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Storia di un’amicizia: Celati, Cavazzoni e gli altri narratori delle pianure

Di Laura Garavaglia

In Storia di un’amicizia Ermanno Cavazzoni ripercorre la sua amicizia con Gianni Celati, catapultandoci in un carosello di storie assurde e stravaganti tratte dalla vita di Celati, e in altrettante fabbricate convivialmente davanti a un piatto di tagliatelle al ragù in una trattoria a Bologna. Cavazzoni, che è sempre con un taccuino in mano, prende minuziosamente nota di tutte le loro intuizioni e aneddoti. Finalista al Premio Strega, l’opera ripropone il gusto del raccontare informale e stralunato che caratterizza gli scrittori dell’area emiliano-romagnola e padana. Per il piacere di rievocare storie di altri, ve ne riporto qualcuna.

Storia di un'amicizia
Copertina di “Storia di un’amicizia” (Quodlibet, 2026)

In uno dei primi passaggi del libro, Celati pungola un amico con curiosità: «Dai! raccontaci!». L’amico invitato a raccontare dai due aveva letto Narratori delle pianure, una delle più celebri raccolte di racconti dell’autore di Sondrio, e desiderava emularne le voci; per questo Celati lo nomina “narratore di Forlimpopoli” (p. 46). La storia riguarda l’epoca in cui a fare la pubblicità ad alcuni prodotti assumevano persone vere, attori o modelli, che ripetevano gesti di vita privata, come utilizzare un bagno o una camera da letto, facendo leva sul voyeurismo dei possibili acquirenti. La vicenda si fa poi personale: lo stesso narratore aveva una fidanzata impiegata in un negozio di Osten Badén, il cui lavoro era dormire sui materassi in vendita. Sono tutti entusiasti di questa “bella novella” (p. 44), come viene dichiarata con eco boccacciana, ma improvvisamente si palesa un altro “narratore naturale”, un signore che dal tavolo accanto si sente in dovere di chiudere la storia grazie alla sua millantata conoscenza dei fatti. Un epilogo che liquida il narratore precedente come ignorante e aggiunge un finale amaro ad una storia che si era apprezzata per la sua sospensione ellittica e imprevedibilità.

Sono tanti i personaggi che popolano il racconto della vita di Celati. Il narratore e amico Ermanno ritiene che i suoi amici fossero persone “da cui poi doveva scappare per le loro mattane o insopportabilità” (p. 51). Tra questi anche “un tale vivente a Bologna”, che chiamavano il Bombardiere, “per via della sua assidua propensione alle donne” (p. 59), famoso per offrirsi anche alle fanciulle meno avvenenti. È la stessa stramberia delle figure che Celati rappresenta nei suoi romanzi. Una forma di follia che è stata concettualizzata da Celati come una malinconia esuberante legata allo spazio padano del Po.

[…] tradizionalmente si parlava di varie forme di pazzia locale, e c’era la famosa pazzia di Reggio Emilia, la melanconia cupa dei ferraresi, la pazzia ombrosa dei romagnoli. Qui la parola “pazzia” era intesa come stravaganza individuale, ed era quasi una forma di vanto in certi posti. Per esempio dalle parti di Cremona si parlava della matàna degli uomini del Po, e questo genere di pazzia significava un’indipendenza irriducibile, indicava una persona non assoggettata alle regole sociali convenute. Io credo che un tempo si dicesse la matàna del Po, per dire che la “pazzia” di certuni era ispirata dall’acqua del fiume, dalle sue turbolenze e piene irriducibili entro un letto stabile.[1]

Non meno estrosi sono gli artisti che gravitano attorno ai due amici. Il cugino pittore di Gianni, detto Gianni Gianni perché si chiamava come Gianni Celati, diventa un doppio del primo Gianni, ma più mondano e spavaldo. Oppure, alle riunioni preliminari per la rivista “Il Semplice”, si presenta un pronipote di Alessandro Manzoni, Gian Ruggero Manzoni, appena uscito da un manicomio, che riporta un passato criminale con missioni in Bosnia e in Libano. Un giorno viene anche sua madre, che annichilisce tutti con i suoi racconti di vita vissuta. Un’ampia sezione è dedicata a Learco Pignagnoli e alla sua storia fantasmagorica e misteriosa. Di estremo diletto sono le pagine dedicate alle conferenze su Pignagnoli, di cui due a Modena e una a Reggio Emilia. Si crea così un ritratto composito di personalità letterarie sui generis, quelle che i tedeschi della conferenza di Salisburgo del 2010, ma non solo, avrebbero etichettato “gli scrittori delle pianure”.

Quando siamo stati a Salisburgo, direi 2010, c’era anche Daniele Benati e tanti altri amici […] e i tedeschi per via del libro Narratori delle pianure di Celati ci avevano classificato scrittori della pianura, perché i tedeschi sono portati a classificare […], per cui allora – dicevamo loro – si dovrebbe fare una vera e minuziosa geografia della letteratura, gli scrittori si dovrebbero dividere in scrittori della pianura, scrittori della mezza collina, scrittori di zone depresse sotto il livello del mare, scrittori di territori invasi dalle spine e dalle erbacce, scrittori di laghetti artificiali per la pesca a pagamento […]. (p. 185)

Le divagazioni del narratore spiccano in termini di comicità e di condensazione dell’aneddoto realistico con l’elemento assurdo e grottesco. Ognuna di queste storie dà il la ad alcune speculazioni e associazioni libere. Tra le mete più ambite di queste fantasie letterarie, il poema di Ariosto è la più comune e ridonante, come è evidente dalla copertina con le ampolle dei senni sulla luna, tra cui compare anche quello dell’autore stesso. Si aggiunge alle fantasie ariostesche una chiave donchisciottesca, in quanto Cavazzoni sembra essere il Sancio Panza dell’amico stravagante. Come Don Chisciotte, Celati è stato un amante non solo delle fantasticherie ma anche delle deviazioni, quelle che Cavazzoni ha cristallizzato in una recensione con il termine di “fughe”.

