
Il tutto, però, viene minacciato dal mistero del dating, nei confronti del quale il lettore si scopre giudicante pur credendosi modernamente neutrale, curioso pur non volendo esserlo, subdolo e ignaro voyeur crudelmente svelato ai suoi stessi occhi. La dualità umana viene riassunta nel suo nucleo fondamentale: la famiglia e il sesso. Alla fine, l’intrecciarsi di queste due dimensioni prende la grottesca forma di una suggerita sovrapposizione, a cui il lettore non riesce a sfuggire: il senso del disgusto passa dalla pagina al sentire, e il viso si ritrova irrimediabilmente sfigurato in una smorfia.
Tuffarsi per risalire
Covacich è estremamente coerente nel saper allineare tematiche e stile: la parola si propone nella sua semplicità quotidiana, i dialoghi sanno di vite vissute da tutti, consolatorie nell’essere così identiche a sé stesse; contemporaneamente, tuttavia, il contrasto con la complessità dell’esistenza si riflette nei frammenti non dialogati, dove l’autore riesce magistralmente a fare sfoggio dei propri virtuosismi senza risultare stucchevole.
Il fantastico, poi, si fa strada nella dimensione dell’introspezione, nell’intrusività del pensiero che si insinua nella sfera della percezione: sussurra quasi impercettibile, eppure non può rimanere inascoltato. È così che iniziano le varie e strane esplorazioni della mente, nate dall’istinto, destinate alla deformazione del grottesco. L’incontro tra il disgusto e l’imprevisto assume la strana forma di un «brivido di piacere […] come se il male venisse spremuto via e se ne uscisse dai pori della pelle». Questo sta cercando di dire Covacich: il fine ultimo del grottesco è la catarsi. Bisogna saper esplorare l’abisso, per potersi redimere. Il bianco deve fare pace col nero. Non c’è altro modo.
https://it.wikipedia.org/wiki/Mauro_Covacich
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