“L’invenzione del colore” di Christian Raimo – La forma e il colore dell’eredità familiare
L’invenzione del colore (La nave di Teseo, 2026) è il nuovo libro di Christian Raimo, insegnante, giornalista e scrittore romano, noto sia per le sue pubblicazioni sia per la sua attività politica. L’invenzione del colore è anche la traduzione di un vecchio slogan dell’azienda Technicolor, un colosso della storia del cinema a colori in cui Raffaele Raimo, chimico e padre dell’autore, lavorò per gran parte della sua vita.
Si tratta di un libro estremamente complesso da definire, non tanto perché non sia possibile individuarne generi e narrative distinte: al contrario, questo romanzo può essere considerato un’autobiografia fittizia, un romanzo famigliare, una storia di amore o disamore, un manifesto politico, persino una storia di fantasmi o un trattato tecnico e storico sulla cinematografia a colori. Proprio come le tecniche di produzione chimica delle immagini a colori, la scrittura di Raimo ha lavorato in questo libro per sovrapposizione, lasciando che i contrasti e le zone di trasparenza tra nuclei narrativi diversi lavorassero assieme per restituire un’immagine vivida. Non una linea definita, che dia un inizio e una conclusione perfettamente fissati lungo una cronologia in qualche modo ordinata, quanto piuttosto un’impronta emotiva della vita dell’autore, un senso dato dal sentito e non dall’accuratezza dei fatti o dalla compiutezza della trama.
Ha sempre pensato che il lavoro l’avrebbe salvato.
L’invenzione del colore, p.38
Lo scheletro del romanzo è una storia di famiglia e di lavoro. Un lavoro che parte dal nonno di Raimo, operaio alla Technicolor, e passa al figlio come un’eredità preziosa, da covare con fatica e devozione. La carriera di Raffaele Raimo è narrata come una fede incrollabile, quasi nevrotica, quella che un lavoratore degli anni ‘60 deve avere per permettersi l’uscita dalla povertà e l’accesso alle preoccupazioni da borghesi, come pagare il mutuo, ma soprattutto dedicarsi nel privato a “litigi tossici, verbosi” (L’invenzione del colore, p. 76).
La fede nella Technicolor ha i connotati di qualsiasi altro credo vissuto con fervenza: le ore dedicate al tempio aziendale sono infinite e non è un problema portare una brandina nell’ufficio per passarvi le notti, perché il tempo votato all’azienda è un tempo votato a un bene superiore. L’azienda è un altare su cui si sacrificano meriti personali, tempo in famiglia e persino colleghi, quando l’amministrazione lo vuole. I sacrifici si fanno senza battere ciglio, in cambio di una salvezza che poi, alla fine, per Raffaele Raimo non arriva: pochi mesi dopo essere andato in pensione, un tumore fulminante e vorace ne spegne la vita in un attimo, ignorando più di vent’anni di devozione proprio a quel lavoro da chimico, che deve aver gettato le basi per la sua malattia e quella di tanti altri suoi colleghi.
Cinema, arte, industria, nessuno pensa a dare definizioni.
L’invenzione del colore, p. 187
Per narrare questa storia, però, Raimo non presenta solo una cronologia di eventi, cruda e deprimente. Al contrario, racconta di una ricerca, un’indagine: Raffaele Raimo è al centro di un inseguimento tortuoso e multiforme, condotto dal figlio seguendo tracce quasi inesistenti, rappresentate tanto da ricordi, sogni e testimonianze, quanto da una cronaca dettagliata dei successi tecnologici e cinematografici della Technicolor. Il ruolo dell’azienda non è infatti limitato a un luogo oscuro che, del padre di Raimo, risucchia sia la vita che la morte: al contrario, la dovizia di dettagli con cui vengono illustrati i processi chimici, o le origini dell’azienda, o i nomi dei registi e dei film che sono la gloria dei film su pellicola, fanno quasi cogliere il valore votivo del lavorare in un circuito logorante, sì, ma al massimo del suo splendore. Uno splendore forse stupido, superficiale, che non traccia limiti, un modo di lavorare sordo alle persone e ai loro bisogni che forse, forse oggi possiamo ritenere un po’ distante dai nostri standard.
[…] devo – usare il tempo al meglio, per sbizzarrirmi con le ipotesi, le congetture, e per cercare di restare con i sensi in allerta come in una seduta spiritica itinerante.
L’invenzione del colore, p. 161
Quella dell’autore però non è una semplice incetta di ricordi, un’operazione dettata da una dolce malinconia, anzi: gradualmente, Raimo sembra discendere in una fissazione malsana, un’ossessione che lo distrae e lo allontana dagli altri aspetti della sua vita. Sempre più convinto che il padre si celi dietro l’angolo, Christian Raimo pare rincorrere il fantasma del padre, un fantasma che parla nei suoi sogni e che nella vita reale lo allontana sempre più da Gadda.