[…] Fuga dall’università (“Ho dato le dimissioni”, mi è venuto a dire una mattina, 1987, “Ma di cosa campi?” “Voglio guadagnarmi il pane”), fuga dall’Italia per l’America, per la Normandia, per il Senegal; fuga dagli editori quando incominciano a trattare un autore come un cavallo di scuderia; il suo amore per le lingue viene dalla voglia di evadere dall’italiano; il tentativo di imparare l’arabo per scappare anche dalle lingue europee e poi il cinema per scappare dalla scrittura. Adesso che vive in Inghilterra le sue venute in Italia hanno sempre l’aria del fughino da scuola.[2]

Questa spinta all’avventura fa sì che Celati, al seguito di vari fotografi, tra cui Luigi Ghirri, si metta in marcia per realizzare il progetto Il viaggio in Italia, che segna un cambiamento rilevante nella percezione della fotografia del paesaggio. Cavazzoni riporta anche vari inviti al viaggio che Celati gli rivolge. Nel 1992 vorrebbe seguire la rotta di Marco Polo e intraprendere un viaggio per l’Asia; lo scrittore di Reggio Emilia suggerisce di seguire invece l’itinerario e l’esempio di Guglielmo da Rubruk, ma alla fine non se ne fa niente. Nel 2000 parte per un viaggio antropologico attraverso l’Abruzzo e la Puglia con Paolo Morelli, ma dopo pochi giorni i due si dividono per un litigio. Si parla poi di partire per l’India, tuttavia l’idea viene abbandonata e sostituita dal progetto di recarsi a un’isola di plastica mobile nel Nord Atlantico, che suscita la curiosità di Celati. Naturalmente, anche questo viaggio resta una congettura.

Nell’opera coesiste una doppia traiettoria che si sovrappone: Celati è un personaggio di Celati, ma è anche l’oggetto di una narrazione cavazzoniana, che lo inquadra in una “fiaba biografica”, con un destino predeterminato. Viene forzato in una teleologia da cui, immagino, lo stesso Celati sarebbe sfuggito, ma che in ogni caso risulta coerente con la sua vita. In seguito alla traduzione integrale dell’Ulisse di Joyce, che gli provoca una stanchezza mentale e fisica ingente, inizia progressivamente ad accusare la vecchiaia. Nell’ultimo periodo della sua vita fatica ad esprimersi alle conferenze e successivamente è in grado di comunicare solo a gesti. Per il narratore è una chiara cristallizzazione della sua sorte, poiché Celati è sempre stato affascinato da clown e mimi, che compaiono infatti già nel suo libro d’esordio. Il silenzio comico in cui si richiude sarebbe, secondo l’interpretazione platonica a cui il narratore si appella, il destino che ha pescato prima di venire alla luce.

La mimica piaceva molto anche a Fellini, regista molto caro a Cavazzoni e artista privilegiato per un parallelismo spontaneo con Celati. Il film La voce della luna, tratto dall’opera di Cavazzoni Il poema dei lunatici, utilizza la figura del clown come lente per guardare il mondo, chiudendo il cerchio felliniano sul circo. Si tratta di un’innovazione rispetto al testo riadattato, che vi aggiunge un movimento visivo onirico e surreale. Secondo Cavazzoni Fellini non è soggetto alla morte e continua a rinascere in altre dimensioni. Invece Celati ha una sorte più malinconica, come quella del suo amato Bartleby, un “clown triste”, la cui comunicazione con il mondo risulta problematica. Il silenzio è l’ultima estrema “fuga” di Celati.

Si conclude così il racconto dell’amicizia con Celati, che Cavazzoni spoglia di ogni retorica monumentale: un’amicizia come ce ne sono tante altre e proprio per questo autentica. Per entrambi gli autori, la letteratura non è un piedistallo da cui osservare il mondo, ma, al contrario, un modo per imparare da esso, mettendosi in viaggio ed ascoltando le storie assurde di cui ciascuno si fa portatore. Parafrasando dal libro, non c’è bisogno di inventarsi nulla, “[…]  perché il mondo ha più fantasia di noi umani” (p. 71).


https://www.arateacultura.com

https://it.wikipedia.org/wiki/Ermanno_Cavazzoni

[1] G. Celati, Ultimi contemplatori, in V. Cicala e V. Ferorelli (a cura di), Ma questa è un’altra storia. Voci, vicende e territori della cultura in Emilia-Romagna (1978-2008), Bononia University Press, Bologna, 2008, pp. 205-212.

[2]  M. Belpoliti, M. Sironi, A. Stefi (a cura di), Gianni Celati, Quodlibet, Macerata, 2019, p. 370.

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Laura Garavaglia

Redattrice di Letteratura

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