Gadda, la sua compagna, Gadda che è vitale, decisa, buona, che sembra l’incarnazione di una vita vissuta nel modo giusto, proattivo, votato al bene sociale e a principi saldi come roccaforti. L’amore per lei e l’amore per il padre sembrano alternative che si escludono a vicenda, una scelta tra la vita e la fuga. Della vita Raimo si presenta come un inesperto, uno che sta ancora imparando il suo ruolo di adulto, di amante, di attivista politico, di professore, ruoli che rifugge imbarcandosi in questa spedizione senza fine, in questa storia di fantasmi.
Chi ha detto che stare in aula a sentire per tredici anni di seguito cosa è giusto e cosa è sbagliato sia meglio?
L’invenzione del colore, p. 149
Eppure quella che racconta Raimo è la vita di una persona che ci prova con tutte le sue forze, una vita che chiunque diventi adulto può riconoscere: il peso di trovarsi addosso responsabilità che, fino a un attimo prima, stavano nelle mani di altri, mani di adulti, di genitori, figure di cui ancora Raimo sembra non aver capito niente. L’autore-protagonista è allo stesso tempo bambino rispetto ai ricordi del padre e adulto rispetto alla sua famiglia, a Gadda, ai suoi studenti. Uno in particolare, Paolo, sembra richiedere la sua guida nello specifico: si tratta di un ragazzo problematico, polemico, i cui i genitori stessi sembrano fidarsi più del professore che del loro stesso operato. Christian e Paolo creano un’immagine speculare a quella tra Christian e Raffaele, in un rapporto professore-studente che spesso somiglia più a un fortuito rapporto padre-figlio. Paolo diventa la cartina tornasole del ruolo di adulto di Raimo tanto quanto la compagna Gadda, che sembra costantemente riconoscere in lui difficoltà e mancanze che da solo non è in grado di vedere.
Non ha tempo per le assemblee, mio padre, deve fare la lotta di classe per tutta la famiglia, quella che ha e quella che vuole avere.
L’invenzione del colore, p. 221
Gadda è anche il baluardo politico del romanzo, il faro della coscienza dell’autore (già noto in ambiente politico dopo la sanzione disciplinare ricevuta nel 2024, protestata a gran voce da studenti e colleghi). Ne L’invenzione del colore la politica ha un ruolo non indifferente già negli episodi di più marcato attivismo come le assemblee scolastiche, quelle sociali, le manifestazioni, e le analisi sociali acute e lapidarie che Gadda impartisce all’autore in risposta ai suoi molti dubbi. Contemporaneamente, però, la politica è intessuta in gran parte della narrazione, poiché in gran parte della narrazione il tema portante è il lavoro. Raffaele Raimo stesso, infatti, diventa quello che più andrebbe d’accordo con Gadda, secondo l’autore: l’uomo che ha conosciuto i lavoratori da vicino, quello che ha fatto attivismo con il proprio lavoro, una promessa infranta che ha comunque adoperato come il proprio strumento di cambiamento sociale, il gradino con cui si è faticosamente arrampicato dalla classe povera a quella media.
Così la famiglia di Raimo viene caratterizzata come il tipico prodotto sociale del Novecento, un nucleo contraddittorio dove convivono in egual misura orgoglio e ansia per l’essersi guadagnati agi nuovi: l’istruzione, un mutuo, la casa in città. Una condizione mantenuta solo non fermandosi mai, preparandosi a dimostrare la propria dignità e il proprio valore a chi, dove sono loro, ci è sempre stato. Questo sembra essere il motore che genera le ansie e gli interrogativi che popolano la famiglia Raimo, questioni che non esistono per essere risolte ma per essere trasmesse alla generazione successiva.
L’allarme a scuola non è mai un allarme, è solo una campanella acuta e intermittente che abbiamo imparato a riconoscere per fare le esercitazioni, tre volte l’anno. […] Siamo salvi prima, siamo salvi dopo.
L’invenzione del colore, p. 67
Raimo scrive di cuore, in maniera discontinua: talvolta concreta, spiritosa, con interi capitoli fatti di dialoghi diretti, talaltra astratta e introspettiva. Difatti Il romanzo è spesso intervallato di ricordi, sogni, riflessioni politiche, passi del Vangelo, in una commistione di temi sociali, religiosi e personali da dare il capogiro. La frammentazione temporale ostacola appena la comprensione di ciò che accade, e anzi contribuisce a restituire la caoticità dei pensieri dell’autore al susseguirsi degli eventi.
In ultima analisi, ne L’invenzione del colore non c’è un evento che da solo porti il significato dell’intero romanzo; come non c’è un evento, per quanto segnante, che determini il senso della vita dell’autore. Non c’è una grande svolta o una grande verità, dopo cui la storia è mutata per sempre. C’è solo la continua ricerca, di senso, di persone, di sé stessi, una ricerca durante la quale una varietà di temi vengono non dispersi come briciole di pane, ma seminati perché altri dopo di noi ci possano camminare sopra. Un libro dalle decine di letture diverse di cui, insomma, va sfruttata proprio la caratteristica poliedrica e non cercato un fil rouge che, seppur presente, appartiene unicamente alla vita dell’autore: la dedica a suo padre.
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